Paolo Latini
Anche nel teatro ci sono le grandi squadre che compiono grandi opere. Paolo Latini era uno di loro, uno della grande impresa teatrale sarda, il teatro universitario e i primi anni della cooperativa teatro di Sardegna, nel clima di una Cagliari fervorosa che nutriva ancora speranze. Nel ’69, assieme a Franco Noè, favorì l’elaborazione del lutto da stroncatura Unione Sarda per il nostro Omobono nel’69, scoprendo una cantina in Castello che, con l’aiuto di un altro con la vocazione del fabbro, Corrado Gai, un altro “di noi”, di quella squadra, diventerà il Teatro Cantina. Con operine di Arrabal e Mrozek, sullo sfondo di un Topor ingrandito, nacque la piccola avanguardia teatrale cagliaritana. Scendevano quei gradini anche nomi grossi dell’intellettualità italiana docenti a Cagliari. Nell’invidia del mio contrario, la materialità della creazione, ai miei occhi Paolo e Corrado erano dei semidei.
“Schiene tecniche” li definivo, ed eroe senz’altro Paolo fu quella sera che a Muravera avevamo dimenticato il Revox con le musiche di Pino Pisano per Quelli dalle labbra bianche. “Tieni il pubblico più che puoi, mi aveva detto, torno a Cagliari e lo prendo”, impresa di 120 chilometri con curve. Ho sempre amato uscir fuori all’inizio degli spettacoli e sul proscenio illustrare l’opera, lo spettacolo, la nostra missione, il pianto che la politica ci ha sempre costretto a fare. Quella sera battei i record. Tirai il fiato solo quando Paolo apparve a fondo sala e mi fece il pollice. Anni di condivisione anche familiare. Casa di Gianni, casa di Paolo, la tavola era il prolungamento del palcoscenico. Gianni ed io recitavamo sempre qualcosa tra un piatto e l’altro di quelli sapienti cucinati da Luciana. Il piccolo Simeone, oggi attore affermato, si muoveva ai nostri piedi e ascoltava…