Gioventù inquieta

Giustiniano e la corteccia surrenale

Nella nuova città, la vita concreta comincia a ispessirsi. Faccio venire da Verona la bicicletta, m’iscrivo a canottaggio, con alcuni amici trasferisco la passione per il calcio dalla piazzetta San Sepolcro, anteprima della scuola, ai campi dei Salesiani e di un altro quartiere, beccandomi un giorno il rimprovero dell’allenatore Giannoni per aver segnato due goal ai titolari Versari e De Sotgiu durante l’allenamento del mercoledì. Insomma, esco dal bozzolo. Ma l’amore, anche nella nuova città, mi lambisce soltanto, offrendosi sempre e solo nella dimensione platonica, fantastica. Soltanto con l’iscrizione a Leggi, nel ’56, a diciannove anni, l’orizzonte si apre. Mi viene però a colpire la delusione dell’altra passione, il canto: all’audizione il tenorino s’emoziona, incontrando la tagliente spietatezza di un altro amore, Napoli: “E ch’ist nun tene voce…!” dice Arnese, il collega di papà, che m’accompagna al pianoforte. Di canto se ne riparlerà quarant’anni dopo, per ora il riscatto è l’ascolto delle canzoni alla radio, balsamo alla malinconia: Vecchio frack, Addio sogni di gloria, Buongiorno tristezza, Chitarra romana, La mia donna si chiama desiderio…
Cambiamo quartiere. Scendo da Castello e dai sogni e trovo la vita ad aspettarmi.

Il legame con Borgo Milano e la corte di Dossobuono si allenta a poco a poco. Nella nuova città tutto sta cambiando. Si avvicinano i vent’anni, la prima giovinezza se n’è andata.
E un giorno del 1958… “Il dottor Cugusi ti vuol parlare”. Un lavoro… La cosa era nell’aria, anche io devo dare una mano. Dopo la licenza liceale mi sono iscritto a Leggi, ma senza tanta convinzione. Avevo indicato debolmente Lettere, poiché amavo leggere, scrivere, e, ahimè, fantasticare, ma papà Cesare, no: avrei fatto l’insegnante come lui, cioè la fame. In tema di vocazioni lo facevo impazzire. Mi chiedeva, mi prospettava, mi conduceva qua e là…Niente. Niente Accademia militare, carriera diplomatica, arte pubblicitaria, istituto di lingue orientali, accademia teatrale… “Prendi Leggi – aveva detto sfinito ­­- apre tutte le porte”. Così avevo fatto. Ma in attesa di quelle porte, ora, bisogna che se ne aprano altre. Un lavoro. Continuo e sostanzioso, ché altri lavoretti di rappresentanza avevo cominciato a farli, sulle orme del fratello, brillante venditore Olivetti. Via La Marmora, poco distante. Di sera, prima della chiusura della farmacia, attendo che il dottor Cugusi, conoscenza familiare, bell’uomo con fama di don Giovanni, finisca di sbrigare i pazienti. Ora, nel retrobottega, gentile, il dottore mi spiega: si tratta di lavorare nei medicinali, collaboratore scientifico di una Ditta di Bologna, che ne cerca uno su Cagliari.
Via Martini, di nuovo: dare sembianza di ufficialità alle cose parlandone a tavola era la norma allora in Italia. Attorno al grande tavolo rettangolare di via Martini la cosa si sbriga in pochi minuti e va nella direzione positiva che lo spirito attivo della famiglia suggerisce: quando chiama bisogna andare.
Bologna, pochi giorni dopo. Impiego un po’ a trovare via Ugo Bassi, emozione della prima volta in una città nuova. Eccomi infine seduto di fronte al dottor Golinelli, che rappresenta bene la sua specie, felsineo espansivo, imprenditore sbrigativo e concreto; anni dopo, a tavola a Su cologone col tenore Gianni Raimondi, mi sarà facile riconoscere la stirpe. L’accordo è facile: breve corso di formazione e contratto di prova.

Dopo qualche mese, l’assunzione: Mariolino è un collaboratore scientifico dell’Alfa Farmaceutici. Una cartolina postale del padre da Roma il 15 settembre fa gli auguri. Doppi, perché il figlio diventa maggiorenne il giorno successivo: “…hai diritto al voto, sei uomo, e, ahimè, ti tolgono gli scontrini ferroviari”. Comincia per Mariolino l’avventura che mischia Giustiniano con l’estratto di corteccia surrenale. Comincia la vita lavorativa, la vita adulta. La vita da informatore scientifico.

 

Tra luci e ombre

Ho 21 anni. Con la firma del primo contratto di lavoro cala la disposizione a dare ascolto all’incanto adolescenziale. Non disegnerò più, non canterò più. Intravedo l’imborghesimento, anni di crisi per ripudiarlo e tirarmene fuori. La stradelina, lassù, dove guardavo al tramonto, anche quella non c’è più. In quel punto e nella vasta area attorno alla fattoria sono nate autostrade e circonvallazioni, l’accesso alla corte è stato spostato e gli stessi cugini vivono in una casa più moderna che si sono costruiti a trecento metri. Le vecchie case della corte, da anni abbandonate e cadenti, solo da poco vengono ristrutturate. Alla corte è arrivata la “modernità”. Mario, che non è più “Mariolino”, sta per prendere la malattia di vivere. Vede allontanarsi il nutrimento che lo teneva avvinto a se stesso, e, così, nudo, la vita lo colpisce, la vita che rifiuta le fantasticherie, che chiede concretezza, lavori cittadini, titoli di studio, famiglie standard, costumanze borghesi, aggressività nella competizione. Questo prezzo che ciascuno paga in silenzio, molti addirittura senza nemmeno avvertire che lo stanno pagando, Mariolino lo soffre. Ci mette di suo quella mai estirpata, istintiva, oscura, insofferenza alla città, alla dimensione industriale, alla strumentazione in genere, alla vita funzionale, che non esita ad attribuire ad una forma di immaturità.

Una forza superiore, nascosta, invisibile, la stessa che ha soppresso la stradelina, cala sulla società, la schiaccia, obbliga a trasmutarsi. Nascosta a tutti meno che al poeta che la smaschera.
Confusione, smarrimento. Sarà il teatro a tirami fuori dal bozzolo, la socialità, le prime prove sul palcoscenico, poi ad arricchirmi umanamente man mano che interpreto smarriti esistenziali, combattenti dei paesi, re solitari ingannati, cantori poetici e così via, fino a diventare nel tempo, il teatro, come dicevo, strumento di formazione umana e professionale.
Ma c’era anche dell’altro. Se non per arrivare al teatro, per restarvi così a lungo. Avevo quella vena istrionica di bambino allegro, estroverso, curioso. “Su, Mariolino, fai le smorfie…” mi spronava la nonna Tina. Allegria della veronesità: “veronesi tuti mati!; una città dove le comitive si formano con l’avvertenza: “se no i s’è mati no i volemo!”. Ma anche introverso, meditativo quasi angelicato.
Attirato dal fascino delle parole “attore”, “teatro”? Non ricordo nulla dei motivi che mi spinsero lì. In tutti casi, sessant’anni di un’attività forsennata. Evoluzione di un ragazzo smarrito che si fa spingere dal vento… Secondo il detto popolare “Candu si pesat su bentu est pretzisu bentulare”? Indicazione comunque buona per i giovanissimi smarriti nel mondo disumano.