Con il taccuino tra il pubblico per Andy Warhol last love
L’appartamento di una Street. Si sale al primo piano e ci fanno attendere in una piccola stanza con bar. Poi ci introducono in una saletta attigua, il luogo scenico, sediamo su due panche collocate su una pedana a gradoni sul lato più lungo, di fronte alla scena, dove sono due attori in posizione, lui seduto su un piedistallo a gambe distese, schiena appoggiata al muro, lei seduta ad un tavolo di fronte, cerca una stazione radio. Per terra un fornellino col bricco del caffè fumante e due tazzine vuote col latte vicino. Lei ferma la radio su una musica e si alza per versare il caffè, che si capisce essere finalmente italiano, ne porta una tazza a lui che la rifiuta. Gli massaggia piede e polpaccio, ma lui rimane impassibile e triste.
Bambini s’affacciano alla finestra. Lei ha una vestaglia, sta per uscire, lui la ferma, la prende, le bacia una mano, si anima, beve il caffè, s’accende una sigaretta. Entra un’altra coppia, ed anche un altro uomo che porta in mano un abito bianco e due scarponi. Gli altri due uomini trafficano col caffè. Il terzo uomo mette calze e scarponi. Dalla radio parole con musica sottofondo. Si preparano a qualcosa. Si veste anche il primo uomo. Da sotto il materasso prendono degli oggetti e li mettono in valigie. Vanno via tutti, anche il bambino della finestra, dopo pacche augurali reciproche sul sedere, meno il primo e il terzo e la donna in vestaglia.
I lembi della vestaglia vengono inchiodati per terra. Abbraccio. Lui si nasconde dentro la sua vestaglia, in ginocchio, abbracciandola. Gli vediamo le spalle. Lei allora lo cuce dentro, il cappello per terra accanto. Un’immagine bellissima. L’altro è sotto il tavolo illuminato da sotto, con la tovaglia che lo nasconde. Colpo di pistola. Lei si affloscia. Lui si sfila, mette su un disco ed esce battendo sotto il tavolo all’altro. Fuma una boccata. S’illumina una porta laterale, entra la donna vestita di bianco. Lui dà fuoco alla tovaglia e si butta fuori fumante. Lei tubo sulla fronte, camice bianco, stivali. Prende per la testa il corpo esanime, lo tira su fino alle proprie ginocchia. Semibuio. Esce l’uomo. Musica e luce sulla porta d’entrata a destra. Musica sincopata bella. Passi di uomo sulle scale di corsa. Cambio scena. Fin qui clima da teatro esistenzialista, guerra, terrorismo.
Ci conducono giù in un’altra sala, piano terra, adibita a teatro. Nella zona scenica c’è un grande schermo televisivo dove si proietta Andy Warhol che va a cavallo dopo un discorsetto. Una bambina. Improvvisamente diventa zona scenica anche il marciapiede illuminato che si vede attraverso una grande finestra. Il marciapiede è un vero piccolo set televisivo, si vedono cameraman che girano sull’attore che agisce, di cui quindi vedremo immagini dirette e immagini riportate sullo schermo. Ora l’uomo in giacca bianca balla. La sua è una danza frenetica, una specie di tip tap aggiornato al rock. L’immagine è arricchita dalla folla incuriosita di Manhattan che transita in quel momento nella street.
Dentro, su una pedanina davanti allo schermo ora c’è una donnona vagamente nuda che agisce con Andy. Due ceri, una statua. Un coltello. Continua lo spettacolo fuori. Andy intervista la donnona. Fuori l’altro continua a ballare. Lo spettatore è dimenticato. Quasi il contrario di prima. Una funzione passiva. Ora il teatro è nella strada e spettatori sono quelli che passano e si fermano. Tre piani dunque: la strada, il marciapiedi; Warhol e la sua intervista alla donna; gli spettatori passivi. Che hanno tre visioni: le prime due più lo schermo televisivo. Ad un certo punto compare una quarta immagine: un altro elemento scenico, un enorme specchio, si alza verso gli spettatori e li ritrae. Trovo infine un appunto, non so se cronachistico o di giudizio: “viva la libertà romanza, opera buffa italiana”. Manca invece un cenno a un gesto scenico fulminante, talmente impressionante da bloccare evidentemente la mano del cronista: da una porta laterale sbuca un uomo con una pistola, la punta su Warhol che va a cavallo, spara, e lo schermo rimanda l’immagine di lui colpito che cade.
Agosto 1978
Per alcuni giorni l’altro argomento è l’imminente ritorno negli Stati Uniti di Alan Stivell, l’artista bretone che ha fatto conoscere al mondo musicale internazionale e portato alla dignità d’arte l’arpa celtica, strumento legato fino ad allora alla sola tradizione etnica irlandese. Stivell proviene da Montreal in Canada, dove ha trascorso gli ultimi quattro anni. L’attesa negli ambienti artistici newyorchesi è spasmodica. Riusciamo a trovare i biglietti a fatica. Il Kenny’s Castaway è un locale caratteristico dove balli e libagioni fanno da cornice a una pedanina di due metri per uno. È la scoperta emozionante di quell’arte sconosciuta. Riesco a fotografare l’artista. Sguardo intenso sperduto nello strumento e nella intima visione delle sue creazioni. Non a caso un cieco vicino si unisce al canto.
Finiamo un’altra sera a Central Park per un concerto di Zubin Metha. Scena a metà tra un qualunque pic-nic in campagna e l’insediamento protervo del territorio di pura marca americana: le persone si riuniscono per famiglie o clan, delimitano uno spazio, lo isolano, alcuni issano anche la bandiera: e quello è il recinto familiare esclusivo, la tribù. Dopo vengono i panini, le birre e l’ascolto.
Il giorno successivo vado a un concerto jazz, anziani musicisti dallo spirito guascone e cameratesco si cimentano con l’improvvisazione e colloquiano con il pubblico. Non traggo tutte le emozioni che l’esperienza può offrire, e dentro di me ne chiedo perdono agli amici jazzisti lasciati a Cagliari. Piacevole invece la mattina, uno spettacolo shakespeariano improvvisato da giovani in un giardino. Di sera distribuisco volantini pubblicitari di un film, mettendomi i fila poi in un seminterrato per riscuotere i dieci dollari. Al ritorno, sulla subway, dai giornali sfogliati dei viaggiatori apprendo dell’elezione di papa Luciani.
Nei giorni seguenti, argomento caldo è la distribuzione del film dei Taviani su Padre padrone di Gavino Ledda e la pubblicazione della traduzione inglese dell’opera da parte della casa editrice Urizen. Nel recarmi ad intervistarne l’editore ripasso mentalmente le recensione del romanzo che l’anno prima avevo scritto su Tuttoquotidiano.