Il sogno del CUT

CUT – Centro Universitario Teatrale

Come ciclisti lungo l’Izoard. Nasce il teatro moderno

Nel 1959 si forma e si consolida a Cagliari un Centro universitario teatrale che quattro anni prima, con atti unici di ’O Neill e Wilder, aveva fatto una fugace apparizione, animato dal poeta Marcello Serra, dall’antropologo Michelangelo Pira e dai fratelli Carlo e Giovanni Sanna. È questa struttura, mentre anche a Sassari nasce un interesse giovanile, a farsi interprete del teatro sardo moderno di stampo europeo.
Cagliari, Castello, parte alta della città. Il sole inonda via Università. Al numero 36 siamo un bel numero in attesa di quello che viene. Nella saletta affollata un tavolo con i dirigenti universitari. Presentazione del progetto, domande, dibattito. Ci si osserva, ci si sceglie. Un ragazzo appoggiato alla parete dice cose sensate con una bella voce. È Gianni Esposito, che subito avverto congeniale. Un altro, Giovanni Sanna, prende subito le redini della riunione. Non lo sappiamo, ma stiamo per formare il trio che arriverà lontano. Gianni, il più vivido intellettualmente, demistificatore di qualsiasi dogma, spiritualista audace, poeta, amabile amico ribaldo, di cui sento sempre ronzare sulla testa lo scetticismo calmo della sua visione spirituale delle cose. Giovanni, ricco umanamente e preparato su tutti gli aspetti dell’operare, che poteva amare il teatro ma facilmente lasciarlo, come avverrà, se avvertiva aria di pasticci e imbrogli o se non approdava alla concretezza. In seguito, il gruppo si sfilaccia, rimaniamo in sette-otto, si va via, ma l’équipe che si metterà al lavoro per il decennio che inizia s’è formata. Seguiranno numerosi altri, che si dissemineranno lungo l’arco degli anni Sessanta come ciclisti lungo l’Izoard.

Incontri, riunioni, fantasticherie, idee. Ci entusiasma la lettura di Sipario e Dramma, le riviste specializzate. Progetti che si arenano per la solitudine. In soccorso il femminile, come spesso accade. La nostra Mariella, che studia Lettere, racconta di noi al suo prof. Del Monte; questi, scoraggiato anch’egli forse dal clima politico di Cagliari, per aiutarci le chiede se conosciamo pretaglia, mamma chiesa; avutane risposta negativa, ci propone di leggere in pubblico una serie di opere del teatro contemporaneo francese di cui tiene un corso. È la svolta. Con un manifesto annunciamo per l’anno successivo un corso di dizione e il ciclo di letture recitate su esistenzialismo, spiritualismo, avanguardia, pochade, Camus, Sartre, Beckett, De Montherlant, Roussin.
L’anno dopo le letture si susseguono a ritmo serrato, ogni tre giorni, nella stessa via, al numero 47, nella sala dell’associazione universitaria Lauc (Libera associazione universitaria cagliaritana), dove ci alterniamo col jazz di Marcello Melis e Alberto Rodriguez, con gli artisti del Centro di cultura democratica, Brundu, Casula, Mazzarelli, Staccioli, e anche con i balli universitari, unica via di accesso, in anni repressivi, al mistero femminile. Sullo stesso pianerottolo, il Gabinetto delle Stampe di Nicola Valle.

 

Vittorio Gassman, Giuseppe Dessì

Il nuovo fermento teatrale è ampiamente messo in luce dai mezzi d’informazione, che lasciano il campo del puro elogio per dibattere e sviluppare il tema della rinascita culturale della Sardegna. Punta più vibrante di questo dibattito è l’incontro Cut-Vittorio Gassman. Saputo che l’attore si trova a Cagliari con L’Adelchi, non ci lasciamo scappare l’occasione organizzando un accesissimo dibattito con lui e i suoi attori.

