Arnoldo Foà
Prova di tavolino di Questa sera di recita a soggetto di Pirandello, regia di Marco Parodi, allestimento della Cooperativa Teatro di Sardegna, al vecchio Auditorium di piazza Dettori a Cagliari.
Arnoldo Foà, protagonista della commedia, uno degli ultimi mattatori del teatro italiano, di quel tipo particolare che non vuole esserlo, pipa in bocca, schizza pigramente sulla carta i profili di questi strani nuovi suoi compagni di lavoro, che assieme a lui e a Rosa Di Lucia, Oreste Rizzini, Eleonora Cosmo e Loredana Mauri, debutteranno a Palermo il 27 di questo mese. Ogni tanto solleva il mento e scruta non più per ritrarre ma per ascoltare queste voci nuove: Tino Petilli, Cristina Maccioni, Lia Careddu, Cesare Saliu, Paolo Meloni, Isella Orchis, Franco Noè, e poi i giovani scritturati Enrico Pau, Francesco Nonnis, Alessandro Valentini e Pierpaolo Erriu, emersi questi ultimi tre dal “Gruppo Apprendisti Teatranti” e dal seminario su Praxodia di Oppo.
Pigro e vigile come i cavalli di razza, che si muovono solo quando vale la pena, Foà esamina alla luce del ricordo il teatro in cui si prova. “Ci ho fatto il debutto del recital su Lorca con il chitarrista Gangi. Il direttore del Conservatorio temeva un forno, la gente invece dovette stare anche in piedi”. Vigile e partecipe anche nel tragitto verso la trattoria: “Ma per Via Sardegna non si può passare anche di qua?”. Pirandello e ricordi di spettacoli, come al solito, nei discorsi a tavola e quelle carezze al cane, che rivelano una dimestichezza antica e conferma il senso di solitudine schiva che emana dall’uomo.
65 anni, teatro, cinema, tv, doppiaggio, e scrittore. (“Ho sempre scritto, sin da ragazzo. Ora escono un romanzo e due commedie. Perché i registi, pochi validi, massacrano i testi? Per trarne ideologie proprie, perché non scrivono anche loro?”).
In che rapporto tutti questi mezzi espressivi?
Per me è tutto uguale, si tratta di recitare. Solo il doppiaggio, che ho smesso da vent’anni, è diverso.
Ha sentito il bisogno di tracciare un bilancio?
No. Un bilancio non l’ho ancora fatto. Oppure l’ho fatto sempre, ad ogni spettacolo, ad ogni “prima”.
In che rapporto arte e professione?
Sono due cose diverse. Le difficoltà del lavoro, soprattutto le tasse, i viaggi, la precarietà, tutta la vita ti preme in un modo che non ti consente… Il momento più bello, creativo, sono le prove; poi non si fa che ripetere. È una fesseria quella per cui l’attore vive il personaggio. L’attore vede le quinte, i riflettori, tutta la macchina del palcoscenico, e deve rendere conto al pubblico: le pareti sono tre non quattro. Ci sono certo dei momenti magnifici, ma sono pochissimi. Ruggeri nel secondo atto di Tutto per bene, Benassi come Antonio in Giulio Cesare. Per me ricordo un personaggio minore in La luna è tramontata di Steinbeck, un capo partigiano che ordina di uccidere un sacerdote: mi sono trovato nella sua assenza di schemi, nella sua umanità… Non bisogna mitizzare, l’attore è uno che fa un lavoro, e può sacrificare le necessità dell’interprete per cedere alle necessità della vita e quindi alle lusinghe del mercato: la pubblicità, il doppiaggio. È stato il sopravvento della professione sull’arte che ha scoraggiato dal proseguire l’unica delle mie cinque figlie che aveva seguito le mie orme. Come darle torto, in un certo modo? Tu ti sforzi di rendere ogni sera diverso il tuo personaggio e il pubblico trascura queste sfumature per notare i dettagli ornamentali e i vestiti delle attrici… Tutto poi si complica cambiando teatro ogni sera. I punti di riferimento sono determinanti per l’opera di scavo, di perfezionamento che l’attore fa sul personaggio. Se mutano… È la gente che deve spostarsi non l’attore… Ecco perché io sono per la stanzialità… E trattandosi di grossi autori come Goldoni, Pirandello, forse anche per un Teatro Nazionale… Certo, il Teatro Nazionale. Ci hanno tentato. Dovevano essere i Giovani… ma oggi, anche a deciderlo, i Giovani non ci sono più. Valli e De Lullo sono morti.
E ai giovani di oggi cosa ti senti di dire?
A quelli che fanno l’avanguardia, che facciano a proprio rischio, senza chiedere continuamente sovvenzioni. Ai giovani in genere che sono loro lo Stato. Ad essi l’eroe della resistenza Giacomo Olivi aveva lasciato scritto: non lasciate di nuovo le cose in mano ai politici, dopo… Passati 35 anni purtroppo constatiamo che quel pericolo si è avverato.
Dove si impara a recitare?
Dai bravi attori, come sempre. Non nelle scuole, dove solo quelli cacciati via hanno avuto successo nella carriera. E da imparare non c’è l’arte, che non si può insegnare, ma il mestiere, se quella è impossibile, questo è facilissimo. Quello da cui ho imparato di più io è Luigi Cimara, col quale non avevo niente in comune. La delicatezza con cui teneva il pubblico, la sobrietà, l’artigianalità… Straordinario.
Come hai cominciato?
Come cominciano tutti, con uno spettacolino di bambini. Per la Croce Rossa si recitava Prima serenata al vento di Carlo Veneziani. Avevo 14 anni. Il successo fu tanto che ci fecero fare molte repliche, divenni così subito professionista. Crescendo la cosa fu facilitata da incomprensioni familiari e dal bisogno di cambiare vita per una paresi intestinale. “Devi imparare a ridere” mi diceva il medico. Lasciai gli studi di economia e mi iscrissi al Centro Sperimentale di cinematografia.
E che cosa è stato il teatro per te?
Una cosa naturale, la vita migliore che potessi condurre data l’incapacità di fare l’impiegato e di alzarmi presto al mattino. Il piacere pirandelliano di far vivere le creature immobili che sono i personaggi di uno scrittore.
Quale l’autore che ti è rimasto più dentro?
Proprio Pirandello. Ma inteso come lui stesso voleva essere inteso: non gobbo, zoppo, filosofo, ma uomo. Il continuo tradimento lo faceva soffrire e lo fece capire in Diana e la Tuda, da me diretto e interpretato, per bocca del vecchio scultore.
La tua voce: un mito.
E invece a me non me ne frega niente. Non mi sono mai soffermato a pensare al suo valore. Non è indispensabile per recitare. Invece è importante parlare, imparare ad esprimersi scioltamente. Nella mostruosa impreparazione della nuova generazione di attori c’è invece proprio questo: che non sanno parlare.
Com’è l ‘oggi rispetto alle aspettative giovanili?
Non ci penso molto. Ho lavorato di volta in volta. Non sono capace di organizzare, ecco perché non ho fatto la compagnia Foà. Da giovane non ero un sognatore.
6 novembre 1981