Spettacolo che affascina (anche se non è capito)

L’Odin Teatret in Sardegna

Ressa eccezionale, con intervento della polizia. “È una cosa completamente nuova”, dice un pastore

Orgosolo, 24 gennaio

Seguire l’Odin Teatret quassù ha significato il moltiplicarsi delle riflessioni e degli stimoli.

Si tratta di una tournée eccezionalmente capace di mettere in moto l’eterno dibattito sulla funzione della cultura (in questo caso il teatro) in Sardegna, dibattito che avrebbe bisogno di più frequenti occasioni per rivitalizzarsi e uscire dalle secche della routine e spesso dei luoghi comuni. Ma dobbiamo rimandare questo discorso ad altra occasione, costretti come siamo dalla cronaca dell’avvenimento, che proprio qui ad Orgosolo pretende lo spazio tutto per sé.

Arriviamo mentre lo spettacolo sta per cominciare presso la scuola media appena ultimata, nella cui palestra sono già entrate una trentina delle persone ammesse, che, come si sa, sono 60.

Cielo e stelle sicuramente più terse che a Cagliari, ma anche freddo più pungente. Colpisce subito la calca vociante di ragazzini al cancello d’ingresso tenuto chiuso. Man mano che arrivano gli spettatori con la tessera, il cancello si apre, per poi subito richiudersi. Numerosi i ragazzi che hanno visto lo spettacolo la sera prima e vogliono rivederlo.

Le intemperanze aumentano, tra scherzi e imprecazioni per i compagni che sono riusciti ad entrare per la seconda volta. Vola qualche spintone, qualche pugno. Nella calca un poliziotto in borghese, pure lui in attesa d’entrare, cade per terra in seguito ad un ennesimo spintone. Un operatore teatrale cagliaritano (non riuscirà ad entrare, dopo il lungo viaggio) riesce a sedare il conseguente corpo a corpo.

Questo è niente, mi spiegano. La sera precedente, alla prima recita, stava succedendo di peggio. Per timore di una scarsa affluenza era stato dato il bando. Poi per tutta la giornata i danesi a passeggio avevano destato una forte curiosità. In breve: si presenta alla scuola praticamente tutto il paese. Senonché la mancanza di certi visti e altre difficoltà organizzative fanno piombare improvvisamente la polizia, con le camionette che sciabolano luce in un buio assoluto. Fermento tra la gente, soprattutto tra i ragazzi. La polizia va via ma la battaglia per entrare e la confusione riprendono.

Probabilmente vittima dell’atmosfera incandescente, un pubblico funzionario pensa di porre termine alla confusione ricorrendo ad un gesto di forza. Per fortuna è dentro la scuola, alla presenza di pochi organizzatori, e per fortuna c’è chi salva la situazione facendo un uso più meditato della propria autorità. Il vicesindaco Nali, si sbraccia ed infine riesce a farsi ascoltare e a far diradare la calca.

E lo spettacolo che “presentarlo ai pastori era un’inciviltà” può avere inizio. Ascoltato quello che era successo la sera prima, mi do da fare per ricevere i pareri di quelli che escono prima che finisca. Uno, uscito per bisogni fisiologici, vorrebbe rientrare ma non gli è più permesso. È l’unico che non si farà pregare per parlare. “M’aspettavo dei canti, o una comica, invece è una cosa completamente nuova. Non tutti possono capirlo, ma qualcosa ce l’ha”. Gli riferisco di alcuni ragazzi che il giorno precedente non avevano capito niente. (“Poi ci hanno spiegato: uno col pizzetto, un ragazzo sardo e il regista”). Risponde: “Noi anziani siamo favoriti perché abbiamo maggiore esperienza”. L’altro, un vecchio (“bigotto”, mi dicono): “Vado via perché non mi piace per niente”. Altri pareri: “Era una messa nera”; “Era la storia di uno che voleva troppi soldi e di una donnaccia che poi incontra l’uomo giusto: certo anche la donna ha gli stessi diritti, purché non si creda troppo!”; “Non ci siamo annoiati, anche se non abbiamo capito”.

“Quello col pizzetto” è Fernando Taviani, professore di storia del teatro all’Università di Lecce, redattore di una rivista teatrale d’avanguardia e autore di importanti saggi. Ha raggiunto Barba a Orgosolo per seguire l’insolita esperienza sarda del regista, sul quale sta scrivendo un libro.

La mattina, ci racconta Barba, c’era stata festa nel paese, frequenti inviti al bar, codazzo di ragazzini, giochi, canti (privilegiata la fisarmonica di Ulrich). È il proseguimento della festa teatrale (termine che non spiacerà, credo, a Taviani) di S. Sperate, dove alla partenza gli attori non sapevano più dove mettere frutta, formaggi, vini… Anche se la gente è diversa: qui, ad esempio, tutti parlano durante lo spettacolo.

Spettacolo che non viene capito, ma affascina. Cerchiamo di sciogliere il nodo di questa apparente contraddizione. E se di ambiguità si tratta, è di quelle feconde.

La Nuova Sardegna, 25 gennaio 1974