Nello stesso anno partecipiamo al riallestimento in Sardegna, da parte dello Stabile di Torino, de La giustizia di Giuseppe Dessì, regia di Giacomo Colli, regista emergente in campo nazionale. Un esperimento semi-produttivo del Comitato per la valorizzazione dello spettacolo in Sardegna, nato questo stesso anno, formato da appassionati della prosa vicini ai settori di governo della città e della regione, quasi emanazione del quotidiano l’Unione Sarda.
Il successo de La Giustizia è modesto, un relativo fallimento, il pubblico non dà quella risposta positiva entusiastica che la Regione si aspetta, premessa necessaria all’attecchimento della vecchia idea di una Compagnia Stabile Sarda. La risposta del pubblico è meno forte di quella entusiastica riservata alla precedente iniziativa del Comitato, l’organizzazione di spettacoli di Eduardo De Filippo e Vittorio Gassman. All’interno del Comitato, la cui nascita non è temerario mettere in antitesi con il sorgere dei fermenti produttivi universitari dell’anno precedente, la parte più tiepida verso la creazione di organismi stabili trae spunto da questa diversa risposta per puntare decisamente verso la distribuzione, invece che verso la produzione. Di qui la nascita nel 1961 del Festival della prosa. Un cartellone di spettacoli per lo più di richiamo divistico, di compagnie private, con attori di grido, un repertorio che arriva alla rivista, senza tracce né dell’esperienza degli Stabili, né di quella dei gruppi d’avanguardia attivi oltre Tirreno.

 

Anni di passaggio

Nel ’61, dal cenacolo dantesco nel frattempo formatosi con numerose serate nella villetta di Via Dante del poeta Marcello Serra, e dalla piccola biblioteca che vado formando, sortisce l’idea di dedicare al nuovo anno un ciclo sul teatro americano.
In verità li odiai subito, gli americani, dopo essermi messo nella memoria e in voce le battute del mio Biff, di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, prima opera scelta.
Un errore della cultura italiana proiettarsi più sul generale Custer visto al cinema accerchiato dagli indiani, che sul generale Garibaldi. Ma allora la fine della guerra era troppo vicina per non amare gli americani. La forte presa di Biff derivava anche dalla mia esperienza di ragazzo della campagna veronese. Così come si placava in Hugo l’ansia di realizzazione nel gesto eroico.

Lunghe, dissipate letture notturne, versante cultura tedesca, con Lessing, Büchner e Brecht piloni portanti e i manuali Martini e Mittner a fare da guida.
Nel 1962 comincio l’attività di annunciatore Rai, sede regionale di Viale Bonaria, colleghi, Giovanni Sanna, Tonio Prost, Gianni Esposito. Referenti, l’annunciatrice storica Aurora Lai e i programmisti Marcello Marci e Paolo Rabatti. L’esperienza proseguirà fino al Duemila, costituendo elemento di continuità e prestigio professionale, estendendosi a quella di curatore di trasmissioni. Esperienza di attore, con i registi G. C. Cagni, Lorenza Codignola, Lino Garau, P. Masserano Taricco e, per la rete nazionale, nei successivi anni ’70-’80, con la partecipazione a L’isolano, biografia di Ennio Porrino, (protagonista), regia Pasquale Satalia, Woyzeck, di Büchner, regia Marco Parodi, La serra, di H. Pinter, regia Lorenza Codignola, Savinio I, regia di Marco Parodi. Per RAI – International, nel biennio ’90-’00, Taccuino italiano, analisi della cultura italiana del Novecento, e Studio Azzurro, regia Carlo Rafele.
Tra il ’62 e il ’66, viaggi, laurea e matrimonio mi distolgono dal teatro.
In una di quelle estati non era stato difficile per gli amici Elio e Antonello trascinarmi in quella che negli anni repressivi era costume per i maschietti italiani, la perlustrazione amorosa fuori dai confini. Eccoci in Vespa e Lambretta in Austria, Germania e Olanda. Non un trionfo: una Rosemarie perduta nell’abbraccio in un solco di campo a Dinkelsbuhl mi scongiura “Bitte nicht, Mario!”. Mi era già andata male il giorno dell’arrivo: all’ingresso dell’ostello una Erika si mangiava con gli occhi la Vespa. Accettata l’inevitabile proposta di un giro, l’avevo portata con una serie di ‘rechts’ e ‘links’ in un boschetto, s’era fatta abbracciare, ma l’indomani all’appuntamento non era venuta. L’apprendistato amoroso alla fine si trasforma in fotografico, i due amici ne erano maestri. Ma anche qui un tonfo. Correndo per fotografare una delle magnifiche mucche olandesi, finisco in un torrente rivestito d’erba che mi pare un sentiero; nel tuffo, avevo perlomeno tenuto in alto la Zeiss. Fotografare era un’amata predisposizione. Per il resto, mucchi di lettere testimoniano che, almeno epistolari, gli amori con Rosemarie e Margot c’erano stati…
L’amore vero arriva ora, la leggiadra ragazza incontrata ad una di quelle festicciole da ballo dove imperversa “Io che amo solo te”. Nel fidanzamento m’impegno, guardo da lontano il soprabito bianco che attende il tram, la invoco nei viaggi, canto fra me ‘questo per me è un giorno inutile…’, poso la foto sui comodini delle camere d’albergo. Molto graziosa, studentessa al diploma, Rosanna corrisponde all’interesse furioso, ascolta i miei sogni, annuisce. Iscritto in Giurisprudenza con poco entusiasmo, avevo scelto una tesi facile, come si conviene a chi della laurea non farà nulla, ma era diventata difficile per la caparbietà di quel cervello una volta messo in moto. Papà s’affacciava in pigiama alla porta della stanza in fondo al corridoio dov’ero rintanato e mi somministrava la sua ironia campana: che ci facevo lì, alle due, la testa china sul Giorgianni e sul Barbero, ad approfondire una tesi che dovevo sbrigare in poche settimane? La paradossalità del titolo “diritti di godimento su cosa altrui” esploderà venticinque anni più tardi, ai tempi dell’Arco, quando il gruppo sarà sub concessionario dei Gesuiti… In piedi, ascolto il collegio che mi proclama dottore in legge.

