Vestito di allegria come Liolà, ambiguità e ironia la forza di noi meridionali

Turi Ferro

Di passaggio a Firenze per un convegno, incontro Turi Ferro, impegnato con Il berretto a sonagli di Pirandello alla Pergola con la sua compagnia, quella del Teatro Stabile di Catania.

Siamo andati a trovare Turi Ferro incuriositi dal personaggio, “un uomo”, come dice Giuseppe Fava, che lo conosce bene, “che è venuto ridendo, un anno dopo l’altro, ed ogni anno un palcoscenico sempre più grande, nella grande arena del teatro europeo”, un attore fuori dal comune, che fa solo l’attore e non l’imbonitore di se stesso, che guarda soltanto al pubblico e solo al pubblico sente di dover rispondere. E poi, che attore! Solo chi l’ha visto potrà valutare in tutta la sua pertinenza il giudizio che ne dà l’Enciclopedia dello spettacolo: “fantasia torrenziale, fascino e mistero propri delle autentiche personalità della scena”.

In Sicilia, come in tutto il meridione, non è come in altre regioni, dove tutto converge, esperienze e stimoli: tutto costa molta più fatica. Come risolvete questa situazione d’isolamento e di inferiorità agli effetti del repertorio?

Prima di tutto senza tante teorizzazioni. Intuiamo che, se il teatro vuole farsi ascoltare deve parlare un linguaggio e toccare dei temi chiari. Tutto ciò che non è recepito non ha scopo. Il teatro può riportare un po’ di chiarezza in una società come la nostra attuale caotica e chiassosa, ma usando un linguaggio chiaro, non intellettualistico. La chiarezza, che poi in definitiva è un’ansia di dialogo con se stessi, si ottiene rivalutando tutto ciò che sta nel fondo di noi tutti e che nessuno interpella più. Se ad esempio, il verismo, così connaturato alla meridionalità, può essere una base, ben venga. È su questa linea che noi lavoriamo: un teatro meridionale, solare, mediterraneo, di autentici sentimenti e passioni, di fermenti vitali. Gratta, gratta, sono questi i temi nei quali il pubblico popolare si riconosce.

Ma che cos’è di preciso, per Lei, questa meridionalità?

Noi meridionali abbiamo una forza che è solo nostra: l’ambiguità. Tutto quell’intrico di situazioni compromissorie, pregiudizi, sentimenti aspri e repressi, tradizioni ancestrali, tabù, tutto quell’aggrovigliato modo di vivere, di porci in rapporto con l’ordine costituito, ad esempio, tutta questa ambiguità è magnifica materia teatrale per un teatro meridionale. L’ambiguità è ironia, umorismo. Ecco Pirandello…

Certo, è sbrigativo e comodo dire basta a Pirandello, ma non serve ad arrivare ad un teatro utile, cioè chiaro. Quando dico chiaro non intendo semplicistico o banale. È un chiaro inteso in senso culturale, con tutto il suo spessore. Una società complessa sarà chiarita da un teatro complesso. La gente comune non è semplice. Sbarazzarsi di Pirandello significa non solo privarsi di un teatro efficace, ma anche farsi una immagine falsa del popolo.

Già, il popolo, riserva sempre delle sorprese …

Il popolo va a teatro se trova se stesso sul palcoscenico, vuol vedersi complesso com’è per poi arricchirsi di un apporto chiarificatore, che sciolga il groviglio dei sentimenti, magari ridendone.

Facendo questo teatro e toccando temi quali la violenza e la mafia, voi avete sfiorato il teatro d’impegno politico. Che cosa pensa di questo tipo di teatro?

Credo che se ne stia facendo un fatto d’élite e di fanatismo. Si crea il pericolo che i giovani credano che il mondo sia tutto lì e rifiutino altre esperienze artistiche e culturali. Purtroppo, pare che nel nostro paese sia impossibile uscire da questo bivio obbligatorio: o il divertimento sboccato o il serioso cerimoniale dell’impegno. Far teatro è una grossa responsabilità, perché si adopera uno strumento di un magnetismo eccezionale.

Ferro è un attore-famiglia; non solo per il legame affettuosissimo che lo lega ai suoi compagni di lavoro sin dagli anni duri dell’apprendistato, ma proprio perché i Ferro in compagnia sono tre: accanto a Turi ci sono la moglie Ida Carrara e il figlioletto Guglielmo. La sua esperienza è sempre stata quella di una “socialità del teatro” vissuta spontaneamente e senza tante teorizzazioni.

Il sodalizio con Ida Carrara cominciò nel 1953, quando l’attore, nato a Catania 53 anni fa, tentò il capocomicato dopo gli anni difficili dell’inizio e l’affermazione come attor giovane nella compagnia Anselmi – Abruzzo. Era il tentativo di rinnovare i modi del teatro siciliano, fino ad allora condizionato dalla personalità degli attori e oscillante, sulla scia dei due “mattatori” antagonisti Giovanni Grasso e Angelo Musco, tra un repertorio a forti tinte drammatiche e le commediole leggere. Estro e temperamento degli attori condizionavano qualsiasi cosa: valga l’esempio clamoroso di “Spettri” di Ibsen, diventato la tragedia del figlio e non della madre per l’esorbitante interpretazione di Musco. Gli anni del capocomicato furono anni di tribolii e difficoltà. Ferro ripiegò su un’attività prevalentemente radiofonica. Nel ’57, però, il successo di “Liolà” allestito in un ex garage, portò alla costituzione dell’Ente Teatro di Sicilia, che riunì i migliori attori del teatro siciliano. Da allora passò di successo in successo, approdando felicemente anche al cinema e alla televisione. Alla fine, l’Ente si trasformò in Teatro Stabile di Catania, “nato — sottolinea — da certi uomini, che come me avevano bisogno di esprimersi come attori, e non da decisioni politiche, come altrove”.

Tante altre cose ci ha detto Turi Ferro, che si prodiga senza risparmio con qualsiasi interlocutore, con allegria e passione, con la stressa allegria e passione di Liolà, il personaggio più amato, “un uomo – la definizione si attaglia sia a Ferro che al personaggio Liolà – che ha la vocazione, l’istinto, la felicità di cogliere tutte le minuscole sfumature dell’allegria per farsene continuamente un vestito”.

La Nuova Sardegna, novembre 1981