«Ritratto notturno di un attore» rappresentato a Cagliari
Dovendo parlare di uno spettacolo teatrale visto a “Spazio A” di Pirri-Cagliari, alla prima di Ritratto notturno di un attore del gruppo Domus de janas, confidiamo per prima cosa al lettore imbarazzo. Imbarazzo di una categoria di giornalisti, i “critici di teatro”, che sempre più difficilmente riescono ad afferrare il senso del loro lavoro. Merito del teatro: questa l’unica conclusione; il teatro che è rimasto unico strumento di autentica libertà e imprevedibilità nel campo dei mezzi di comunicazione, tutti bene o male standardizzati, industrializzati, programmati, rassicuranti bersagli fermi per l’osservatore di professione.
Ora, se il teatro è un bersaglio mobile, il teatro fatto da gruppi come il Domus de janas è un oggetto inafferrabile.
Certo, imbarazzo e crisi ci prendono quando, chiamati a riferire dello spettacolo messo in scena in un teatrino di Cagliari, leggiamo poi che una delle esperienze essenziali per capire il lavoro di questo gruppo ci è irrimediabilmente sfuggita. Chi di noi infatti ha potuto seguire il gruppo a Mikrolimni, un villaggio di 50 anime della Macedonia greca, dove i ragazzi del “Domus” si stabilirono dopo il rifiuto delle autorità della Macedonia jugoslava? E nelle “modeste” locande e circoli giovanili dei “piccoli centri” del Belgio, dell’Olanda e della Jugoslavia, dove i due fondatori del gruppo, il sardo Pierfranco Zappareddu e il veneto Diego Furlan, tennero seminari sul lavoro dell’attore e diedero spettacoli? E in Spagna, con quel “concierto”, documento di lavoro accompagnato da danze a base di banjo, maracas e canti gitani; e in Svizzera, e a Gavoi l’anno scorso? Nessun “critico” lo ha potuto fare.
E allora che deve fare il “critico”? Fare la recensione di una cosa, lo “spettacolo”, che non è che la punta emergente di un lavoro teatrale ben altrimenti articolato, tralasciando l’informazione e la critica su tutto quel lavoro di radicamento presso piccole comunità, sul disegno di arricchire il proprio bagaglio espressivo e comunicativo, di mettersi individualmente in crisi come uomini?
Evidentemente non resta altra soluzione. Anche se avremmo preferito che il gruppo onorasse il ritorno in Sardegna del suo fondatore non solo con il motivo musicale sardo messo a chiusura dello spettacolo appositamente per la tournée nell’isola (di Sardegna non si può parlare a Parigi?) ma anche con un seminario aperto sulla ricca e interessante esperienza dei “viandanti”, in cui al pubblico indifferenziato della grande città e agli operatori culturali si offrissero analitici strumenti di conoscenza.
Fascino è la parola più usata nelle cronache critiche degli osservatori degli spettacoli prima di Grotowsky, poi di Barba, ora dei numerosi gruppi sparsi per l’Europa che, al pari del Domus de janas spezzano il pane del gestuale formando tante piccole isole di felice, anche se sofferta, liberazione espressiva.
E affascinante è stato anche questo Ritratto notturno di un attore che Felipe Balucani, Maria Grazia Bornioli, Giorgio Di Lecce, Diego Furlan, Jetto Sinkiaer, Paolo Atzeni, Roberto Secchi e Maite Aguirre, assieme al regista Pierfranco Zappareddu, hanno presentato con sicuro piglio professionale e ardente spirito comunicativo.
Saletta organizzata a rettangolo, spettatori intorno, spazio libero al centro. Si snodano i vari episodi. Momenti convulsi, ebbri di gioia panica e strazianti di dolore. Nudità dei corpi, vocalità minima. Figurazioni allusive (si deve capire o no, chiedevano poi gli spettatori perplessi, e se è l’irrazionale che si stimola, si deve razionalizzare, dopo, l’irrazionale?): un lavoratore oppresso da pesi è sconvolto da ordini convulsi, un bevitore inebriato, una madre, riti erotico-religiosi, un non violento, un orgasmo con la croce…?
Capire non è importante, diceva Barba nel gennaio ‘74 a San Sperate. Lasciarsi portare, certo; con quella incantevole fisarmonica, chiave di tutto il teatro gestuale… Ma portare dove? In questa crisi non si chiede un sia pur esile filo di Arianna razionale?
L’équipe, ripetiamo, ha dato una magnifica prova, frutto di lunga e seria preparazione. Forse c’è da omogeneizzare ancora di più il linguaggio, evitando le mescolanze, è stato pur detto.
Ma quel che manca soprattutto per quanto riguarda lo spettacolo, è il passo in avanti rispetto a Barba. Lo spettatore è ancora un guardone. Quando parteciperà? Forse quando gli spettatori saranno solo gli abitanti dei villaggi toccati dai “viandanti”. Se il teatro gestuale è anche radicamento e animazione è là che frutta di più.
Tuttoquotidiano, 31 dicembre 1977