Lo sguardo ammirato del professore sembra indovinare che quel ragazzo farà carriera, comunque, anche se non nei tribunali o negli uffici dove si trattano gli affari; se non denari, gloria. Seduto in disparte, mio fratello Vittorio, tutore familiare; più discosto ancora, fedele curatore della casa, il vecchio bidello, da cui inutilmente cercherò in seguito di ottenere almeno, nel libretto, il ricordo del 24 in Costituzionale dato dal giovane docente Cossiga. Ottenuta la laurea, mi sposo. E nel volgere di cinque anni nascono Massimiliano e Roberta.

 

Il CUT esaurisce il suo ruolo

L’attività prosegue negli anni con alternanza di conduzioni. Nel 1967 si realizzano un oratorio-spettacolo, Voi che scrivete del nostro lavoro, di Maria Rosa Damiani, Salvatore Pinna e Giuseppe Caboni, problemi sociali visti da Lussu, Fiori e Mannuzzu, e Il drago di Schwarz, un’opera diretta della stessa Damiani, spettacolo che fa storcere il naso alla critica impegnata e stimola una discesa della fresca maturità politica degli attori.
Guardandolo retrospettivamente riconosco ai miei compagni dirigenti e a me stesso la capacità di non aver reagito come molti fanno, oggi come allora, di fronte alla superbia e stoltezza della sinistra: andare a destra. Senza gli stimoli esterni avuti con il precedente concerto sardo, senza un contrappeso, l’esigua coscienza politica degli attori poteva farci andare a cacciare, per la vittoria della “professionalità” sulla “politica”, nell’andazzo qualunquista del “teatro per il teatro”, per il quale il terreno è sempre fertile. Ci aiuta l’opera che mettiamo in scena: Il drago è una favola politica. Come avverrà in seguito, con opere simili, veritiere e poetiche – e lo saranno tutte – è impossibile non crescere nella coscienza politica. E poi spunta chi ci attacca non da sinistra ma da destra, chi ci mostra sul campo cosa vuole dire intendere il “teatro per il teatro”. Resistere a questo pericolo conserva la saldatura tra professione e significatività dell’opera, miracolosamente incontrata ai primi passi formativi.
Al calar del sipario su Il drago all’Auditorium si chiude la vicenda del teatro universitario. Una decina d’anni di spettacoli, letture e altre iniziative che hanno immesso nel tessuto culturale di una terra appena uscita dagli anni grigi del dopoguerra il concetto europeo di teatro, moderno, di drammaturgia contemporanea, con opere di autori francesi, americani, inglesi, polacchi, reduci dall’ostracismo fascista. Un teatro di idee, un teatro politico nell’accezione di Nicola Chiaromonte. Per i ventenni d’allora la fortunata introduzione a un’idea di teatro d’arte e cultura.

 

CIT – CTS Teatro di Sardegna

Conclusa la vicenda Cut, sono pronti a ripartire con me per altre esperienze Gianni Esposito, Franco Bellisai, Giovanni Sanna, Tino Petilli, Franco Noè; gli stessi riuniti, come annunciatori, nel grande collettore di talenti Radio Sardegna, impegnati poi anche come attori nelle produzioni di prosa, accanto a colleghi illustri, Antonio Pierfederici, Gianni Agus, Giulio Bosetti, Marina Bonfigli, diretti da Pietro Masserano Taricco e Anton Giulio Majano.

