Il giornalismo • Estetica della corporeità dell'attore

L’estetica dell’attore tra rivoluzione e memoria

La scena e il corpo

Un’esperienza straordinaria investe la Sardegna tra gennaio e marzo del 1974: l’estetica teatrale della corporeità dell’attore, la sua centralità nell’evento scenico, linguaggio che aveva preso le mosse in Polonia ad opera del grande innovatore del teatro Jevrzy Grotowski. Lo fa con la qualità di una prestigiosa compagine europea, il danese Odin Teatret, che “racconta storie e incanta gli spettatori danzando e cantando, con il suono di una fisarmonica, con una nenia modulata sottovoce in una lingua incomprensibile, o portando in giro una candela accesa su una scena buia”, come lo descrive Gino Melchiorre ricordando l’amico-interprete sardo di quell’estetica, Pier Franco Zappareddu, che vi si era ispirato fondando a Cagliari nel ’67, il gruppo Teatro Studio, seguito dalle filiazioni Alkestis, Teatro Immagine ed altri, radici del nuovo teatro sardo aggiuntive a quella del Cit-Teatro Sardegna.
Esperienza che corona anni di svolta nell’impegno dei gruppi giovanili sardi. Il circuito alternativo dell’Arci aveva preso una forte consistenza, Teatro Sardegna dava il via al progetto di drammaturgia sarda con Quelli dalle labbra bianche di Masala, i Compagni di scena, e Alkestis assumevano una fisionomia più precisa.
Da studente del Liceo Dettori Pierfranco aveva messo in scena a scuola Storie dello zoo, tratto da Edward Albee, protagonista un omosessuale che avvicina un altro uomo per farsi uccidere. Il dialogo spinto, forte, sincero contro l’ipocrisia di certi rapporti umani, genera scandalo all’interno dell’ambiente benpensante dell’istituto, che lo espelle.
Grazie al successo dello spettacolo successivo, un leggendario Marat Sade, e alla straordinaria forza aggregatrice di Pierfranco, Teatro Studio raccoglie rapidamente il malessere giovanile cagliaritano e si pone come presenza saliente nella cultura cittadina. I giovanissimi liceali sono stanchi di una cultura pedante e scolastica: impegnati in circoli culturali, sono i capelloni che portano blue jeans e scarpe da tennis, leggono Marx, Marcuse, Adorno, i poeti americani della beat generation Ginsberg e Ferlinghetti, ascoltano De Andrè, Brel, Bach, Beethoven, i Beatles….
Zappareddu raggiunge negli anni in Danimarca l’Odin Teatret di Eugenio Barba, il miglior interprete italiano di Grotowski: tirocinio che gli consente di fondare la Compagnia Domus de janas e il progetto Confronti Teatrali, che farà conoscere alla Sardegna i massimi interpreti di un’estetica che ha conquistato il mondo, da Kantor a Brook, da Bausch a Kemp.

Il segno sardo più forte di questa esperienza è dato dalla tournée di Barba a San Sperate con lo spettacolo Min far hus (La casa del padre), gennaio ’74, saletta della scuola elementare, interpreti Ragnar Christiansen, Tage Larsen, Else Marie Laukvik, Jens Christensen, Iben Nagel Rasmussen, Torgeir Wethal, Ulrik Skeel, Jan Torp Jensen. Avvenimento culturale di cui parla tutta la Sardegna. Lo recensisco con entusiasmo sulla Nuova.
Con un altro esito straordinario lo spettacolo va poi ad Orgosolo. E la Sardegna finisce nei libri di storia quando Feltrinelli nel ’78 pubblica Il libro dell’Odin.
Nel gennaio 2014 onoriamo la scomparsa di Pierfranco, “un sardo europeo che guardava oltre il suo recinto”. Ricordi, punti d’incontro e scontro. Venivano, lui e i suoi, a fine recita al Teatro Cantina di Castello per provocarci nel dibattito post spettacolo, e io e Gianni ci arrotolavamo le maniche… All’Auditorium, dopo un nostro Brecht, tra applausi e baccano, con la mia faccina da schiaffi di allora li affrontai e mi salvarono i più calmi tra gli scalmanati. Poi improvvisamente scoppiava la pace ed eccoci tutti con il sacco a pelo nelle occupazioni: chiusa la fase dei galletti s’era aperta quella dei professionisti, la fase dell’ascolto, del rispetto, del riconoscimento, anni in cui le trecento repliche di Su connottu avevano sistemato molte cose e Pierfranco era a Holstebro da Barba. Un’estate fui impegnato anch’io, quarantacinquenne con diciottenni, in un laboratorio diretto da un allievo di Grotowski, Gustav Molik.
Poi restò spazio solo per l’ammirazione: in quel giugno lo sguardo, pur appannato per l’abbandono di Cts, si riempì di stupore per La classe morta di Kantor.
Amava tutto lo spettacolo, Pierfranco, a modo suo penso fosse orgoglioso di quello che tutti noi facevamo per la sua terra, guardava oltre il proprio recinto sontuoso, forse sorrideva degli sforzi eroici del nascente teatro sardo, trovandoli talvolta ingenui, ma li rispettava. Lodò il nostro Progetto Pinter e il nuovo mensile sullo spettacolo, e arrivavano a sorpresa gradite le sue cartoline dalla Spagna…