Appunti da Manhattan
Agosto ’78. Sollecitato da amici, eccomi a New York. In redazione mi invidiano, perché qui vive il grande scultore sardo Costantino Nivola…! Infatti lo intervisterò; devono solo decidere chi di loro m’accompagnerà a Long Island.
Prima tappa il market, devo cominciare a camminare con le mie gambe per l’orribile Mela. Pane incellofanato, guardie col revolver… Mi monta l’euforia dello sberleffo antiamericano: “Com’è questo pane? Attenti jankee! È sbarcato il sovversivo che chiude i panifici delle città!”. Gli amici mi indicano tutto, mi indirizzano o accompagnano dappertutto. Columbia University, serenità melodiosa del silenzio, elettricità impalpabile dei cervelli impegnati, Metropolitan Museum, Moma, Guggenheim, meraviglie insolenti per il provinciale stordito, che è più orecchio che occhio; e l’obbligato paesaggio newyorkese, Due Torri, Statua della Libertà, Central Park, Caffè italiano, e dopo cena quattro salti al Greenwich Village. L’indomani, abbonamento a riviste teatrali e l’edizione originale dell’amato Morte di un commesso viaggiatore di Miller, orgoglio sardo, Cagliari, col suo Cut, nel ’61, aveva presentato il capolavoro solo undici anni dopo il debutto americano… La mattina un giro sereno a Riverside. Jogging, riposo di anziani e chiasso tra la gente a Chinatown e Little Italy.
A casa sfoglio le pagine del Commesso. La lingua non mi è d’impedimento, individuo facilmente scene e battute recitate con i compagni di allora. Ebbrezza a tu per tu con Biff, Happy, Linda, Willy…! Il passato, il teatro…, riparo anche dalla brutta metropoli, la stessa desolazione che fuggono i figli irrequieti di Willy, il commesso viaggiatore, inferno che sento premermi le spalle, mi fa affrettare a togliermi dai preziosi decimetri quadrati che calpesto in attesa del verde al semaforo
Altro che ciottolato gratuito delle stradine di Castello, dov’era cominciata la storia teatrale, primo personaggio Biff, proprio del Commesso, ansioso di liberà e aria aperta. Dalla borsa tiro fuori i testi degli spettacoli che mi attendono al ritorno, Mackie Messer, Mortimer…, Brecht…, insofferenti anch’essi di New York… “Abbiamo vissuto noi volubile schiatta in case che credemmo indistruttibili. Così abbiamo costruito i lunghi edifici dell’isola di Manhattan e le antenne sottili che intrattengono l’oceano Atlantico. Di queste città rimarrà il vento che le attraversa…”.
Mi scuote la strada, l’avanzare da lontano di un suono, un debole coro… Tiro su lo scuro. Mi affaccio. Toh… Bandiere comuniste. Uno sparuto corteo che dall’ottavo piano mi sembra ancora più piccolo. Comunisti a New York… La Zeiss comincia il suo lavoro… Il giorno successivo giro da solo. Istituto italiano di cultura, recita shakespeariana studentesca all’aperto. Incontro con studenti universitari iraniani, fulgidissima intelligenza, accesa passione politica. Domenica, si cerca uno spettacolo per la sera. La scelta cade su uno spettacolo presentato come la summa dell’avanguardia europea del dopoguerra: Andy Warhol’s last love, dello Squat Theatre. Ci vado con Sara. L’intenzione è stenderne un resoconto, nel caso il giornale a Cagliari sia ancora in vita. Fallito nel ’75 dopo un anno, per altri tre era sopravvissuto — e così l’avevo lasciato — con i sacrifici della cooperativa di giornalisti e tipografi che l’aveva ottenuta in gestione dal giudice fallimentare.































