Avremo l’onestà di capire?

Dal personale al sociale. Ieri Gavino Ledda si è emancipato da una società chiusa lottando e studiando da solo, raggiungendo sempre da solo alla fine la liberazione completa con il romanzo che avrebbe poi vinto il premio a Viareggio. Oggi milioni di persone spettatori del film premiato, tratto da quel romanzo, potranno giovarsi in due ore di una lezione di vita costata decenni di doloroso travaglio. La felicità di un uomo, la sua liberazione si è socializzata.

La storia di Gavino del pastore analfabeta che si riscatta conquistando la parola giunge alla fruizione popolare sarda con la forza di uno stimolo e di una speranza inattesi.

I politici sono sempre rimasti sbigottiti nell’assistere all’azione rivoluzionaria contenuta non nei loro atti ma nel genio e nella libertà di un uomo solo; i baroni tedeschi del Cinquecento non si resero addirittura conto del significato della traduzione della Bibbia fatta da Martin Lutero, con la quale prendeva rigoroso impulso la formazione della lingua letteraria tedesca, senza della quale non avremmo avuto Goethe e Brecht.

Qual efficacia avrà in Sardegna un film come Padre padrone, quale dibattito sarà capace di suscitare?

Da quel che finora si è capito un sardo riceverà dal film più che la narrazione avvincente di quella che Tullio Kesich ha definito “una tragedia sociale vista attraverso la dilacerazione di un essere umano”. Riceverà, su una linea già intrapresa nell’isola dall’editoria e dal teatro, un formidabile strumento di conoscenza di sé e della propria storia.

 La Sardegna dei contadini, degli operai e degli studenti mobilitati da anni per una emancipazione ed una lotta che li accomuna, come voleva Gramsci, ai contadini, agli operai e agli studenti di altre regioni italiane, ha intrapreso soltanto da poco un’altra lotta, più “privata” e “nazionale”, quella per la conoscenza di se stessa, della propria lotta, dei condizionamenti ricevuti, delle tradizioni della cultura, della lingua espropriata

Ebbene il film dei Taviani sembra porsi in questa direzione, come forza propulsiva di dibattito davvero eccezionale. Il simbolo racchiuso nell’opera subito avvertito alla proiezione di Cannes — la parola come arma ribelle che rompe il silenzio — potrebbe calarsi nella cultura e nella politica della nostra regione come alimento concreto delle fatiche quotidiane dei sardi che lottano per il progresso della loro terra terra, come bandiera di una rivoluzione culturale. La Sardegna, come Gavino, vincerà quando avrà vinto il silenzio che le chiude la bocca da secoli. Avremo la forza di ascoltare?

La televisione italiana produttrice del film ha dato, forse senza volerlo, dopo il dubbio “verbo” universale zeffirelliano, un verbo, questo sì, attivamente storico, buono per i sardi che giacciono ancora nei lacci della non conoscenza, tanto comodi a chi vuol far rimanere la gente dei paesi ancora spaccata in “cavalline” e “cavalieri”, poveri e ricchi.

Un “verbo” buono non solo per i sardi.  Come hanno evidentemente concluso i giudici di Cannes.

Tuttoquotidiano, 28 maggio 1977

Eccomi dunque seduto di fronte al giovane direttore di Urizen. Dalle prime parole scambiate capisco che è felice di questa improvvisa incursione, curioso di parlare con un conterraneo di Ledda. Per me l’emozione di un piccolo colpo giornalistico, un altro al rivale cagliaritano.