Dal teatro al cinema, Tino Petilli: sul set con Comencini

Tino Petilli

Un attore sardo, Tino Petilli, entra nel ristrettissimo numero degli attori cinematografici che la nostra regione ha fornito finora alla decima musa.

Luigi Comencini, uno dei padri fondatori della commedia all’italiana, l’ha chiamato a reggere uno dei ruoli principali ne Il matrimonio di Caterina, quello del padre della protagonista, Anna Melato, film che viene proiettato fuori concorso sabato 4 alla Mostra cinematografica di Venezia, nella sezione “premio De Sica”. L’inserimento di Petilli nel mondo del cinema avviene a dire il vero in maniera diversa da quella degli altri sardi che l’hanno preceduto. Petilli, in una regione che coniuga volentieri l’adagio “per avere successo si deve andare a Roma”, bene o male, pur essendo di origine campano-veneta, è rimasto in Sardegna dando i frutti di quindici anni di duro lavoro teatrale, venendo ora promosso sul campo dopo aver seguito con disciplina professionale (tanto più ammirevole in quanto applicata a temperamento e ambizione accesissime) l’epico lavoro di decentramento teatrale della Cooperativa Teatro di Sardegna. Da questo punto di vista, un esempio per tanti giovani. Occorre sempre essere pronti a levarsi il cappello di fronte a chi il prezzo di quella passione se lo paga tutto, e da solo.

Tino Petilli l’ha pagato. Nel ’68, quando iniziò, il suo modo di essere all’altezza del talento che possiede fu di fare in motocicletta, ogni giorno, per un mese, il tragitto Cagliari-Baunei e ritorno per partecipare alle prove de Il drago messo in scena dal Centro Universitario Teatrale di Cagliari. L’anno scorso, perduti gli altri mezzi, arrivò in taxi a Porto Torres per Storia dello zoo. È il suo modo di pagare di persona quel che molti gli rimproverano: essere disordinato, pigro, guascone, egoista. Il sospetto che anche col cinema e con Comencini il suo carattere gli abbia procurato sofferenze è confermato dal racconto che Petilli fa della sua prima grossa esperienza cinematografica. Ma andiamo con ordine. Sentiamo prima come è cominciata.

“Erano i primi di maggio. A casa arriva una telefonata da Roma…. Era l’aiuto regista di Comencini, Maurizio Sciarra, che mi dice: l’ho vista quattro mesi fa in Questa sera si recita a soggetto al teatro Parioli di Roma, mi mandi delle foto, Comencini è interessato. Lo faccio. Dopo quindici giorni, mi richiama e mi dice: va bene, Comencini vuole vederla. Era il provino. Il pomeriggio dello stesso giorno, a Roma, la risposta: mi prendevano per una parte di co-protagonista nel nuovo film. Non mi aveva fatto recitare niente di particolare, mi aveva fatto solo parlare di me e della Sardegna, commentando poi tra sé: ma come fanno ad esserci degli attori in Sardegna…”

“Il film. Una storia lineare, ambientata in un paese calabro nei primi anni ’50. Padre, madre e una ragazza che stenta a trovare marito. Tramite un sensale il padre le fa conoscere un certo Giuseppe, bel ragazzo arrogante e presuntuoso. Lei se ne innamora, ma un giorno il padre sorprende il bellimbusto con la serva e tutto finisce lì, con Caterina che piange sommessa nella sua stanza. Una storia semplice riscattata come sempre dalla regia. Tratto da un racconto di Angelo La Cava inserito in un ciclo sui nuovi autori, il film era in collaborazione con la Rai-tv. Gli altri interpreti sono Stefano Madia (Caro papà di Risi), Marie Claude Musso, anch’essa proveniente dal teatro, e Clelia Rondinella”.

Come ti sei trovato nel passaggio dal teatro al cinema?

L’inizio è stato molto brutto. Non riuscivo ad essere naturale, abituato al palcoscenico, e nello stesso tempo trovavo difficoltà nel coordinamento voce-gesto allorché per fingere la naturalezza occorreva imparare certi movimenti obbligati. Mi ci sono voluti una decina di giorni per rimettermi dalla sorpresa di constatare che nel cinema conta poco la voce, che è ciò che ho più coltivato a teatro…

E sul piano dei rapporti umani come ti sei trovato?

Male. Eravamo fuori dal mondo, in un paesino sperduto, Giffoni Vallepiana, a 20 chilometri da Salerno. Tutti avevano fatto cinema e si conoscevano tra di loro. Ho sofferto molto la solitudine, resa ancora più acre dalle difficoltà che incontravo sul set. Ci sono stati due momenti molto critici, in cui ho creduto di non farcela, e Comencini si stava spazientendo: il primo su quella stradina in salita con una valigia pesantissima, sotto il sole cocente con abiti invernali: abbiamo ripetuto la scena una ventina di volte. Il secondo nella scena a letto con mia moglie, la francese Musso, in cui per la prima volta le parlo del fidanzato di nostra figlia. Forse perché anche lei a disagio, Marie Claude mi ha aiutato molto, sorridendomi, tranquillizzandomi.

Come stai vivendo, ora che è terminata, questa vicenda?

Il film mi ha fatto perdere la partecipazione al Miles Gloriosus del mio gruppo e questo mi ha gettato in un grande sconforto e mi ha rovinato la gioia precedente. Ora sto meglio e posso dire di essere felice di assistere alla maturazione di tante premesse; sento che il successo di oggi non è più casuale, e ciò mi rasserena.

Quanto di te in questo personaggio cinematografico?

Molto. È un padre bistrattato, sognatore, mesto. La continuazione di una linea che parte dal Fandodi Arrabal, passa per Furst di Sastre, il piccolo di Mrożek, Jerry di Albee, e approda ad un altro padre bistrattato, Sampogneta di Pirandello. Ho fatto ruoli di potenti e vessatori, ma credo che sia questo il tipo di personaggio che sento di più. Anche se il successo ora mi sprona a non accontentarmi di soli ruoli di padre, a curare di più la mia persona per affrontare personaggi più giovani e meno rassegnati.

La Nuova Sardegna, luglio 1982