Un’esperienza nuova
Orgosolo, 31 gennaio
Chi segue attentamente le vicende dell’Odin Teatret e del suo giovane regista italiano Eugenio Barba ci avrà senz’altro invidiato il privilegiato osservatorio in cui la tournée sarda di Barba ha posto in questi giorni noi pochi che in Sardegna ci occupiamo di teatro. Nelle due settimane in cui l’Odin è stato in Sardegna, infatti, si sono concentrati tali fatti riguardanti la vita del famoso complesso teatrale danese da meritare ciascuno un lungo discorso a parte.
La semplice venuta in Sardegna, per cominciare. Barba è venuto nella regione più lontana dal dibattito culturale che il suo tipo di teatro sembra presupporre. Ed è andato, col suo eccezionale spettacolo, gratuitamente, presso i contadini e i pastori di S. Sperate e Orgosolo.
Non è da poco ospitare le ultime repliche di uno spettacolo di Barba, nell’occasione La casa del padre. Dopo Orgosolo, infatti, questo quarto spettacolo dell’Odin andrà in cantiere, e con lui, come è prassi del gruppo danese, lo staff dello spettacolo. Ciascun componente di questo spettacolo, che ha tre anni e mezzo di vita (tra preparazione e distribuzione), prenderà la propria strada, forse fondando altri gruppi teatrali. Soltanto alcuni resteranno per preparare il prossimo spettacolo assieme ad altri elementi nuovi.
E qui siamo alla notizia più sostanziosa, che soltanto qui in Sardegna, crediamo, è passata da “voce” a fatto concreto: il prossimo spettacolo dell’Odin si farà in Italia, nel Salento (Barba è nato a Lecce). Per cinque mesi, a partire dal prossimo maggio, il magistrale teatro di Barba succhierà quindi umori meridionali.
Da quest’ultima notizia risulta ancora più chiaro il ruolo che la tournée può aver giocato in quella che già si prefigura come una nuova fase artistica del giovane regista italiano: la conferma di un’intuizione, l’incoraggiamento a un teatro “più popolare”. Si pensi al valore non occasionale (tutto è rigore nel teatro di Barba e non c’è spazio per le eccezioni) del numero di spettatori dell’ultima rappresentazione orgolese, sarda e dello spettacolo avvenuta la sera di sabato 26: oltre 200. Non crediamo, ripetiamo, all’occasionalità dell’aver infranto il canonico numero di 60. Crediamo invece che la Sardegna abbia significato per Barba la decisione di cambiare qualcosa.
Non che il suo spettacolo in Sardegna, a suo modo, non abbia significato “teatro popolare”. Il modo è quello di “usare” uno spettacolo, affascinante anche se incomprensibile, per l’animazione culturale e civile di una piccola collettività: S. Sperate e Orgosolo, nel nostro caso.
“Quello che ha impressionato soprattutto Barba”, mi diceva Ferdinando Taviani, “è stato il cambiamento dei rapporti tra la gente e il gruppo a S. Sperate, man mano che passavano i giorni”. Lo spettacolo era, cioè, diventato il momento in cui la gente vede in scena le stesse persone viste per strada e al bar e in campagna. “Festa teatrale”, nel suo significato più nobile, s’è detto.
Ma questo è troppo poco, secondo noi. Senza rincorrere l’utopia di un gruppo agente sempre su una propria fetta di realtà (obiettivo verso il quale in Sardegna si stanno indirizzando alcuni gruppi teatrali sardi), occorre dare allo spettacolo connotati molto più vicini alla cultura sarda e meridionale, non dimenticando che se si può ancora ipotizzare, su certi temi (esistenziali ad esempio), un’universalità della cultura, non si può trascurare i molti altri riferibili subito, quotidianamente, senza troppi inciampi di simboli, alla vita della nostra gente.
La Nuova Sardegna, 1 febbraio 1974