Prime scoperte

Biciclette, ragazze e disegno…che passione!

La sera, prima di cena, sul sedile di pietra vicino alla porta, in compagnia del lento andirivieni dal pozzo, aspetto con trepidazione Orfea, la figlia di uno dei Cordioli che vivono al paese vicino. È il campanello della sua bicicletta ad annunciarmene l’arrivo nella corte, a pochi metri dalla curva che vi si immette. Lo sfrigolio degli pneumatici nel ghiaino, la manovra per appoggiare la bicicletta al muro vicino, ed eccola entrare, dopo un sorriso, nella porta accanto, dagli zii, per ritirare il latte.

Abbiamo dimestichezza con tutti i mezzi di locomozione, la bicicletta anzitutto. La radio porta i successi di Coppi e noi via a pedalare, diventati dei virtuosi, esperti di “surplace” e “chilometro lanciato”! Dallo stradone prendiamo la curva larga per immetterci nella stradelina, bicicletta inclinata, gamba a ventaglio. Sudori e canottiere stese più volte al giorno ad asciugare, elemento costante del paesaggio della corte. Ma al tramonto la bici è anche una compagna-complice delle malinconie del tramonto, in solitarie e lente passeggiate nei campi, con il profumo dell’erba nelle narici.
La moto, per far colpo sulle ragazze; e il trattore, la jeep abbandonata dagli americani, su cui imparo a guidare. Scorribande serali che non si fermano di fronte all’inverno. L’odore della nebbia, mentre si fa quel chilometro in moto, misto al sapore della speranza di una conquista. Ma di conquiste se ne fanno poche. Mamme e preti tengono ben legate e prudenti le ragazze. Ci si limita a vagheggiare, a sfiorarsi, a farsi notare, ad attrarsi: le ragazze lo fanno con le gambe, che ci sventolano sotto il naso quando vanno in bicicletta. Puntano sulle gambe. Il seno, con quei maglioncini attillati, lo tireranno fuori qualche anno più tardi.
Disegno tutto quello con cui ho a che fare, che vedo: bicicletta, cavallo, stalla, jeep, camino. È l’altra mia passione. Disegno dal vero ma ritraggo anche le tavole di Walter Molino sulla Domenica del Corriere.

 

Fine della favola veronese

È il ’48 e tutto cambia. Nel giugno nasce la quarta figlia, Claudia. In autunno papà, vincitore di concorso, arriva a Cagliari e cerca casa. Racconta: “Feci il viaggio su una piccola nave carica di uomini e animali. Arrivai tutto annerito dal fumo della torretta sotto la quale mi ero accucciato. Per attraversare l’isola in treno ci mettemmo tutta la giornata. Esco dalla stazione che il sole sta tramontando e forse proprio quella luce mi fa vedere una città stupenda, inimmaginabile. Trovo da dormire in una pensione. Al mattino salgo al Castello e mi presento al Conservatorio”. A gennaio lo raggiunge Vittorio, che comincia la carriera di secondo capofamiglia aiutando il papà a vivere in quel contesto così nuovo e difficile e a cercare la casa per tutti. Un’odissea, testimoniata da una copiosa, a volte aspra, corrispondenza tra i due genitori distanti un migliaio di chilometri. A Cagliari gli affitti sono cari, nessuno vuole affittare a una famiglia di sei persone. Lassù mamma Jole reclama aiuto: “Che fate, vi divertite? Io qui ho tre figli che mi fanno dannare…!”. La famiglia riesce dopo alcuni mesi a riunirsi, ma indovinate chi paga lo scotto di un necessario alleggerimento dei pesi: Mariolino; sempre io, di nuovo.

 

Un anno di solitudine

Bello, di quell’anno, a Verona, ricordo solo il viaggetto solitario mattutino per andare a scuola, preceduto dal risveglio con le cure di zio Adriano, che si alza e mi scalda il latte versandolo nella scodella d’argento, preparata assieme al resto la sera precedente. Vado a piedi, con la neve, da Borgo Milano a San Zeno, intabarrato come un piccolo esquimese, poi prendo la filovia che mi porta in piazza Cittadella: da lì alla scuola pochi passi. Ma vado male, falsifico la firma dello zio Adriano, imbroglio nel fare i compiti-punizione, faccio la cresta sulla spesa per la nonna. Per di più ho avuto anch’io il mio risveglio di primavera, si sono accesi i sensi, vado cercando dappertutto immagini di nudo femminile.
Permane la gioia della fattoria. Un giorno, con i cugini, mi metto a costruire, adiacente al muro del garage, una casetta per il cane. Mi appassiona costruire ripari. Sin da piccolissimo, a Lecce, il piacere di allestire con i fratellini un tettuccio con delle sedie capovolte ricoperte da lenzuola. Procediamo con mattoni, cemento e cazzuola, quando, è già fine mattina, si profila lontano sulla stradelina l’inconfondibile falcata regolare di zio Francesco. Ferma la bicicletta proprio davanti a noi, poggia il piede e, ancora in sella alla sua vecchia Ventotto: “Mariolino… sei stato rimandato con quattro materie!”
Nonno Antonio può cominciare le sue perfide battute vendicative (gli toccavo la bicicletta e i fiori): “Quattro materie! M’aggio a fa ‘na risata ‘azz! E mò…. Tuo patre…!” E i compagni e anche qualche insegnante: “Dove vai? Vai tra i banditi…!”, quando annuncio la mia partenza per la Sardegna l’anno successivo. A settembre vengo bocciato. Sono talmente offuscato che non ricordo nemmeno la data della scoperta dell’America. Ricordo invece la giovane insegnante di geografia, che mi consola mentre piango alla fine dell’interrogazione, immagine che ritornerà poi spesso nelle fantasie erotiche. Ripiombo nel connaturato stupore solitario, che trova facile breccia. Nel silenzio del meriggio gioco da solo facendo scorrere un carrettino con lo sterzo snodabile sul marciapiede di cemento che circonda la villetta; ascolto musica alla radio, faccio i compiti, disegno, sto col nonno Antonio che cura orto e giardino, ammirandolo perché per stare vicino alle sue aiuole sfida l’acquazzone riparato dall’ombrello.