Interessante “non spettacolo” di Alkestis

Presentato da un gruppo cagliaritano animato da Pierfranco Zappareddu

“Cari deliziosi corvi”, da Asturia, e Rocha, per sessanta spettatori

Dopo una pausa estiva, corrispondente ad una diminuita attività teatrale presso tutti i centri produttori, Situazione teatrale riprende ad informare i lettori su quanto di più significativo il teatro italiano presenterà nella stagione che sta per iniziare.

Oggi cominceremo da casa nostra. Nel nostro intervento di fine luglio avevamo promesso notizie sui gruppi sardi. Ebbene ce n’è uno a Cagliari che ci sta preparando una grossa sorpresa per ottobre. La sorpresa sarà ancora più produttiva di quel che si propongono i componenti del gruppo se il pubblico avrà modo di conoscere un po’ per tempo le caratteristiche dello spettacolo. Si tratta infatti di un “non spettacolo”, se così si può dire. Perché non provochi un puro trauma, è bene parlarne. Siamo andati alle prove, abbiamo conversato con loro. Cominciamo a dirvi di cosa si tratta.

Di lui, di Pierfranco Zappareddu, fondatore, animatore, attore e regista del gruppo, parleremo in un’altra occasione. Non troppo tardi però, perché a fine ottobre partirà per la Danimarca. Anche di teatro si emigra.

Cari deliziosi corvi dedicato a Miguel Angel Asturias su materiale di Glauber Rocha (Antonio das Mortes, Il Dio nero e il diavolo biondo), sono “75 minuti di rappresentazione per 60 spettatori”, il risultato di una sperimentazione iniziata nel settembre ’72 ad una media di 5-6 ore di lavoro giornaliero.

Dovrei a questo punto dire qualcosa sui contenuti e i significati del lavoro.

Il lettore abbia un po’ di pazienza. Più volte ho fatto queste domande ai ragazzi dell’Alkestis: oltre che a Zappareddu, a Franca e Gabriella Piccaluga, Annalisa Achenza, Carlo Zuddas, Corrado Fois, Massimo Michittu, Gabriella Boscolo e Renato Trogu. Le risposte deviavano sempre su descrizione di movimenti, oggetti, fenomeni. «Credo che il nostro spettacolo finirà col costringere lo spettatore non a scoprire il senso unico che vi sarebbe presupposto, ma a creare egli stesso un suo proprio senso ed itinerario nella rete di immagini e di suoni misteriosamente significativi che l’hanno investito durante l’accadimento teatrale», mi dice Pierfranco.

L’idea di teatro che muove lo spettacolo fa capo ad una delle personalità più importanti ed affascinanti del teatro di questi anni: Jerzy Grotowski.

Questi ritiene la propria professione di regista un ramo particolare della pedagogia e si propone di risvegliare la spontaneità creatrice dell’attore indirizzandola a fini precisi. Cinque anni di pratica hanno precisato e definito i principi che regolano l’attività del suo “Teatro-laboratorio”, che ha sede a Wroclaw, in Polonia, e il cui statuto dice: “Il Teatro-laboratorio si pone l’obiettivo di studiare, mediante esperimenti pratici, i problemi del teatro tenendo particolarmente conto dell’arte dell’attore”.

Il “Teatro-laboratorio di Alkestis” media l’idea grotowskiana attraverso l’esperienza del suo più illustre allievo, l’italiano Eugenio Barba, che a Holstebro, in Danimarca, ha fondato l’Odin Teatret, presso il quale Pierfranco Zappareddu opererà nei prossimi anni, avendo superato l’esame che l’ha ammesso a frequentare un corso di formazione e perfezionamento.

Le prove di Cari deliziosi corvi, a cui abbiamo assistito, sono precedute da esercizi di concentrazione, respirazione, ritmica vocale, ritmica mimica, il tutto in una oscurità rischiarata solo da mozziconi di candele accese. Identica oscurità per l’azione scenica vera e propria, che in prova non è ancora giunta al grado di successione regolare delle scene. Predominano gli oggetti: un coltello, un grande uovo, una coltre, una vasca da bagno, tubi e ferraglie, un violino, una carriola, un tavolo, 12 bastoncini, un tamburo, un grande pane. E predominano movimenti e non parole ma fonemi. «Il testo non si trova in altro luogo che nel corpo vivente degli interpreti — dice ancora Pierfranco — non c’è “logica drammatica” …, non vi è filo conduttore… E tuttavia vi è senso, vi è azione, vi è tempo».

Abbiamo seguito questo “flusso di spettacolo” fino al suo contatto ufficiale col pubblico, occasione per conoscere un altro sardo che se ne andava, per compiere un viaggio dentro una straordinaria idea di teatro e per testimoniare dell’esperienza in Sardegna della prestigiosa compagine europea, il danese Odin Teatret che se ne fa interprete.

La Nuova Sardegna, 29 settembre 1973