Ritratto di famiglia

Una famiglia musicale. Ritratti.

Nell’Italia dei primi anni Venti non era un caso cominciare a lavorare da ragazzi. Mio padre Cesare, ad esempio, rimasto orfano a otto anni del genitore caduto nella Grande Guerra, lavora nei cinema di Salerno per aiutare la madre suonando il violino durante i film muti.

Studia anche al Conservatorio di Napoli, salendo all’alba sul treno ancora insonnolito. Diploma a diciotto anni, incarico d’insegnante al Liceo musicale Tito Schipa di Lecce.
Suona il pianoforte, negli stessi anni, a centinaia di chilometri, a Verona, mia madre Jole, viso puro dall’espressione disarmata, figlia del maresciallo Antonio Froncillo.
Il Maresciallo è anch’egli musicista. Suona la cornetta nella banda dell’Esercito. E deve essere molto bravo se gli arriva un’allettante proposta dalla banda cittadina del Comune e rifiuta: “Eh no, cari miei, perché se mi rompo il labbro, l’Esercito mi paga, il Comune no!”.
Cesare e Jole si incontrano al mare di Salerno, la musica alimenta un’intesa già facilitata dall’incontro di due giovani bellissimi. Nel ’35 il matrimonio. Comincia a Lecce la strada della coppia.


Tra musica e giochi. Lecce.

Dall’unione nascono tre figli. Ricordi fervidi, alimentati dal grande calore umano e affetto che unisce la famiglia. Il più attento a tutto questo sono io, da subito Mariolino, esile di struttura e soprattutto d’anima, dalla vivacissima vita interiore, alterno momenti di vitalità e d’entusiasmo a momenti di malinconia, sono un sognatore, “un guerriero di cause perse”. Negli anni sono andato alla ricerca delle cause. A quindici mesi strappato alla mamma: nonna Tina mi fa prelevare a Lecce dal figlio Adriano, spedito a portare viveri alla sorella, e mi tiene a Verona per un anno. All’asilo raccolgo i gomitoli di lana alle suore, mio fratello Vittorio invece le prende a calci e a casa trova e mangia lui i cioccolatini che nascondo per gustarli più tardi. A contrasto, le gioie. Casa piena di suoni e calore, gli esercizi al violino di papà, suonano anche la mamma e i colleghi in visita, concerto nel piccolo salotto, festa che continua anche quando ci mettono a letto nella camera accanto. Ci addormentiamo con la musica.
Papà va spesso in giro per concerti, in alcuni accompagnato dalla mamma. Per necessità suona anche alle messe o ai matrimoni. Le lacrime di noi bambini, quel giorno, a vedere il nostro pianoforte uscire di casa affittato per bisogno e vederlo poi suonare da altri di notte in piazza Sant’Oronzo!

Giochiamo sulla terrazza.  Archi e frecce con gli ombrelli rotti. A guardie e ladri nella strada, nei cortili, tra le macerie, affannate corse a comprare Il Corsaro nero, Le tigri di Mompracem di Salgari. E le mattine di domenica in famiglia a comprare le paste al bar; il negozio del pane, gli sfilatini di cui ci disputiamo i cocozzetti… L’esame alle elementari, quaderni, inchiostro, penne e astucci… E il bagno di casa, la vasca, d’inverno guardo ammirato papà che prima guarda l’acqua fredda scorrere, poi l’affronta con ampie bracciate.
In cucina guardare la mamma alle prese con patate e frittelle, disputarsi la porzione di frittata che contiene il pezzo di pane messo nell’olio come assaggio, il prezioso latte in polvere americano; il salotto adiacente, pianoforte, divano, poltrone; la camera da letto, al centro papà e mamma, ai lati noi; il corridoio, l’ingresso, la cassapanca dentro la quale, un anno, troviamo i regali di Babbo Natale.
Le scale, con la ringhiera usata come scivolo, il cortile, la strada, il viale delle ghiande costeggiato dal muro che porta in campagna, la tenuta piena di alberi e di canne dove si compra il latte, il prato con l’erba alta, il gusto di fenderla correndovi dentro, la spiaggia di San Cataldo…