Una vita per il Teatro
In Sardegna, negli anni tra i ’50 e i ’60, attorno a noi ventenni aspiranti attori ronzava una vivace dialettica politica. Ne avevamo ricavato che lo statuto speciale sardo ottenuto era stato sprecato, non erano nati vera ricostruzione e vero sviluppo. Imputata era la Regione: errato piano di Rinascita, servitù militari, petrolchimica, speculazioni edilizie. Uno scrittore-intellettuale, Salvatore Mannuzzu, lo sintetizzerà nel titolo di una sua opera, Finis Sardiniae. E il contesto cagliaritano era il peggiore che si potesse ipotizzare: “prevalere di una classe commerciale priva di una filosofia che non sia quella degli affari, assenza colpevole di un’autentica classe colta”, ne sintetizza lo spirito Giorgio Todde, intellettuale isolato. Deserto area fabbricabile, dirà il pittore… Se volevamo fare teatro dovevamo pensare noi a darci un’organizzazione. Andare in scena era l’ultimo atto: prima c’era da trovare luoghi di lavoro e risorse economiche.
Il primo mattone era un luogo dove lavorare. I teatri o erano chiusi o erano mal gestiti. Mancavano scuole, una legge, una tradizione. Trovavamo soltanto gare poetiche dialettali, cerimonie della Settimana Santa, feste popolari rituali: un teatro “improprio”. E un teatro dialettale puramente letterario e disgiunto da esperienze precedenti o collaterali di teatro colto, come a Venezia e a Napoli. Pure con i suoi limiti, però, grazie alla natura scenica e alla continuità d’azione, il teatro dialettale costituiva l’unico punto di riferimento. Un ruolo propulsivo vi svolge, negli anni ‘50, la sede regionale Rai, ospitando autori ed attori, stimolando indirettamente la nascita di piccoli gruppi. E ancor più tra il ‘46 e il ‘48, quando, godendo di un’autonomia di programmazione che occupa buona parte della giornata, affida numerose produzioni al regista Lino Girau; i suoi attori, tra cui Aldo Ancis, Ninì Cao Sacerdoti e Giampaolo Loddo, vanno in onda in diretta ogni settimana con testi di Giacosa e Pirandello. Dopo Girau, regista sarà Antonio Prost.
Nel ’67 l’antropologo Michelangelo Pira vi opera una profonda innovazione con la prima trasmissione radiofonica bilingue, Controgiornale di Radio Sardegna. Del salto di qualità è testimonianza anche la trasposizione radiofonica fatta da Alberto Rodriguez, di Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, regia di Lino Girau, protagonista Gianni Esposito.
Nel teatro dialettale il merito maggiore va alla compagnia dei Fratelli Medas. Il loro lavoro, sostenuto da una passione eccezionale, comincia la sera di un secolo fa, maggio 1920, quando nell”ottocentesco Politeama Regina Margherita di Cagliari va in scena Su bandidori di Vincenzo Efisio Melis, protagonista Rachele, la capostipite di una famiglia di dieci attori, la cui attività si prolunga fino ad oggi, percorso coronato nel 1984 al neonato Teatro dell’Arco, con Cinixiu, regia Enzo Parodo, interprete Tonino Medas, il mancato Eduardo sardo.
Tornando indietro a un giorno del 1990 lo ricordo attore impegnato con me in un set cinematografico nei panni di un vecchio bonario contadino. Lo interrogo su un furto di reperti archeologici. Fortissima l’emozione di recitare con lui: occhi puri e ingenui, viso grave di una vita tirata con i denti, una sofferenza pudica rivelata dal sorriso, un riserbo nobile, una ritrosia, una titubanza, segno di qualche grande spavento subito, paura del risorgere di un’atrocità accaduta sotto i suoi occhi, forse in quei giorni a Birkenau. Questo altrove della sua sensibilità, risorsa dei veri artisti, ne faceva un attore carismatico, qualunque fosse il personaggio.
Le novità teatrali nazionali arrivavano in ritardo e venivano ignorate. Nel 1923 il regista futurista Anton Giulio Bragaglia tenta un esperimento di Compagnia Stabile Sarda che si arena alle prime mosse nello scetticismo generale. L’acceso dibattito suscitato, i contatti con la penisola, l’entusiasmo popolare per la nascente epopea del teatro dialettale ed altre iniziative filodrammatiche di qualità fanno crescere tuttavia l’entusiasmo generale. Anche a Cagliari esiste ormai una forte domanda teatrale. Agli inizi degli anni ‘30 in città agiscono numerose compagnie teatrali, alcune di ottima qualità artistica.
Finita la guerra, Cagliari si ritrova però senza il Civico, sventrato dalle bombe, e senza il Politeama Regina Margherita, distrutto da un incendio. Così, nel ’47, da un vecchio molino, nasce il CineTeatro Massimo, di duemila posti, dapprima cinematografo, in seguito adattato alla prosa e alla lirica; dal ‘48 al ‘55 l’impresario privato Ivo Mazzei vi allestisce stagioni invernali di buon livello, ospitando compagnie di prosa e di rivista. Timidamente la produzione teatrale prende l’avvio. Nel ’53 uno splendido successo registra un Sogno shakespeariano ai Giardini comunali, spettacolo importato della compagnia Brignone Baseggio Santuccio Albertazzi Salerno Toccafondi Lazzarini, mentre Bragaglia ritenta invano la carta sarda con lo spettacolo La giostra nell’azzurro.