Ai primi di dicembre ’68, alla Camera di Commercio, costituiamo la società di fatto Teatro di Sardegna – Centro d’Iniziativa Teatrale, in sigla Cit. Nell’atto costitutivo si legge: “Il discorso sul teatro in Sardegna, su un futuro Teatro Stabile, non può prescindere dalla presenza di un gruppo teatrale sardo di livello dignitoso, che svolga un’azione regolare e continua rivolta a creare una minima struttura teatrale stabile”.
Spinta finale, la consapevolezza del livello artistico raggiunto e della precarietà della condizione universitaria. L’evento coincide con il mutamento politico culturale che coinvolge il mondo. Se altrove avviene nelle strade e nelle università, in Sardegna avviene negli spazi scenici. Primo presidente Giovanni Sanna, a me il ruolo di leader per i primi anni fondativi.

Il Cut prima ridimensiona, poi cessa l’attività, salvo riaffacciarsi negli anni ‘80, con iniziative interne alla Facoltà di lettere ispirate dalla Cattedra di Storia del teatro tenuta da Gigi Livio. Al Cut avevo imparato, i primi rudimenti della lotta, il “fare”, ostico alla sensibilità adolescenziale, e a conoscere, attraverso parole o gesti di personaggi, le passioni e i sentimenti degli uomini.

Per debuttare, scelgo Omobono e gli incendiari, di Max Frisch, accolto alla prima parigina del ’60 come “uno spettacolo che segna veramente una data nella storia del teatro contemporaneo”. Va in scena al Massimo il 13 maggio ’69 con la regia di Esposito, scenografo il ventenne Pasquale Grossi, allievo di Misha Scandella, oggi costumista di valore internazionale, la partecipazione straordinaria di Anna Lelio, il trio Bellisai-Sanna-Faticoni nei ruoli principali, cui si aggiungono Petilli e Noè, e la direzione tecnica Paolo Latini.
Il giorno dopo, la stroncatura dello spettacolo e del progetto, frutto di un immenso conflitto d’interessi: il critico è anche direttore del giornale e presidente del comitato per la valorizzazione dello spettacolo in Sardegna che gestisce il Festival che ci ospita, assieme a compagnie nazionali: “…il discorso su quello che potranno essere gli sviluppi futuri di quest’iniziativa è un discorso tutto da fare; un discorso, anzi, che ieri sera non è nemmeno incominciato”;
L’autunno ‘69 ci vede intenti a riassorbire la stroncatura, ed in generale a rimeditare la nostra vicenda. Il caso colloca questa rimeditazione in una cantina di Castello, dove allestiamo alla svelta un teatrino di quaranta posti, il Teatro Cantina, subito ammirato per la produzione d’avanguardia, frequentato da teste fini della docenza universitaria. S’è unito al gruppo Corrado Gai, un livornese che insegna arte con alle spalle una precedente esperienza teatrale. Diventa subito un protagonista. Suoi l’allestimento del teatrino e dello spettacolo da camera inaugurale, due atti unici di Fernando Arrabal, Fando e Lis e Preghiera, onorati da   numerose fortunate repliche, opere antiretoriche, crudeltà unita al sentimento amoroso, con Tino Petilli e Clara Murtas, esordiente.

Teatro Cantina: un mondo poetico; lo spazio piccolo e raccolto affina i mezzi espressivi, obbliga all’essenziale dell’interpretazione, la rende asciutta e profonda, spasmodicamente diretta e sintetica, una gavetta educativa della neonata compagnia tra il ’69 e il ’70. Di colpo il Cit, nei limiti in cui può farlo un piccolo gruppo teatrale, conquista la città. Trenta serate per un pubblico misto di amanti del teatro e giovani. Saliente la presenza di cattedratici universitari, fra cui Clara Gallini, Gillo Dorfles, Paolo Spriano, Mario Baratto, Dario Puccini.  La stampa ci segue con attenzione. Comincia un anno di feconda bohème teatrale, che avvolge anche il secondo allestimento “da cantina”, l’atto unico In alto mare di Sławomir Mrożek.
Frisch, Arrabal, Mrożek, tre autori del Novecento. Ne seguiranno numerosi altri, frutto dell’attenzione al teatro europeo coltivata attraverso le riviste specializzate.