Sardegna, una nuova vita

Dall’Adige al Tirreno, dalla città gaia all’isola di demoniaca tristezza

1949. Undicenne, con addosso ancora i pantaloni alla zuava del tramontato dominio austroungarico, sbarco a Olbia. Comincia l’avventura nella “terra che non ride” di un ragazzo veronese allegro, allegrissimo, pensieri, lingua, modo di relazionarsi; così che, tra la scaletta della nave che scendo e il piano su cui metto i piedi, colgo subito le differenze, colori scuri, parlata ruvida, a fronte dei colori pastello e dei suoni garruli. Da una fattoria a un castello, il quartiere antico di Cagliari, dove raggiungo i miei in una casa dove viviamo in coabitazione con tre anziane sorelle. Una soluzione di ripiego, quasi caritatevole. Nel dopoguerra italiano una famiglia con quattro figli trovava le strade sbarrate.
Soluzione che si ripete dopo pochi mesi in un’altra casa di Castello presso la signora Cosseddu, che ama libri, film e gatti, spasima per Tirone Power e forse anche per un altro pensionante, un giovane prestante di nome Cristo che dorme in una branda nel corridoio.
E ancora un susseguirsi di arrangiamenti, subaffitti. La casa appena costruita e affittata senza porte d’ingresso. Infine la quarta in via Martini, secondo piano, ingresso e studio con pianoforte, di lato la grande camera da letto e al centro il soggiorno, che dà a un’altra camera, alla cucina e al bagno. Una casa ampia, con un pavimento traballante un po’, sia per qualche mattonella troppo storica, sia per l’esuberanza dell’ormai quindicenne secondogenito che, quando resta solo, al posto di sparare le sue arie da tenore, si mette a colpire di testa la palla fatta rimbalzare sul muro, rischiando ogni volta di buttar giù il busto di gesso della Madonna posto in cima all’armadio.

La casa ha la cucina prospiciente piazza Palazzo, dove è la sede del Conservatorio di musica. Papà insegna lì. Le sue allieve di violino fanno ingelosire la mamma e quella posizione della casa la premia: dalla finestra può tenere sott’occhio il suo maritino minuto per minuto, all’uscita dalle lezioni, e condurlo con lo sguardo, diritto diritto, senza fermate intermedie, al desco familiare.
Subisco la chiesa, timido con le ragazze, vivo il risveglio dei sensi in una solitudine acuita dal concetto di peccato. Caduto nelle grinfie ecclesiastiche, la natura ipersensibile di quegli anni mi fa subire l’incanto e lo stupore mistico dell’incenso, delle ampie volte, dei canti corali. La comunione alla messa domenicale delle otto vale l’ingresso gratuito al cinema della parrocchia. Sono per lo più film edificanti, con finale che premia con un bacio l’eroe. Ne ricavo un modello, bene operare in imprese eroiche, che non trova però riscontro in una realtà concreta già poco identificabile da parte mia. Spaesato, mi costruisco un’etica falsa da gentiluomo, che rifiuta l’usuale e si preserva per l’eccezionale, strada per una solitudine sempre maggiore. Esco dal cinema eccitato, voglioso di agire, la testa permeata di bei gesti, incontro ai quali corro felice, anche fisicamente, scendendo di corsa le scale della chiesa, della piazza, per raggiungere casa e mettere i sogni al sicuro, al tiepido della quiete domestica.
Lo studio diventa allora non un dovere, ma il piacevole campo di sperimentazione del bel gesto. Divento il primo della classe, quello dal quale copiare i compiti. Cerco affannosamente altri modelli, sostituendo Corsaro nero, Tremal Naik e Tex Willer con Fausto Coppi, ascolto avidamente le cronache del Giro d’Italia o del Tour. Nella maschera corrucciata di Fausto leggo un fondo malinconico che me lo rende fraterno, mi identifico in lui nel ritratto di Orio Vergani: “Le lunghe fughe solitarie altro non sono che un doloroso soliloquio col mondo, con se stesso, e forse con un male che porta dentro”.

 

Amour, c’est l’amour

Dopo l’invaghimento da dodicenne per la contadinella Orfea, il desiderato, misterioso, oggetto amoroso assume fattezze più concrete ai sedici. Nell’estate ’52 conosco una ragazza veronese, maggiore di due anni, che vive in un paesino dell’alta Savoia alle porte di Ginevra, è tornata d’estate dai suoi per trascorrere una vacanza ad Arzeré, piccolo paese di montagna, dove soggiorno con nonni e zii. In autunno scambio di lettere e cartoline, a Natale regali, attenzioni che l’anno successivo mi incoraggiano a intensificare il rapporto e ad organizzare un incontro. Ed eccomi, presa la licenza ginnasiale, ancora solo, con l’assistenza di un’anziana domestica, solcare il mare, arrivare a Verona e ripartire con una corriera, accompagnato da papà. Fondata o meno la necessità di riposo e rigenerazione in montagna dopo la licenza, i miei, buoni e ingenui, forse con senso di colpa, hanno affrontato la spesa. Papà Cesare mi lascia i soldi, guarda la stanza dell’alberghetto, lavabo e caraffa smaltati, fa le ultime raccomandazioni e riparte.
Comincia la mia villeggiatura. Mangio con gli altri pensionati e il pranzo termina sempre con quella pesca unica nel piatto: per me, che vengo dalle ceste piene di Dossobuono… Mi soccorre un altro tenero: l’incavo dell’ascella in cui la cameriera mette il braccio per tagliare le unghie della mano destra. Non è una ragazzina, ha l’età giusta per avviare il ragazzo all’amore, come dai romanzi dell’epoca. Ma non succede che quel brivido, il giovane eroe ha la testa altrove. La mattina mi alzo presto per compiere il rito preferito: guardare da lontano l’amata al risveglio, la sua casa di fronte al boschetto dove vado a respirare la prima aria mattutina. Ci incontriamo nei pomeriggi e andiamo a passeggiare nel boschetto a raccogliere ciclamini. È in quel profumo che colloco il ricordo del primo approccio amoroso. Camminiamo silenziosi, timidi, non sapendo cosa fare e cosa dire, almeno io. Quel profumo è tutto: silenzio, sguardi, lieve sfiorarsi con le mani per aiutarsi nei punti scoscesi, tramestio di fronde, fino allo spiazzo sul pendio che dà sulla strada, dove ci sediamo stanchi. Emozione che cresce, labbra che s’incontrano. Ho poco meno di sedici anni.
L’estate successiva ci diamo convegno a Verona, nel Lungadige tra Ponte Nuovo e Ponte Navi. Mi presento in giacca e cravatta, secondo lo stile borghese imparato. Mi spogliano baci roventi, tra le fronde delle Torricelle. Il fuoco divampa in altri incontri, ma lo spengono parole da marcia nuziale.