Musica, amore e bombe. Verona.
Ci sono poi gli anni veronesi, ’43-’45, della guerra, vissuti da Jole e bambini a Verona, dove li ha colti l’otto settembre, e da Cesare a Lecce, dove ha preceduto la famiglia per riprendere l’insegnamento e dove invece, arrivati gli inglesi, viene fatto prigioniero. Un prigioniero particolare, diciamo un loro beniamino: ogni sera gli chiedono dei pezzi del suo repertorio di virtuoso, Lalo, Sarasate, Paganini.
Per noi piccoli, ricordi di gioia, pur nella tragedia della guerra. Viviamo tra Borgo Milano, a casa della nonna, e Madonna di Dossobuono, a sette chilometri, nella fattoria dello zio Francesco, che la conduce direttamente aiutato dai mezzadri Cordioli. Ci sono i campi, a cui si accede da due stradeline ai margini del canale di irrigazione, e c’è la corte, con una decina di abitazioni, situate a Elle, fronteggiate dalle stalle coi fienili, la porcilaia, il pozzo e un’aia dove, dopo il lavoro scorrazziamo fino allo sfinimento. Anni drammatici, vissuti da noi bambini con il privilegio della spensieratezza, anche se a sprazzi avvertiamo la fatica e l’ansia dei grandi, sentendo parlare di razionamento, mercato nero, tedeschi in fuga diventati belve.
In città, durante i bombardamenti, ci rifugiamo nella cantina, tra i libri e le carrube invendute di zio Adriano, piccolo principe dannunziano in vestaglia di seta, che invece sfida gli aerei standosene bel bello al secondo piano. Di notte, in una casa presa in affitto da sfollati, raggiungiamo di corsa i rifugi vicini, tra i bagliori degli spezzoni incendiari e gli schiaffi per svegliarci di zio Mario fresco di guerra in Russia. Lì il ruggito lontano dei ponti sull’Adige fatti saltare dai tedeschi in fuga, alcuni mischiati a noi nei rifugi.
Anche in campagna il rifugio è la cantina, tra botti di vino e salami appesi a stagionare. Zia Anna scende i gradini col sedere, la paura le paralizza le gambe. I tedeschi li abbiamo fisicamente fin dentro la corte, occupanti. Una sera entrano in casa, forse ubriachi, e ronzano attorno alle donne; avvertendo l’impulso a reagire di zio Francesco, gli si avvicinano e gli calano il cappello di paglia sul viso, alitandogli in faccia qualcosa di minaccioso. Le mascelle serrate dello zio stanno per saltare, poi tutto si smorza.
Per noi ragazzi prevale la spensieratezza dell’età. Su tutto vince la gioia. Le giornate passano come avventure paniche. Ogni cosa che facciamo, all’aria aperta e in libertà, è eccitante, anche semplicemente portare l’acqua dal pozzo in casa e appendere i secchi.
È il 26 maggio ’45, compleanno di Vittorio. Di pomeriggio, mentre giochiamo in giardino, sentiamo una voce che ci chiama dall’altra parte del cancello: “Sono papà!”. Barba di giorni, una specie di divisa caki, pantaloni corti, mani impegnate da violino e valigia, uno dei tanti italiani sbrindellati di quei giorni che ricerca i suoi. Esclamazioni, pianti e abbracci quel pomeriggio a Borgo Milano.
Passa l’estate, la famiglia ritorna a Lecce assieme ad altri sfollati su un camion militare, di quelli con tre panche, due laterali e una centrale. Bambini che frignano, caldo asfissiante, sete. Sosta presso Siena ad una scuola per rinfrescarsi. Il camion sta per ripartire e il Maestro, distratto, rischia di rimanere dentro la scuola. Vittorio ha nove anni, io otto, Elena cinque. Ci aspetta l’ultimo anno leccese, il ’45 -’46.
Estati a Dossobuono
Dalla musica al canto
Ancora Verona, estate ’46. Il dopoguerra apre i cuori, le famiglie si rasserenano. Per noi fratelli e cugini comincia alla fattoria un’epopea gioiosa. Il terzo piano della casa è un granaio-solaio. È qui che dormiamo. Il passatempo, tra cachi a maturare e salami ad essiccare, è il grammofono, un 78 giri su cui ascoltiamo Giuseppe Lugo che canta Mattinata di Leoncavallo.
Ho nove anni, canto anch’io, lo imito. E così faccio imitando Giuseppe Di Stefano. Corde, laringe, cavità, diaframma assecondano la passione del ragazzo, si piegano, si allargano, si modellano: “chiedi al corpo, il corpo ti dà”, condenserò insegnando arte scenica ai cantanti del conservatorio. Dal solaio, preso coraggio, passo a cantare nei campi, sottofondo all’arare, erpicare, rastrellare, raccogliere pesche, uva, ciliegie.
Nessun piacere è più forte però dell’acqua da irrigare. Il Comune la manda una volta la settimana, scalata di due ore, sicché qualche volta arriva di notte. Il primo piacere è sentirla gorgogliare e frusciare sulle foglie residue di una settimana. Arrivata nei campi, la governiamo con un sapiente gioco di apertura e chiusura di paratie. L’orario notturno coincide talvolta con il ritorno da un’opera ascoltata all’Arena: allora è festa grande, torniamo in corte alla mattina con un residuo della voce spiegata per tutta la notte sotto le stelle. Le stelle, allora c’era ancora il tempo e la dimensione per vederle e parlarne.
Quando portiamo la frutta al mercato la sveglia è alle quattro. Mi batto per farmi accettare accanto allo zio Francesco e ad Attilio il mezzadro come terzo passeggero, con coperte davanti per il freddo.