Successo della Mostra fotografica di “Italia Nostra”
Chiuderà il 30 maggio alla Cripta di San Domenico di Cagliari, salvo ulteriori proroghe, la Mostra Vivere in Sardegna, promossa da Italia Nostra, che tanto successo ha registrato nelle prime settimane di apertura. Come è detto nella presentazione del catalogo ragionato, l’iniziativa conclude un ciclo di mostre che Italia Nostra ha iniziato nel 1967 con Italia da salvare.
Anche questa Mostra affronta temi più vasti di quelli legati alla tutela dei soli beni monumentali ed artistici. La tutela del paesaggio è diventata tutela dell’ambiente, cioè di una somma di dati umani, storici, culturali, geografici, geologici, biologici; quindi tutto quanto si è impresso, lungo i secoli, nella cultura e nel “fisico” del territorio. Soggetto del “vivere”, insomma, è l’uomo.
Sette sono i capitoli della Mostra, in cui si articolano circa 150 immagini e testi. Sette capitoli che racchiudono i mali fondamentali della Sardegna d’oggi, altrettanti “stazioni” di una Via Crucis che si vorrebbe non percorrere più nei prossimi anni.
Il primo, “Malgoverno di un territorio”, mostra il progressivo squilibrio negli anni della popolazione sul territorio: le città si accrescono di abitanti e di periferie, l’interno si spopola sempre più: risultato dello sviluppo per “poli”, centrato su poche, grandi, industrie petrolchimiche, dagli alti costi di investimento e dalla bassa occupazione. Squilibrato anche lo sviluppo del “terziario”.
Il secondo, “Città in crisi”, denuncia la mancanza di case (16.400 alloggi solo a Cagliari) e di servizi collettivi. Mancano scuole, posti letto negli ospedali, ambulatori preventivi, cronicari, ricoveri per anziani, asili nido, verde pubblico. Denunciate le condizioni di vita nei quartieri, “dormitori” segregati e isolati, la gestione del traffico (a Cagliari 47 mila utenti di auto private, 10 mila mezzi pubblici).
“Cagliari non finita” è il titolo del 3° capitolo. Ne risalta un quadro che è il compendio di molte delle incongruenze, delle inefficienze e degli errori commessi in Sardegna. Uno sviluppo determinato dalla speculazione invece che da esigenze di razionalità. Monte Urpinu, risanamento dei quartieri, servizi, fognature, depurazione degli scarichi.
De “I problemi dell’interno” si occupa il 4° capitolo. Zone montane e collinari spopolate, incongrua irrigazione delle zone di pianura, scarso uso delle nuove tecnologie nelle campagne, pastorizia abbandonata dai più giovani per l’isolamento ed il basso reddito, fallimento della “soluzione Ottana”, perdita di un’attività economica, e di un’alta specializzazione operaia, con la crisi mineraria.
Il 5° capitolo si riassume in un solo pannello, che fa da snodo fra la prima e la seconda parte e che ci domanda “Che fare?”. I pannelli che seguono tentano una risposta.
La prima, condensata nel capitolo La ricerca della memoria, è quella del legame stretto e attivo con le tradizioni e i beni culturali, terreno al quale rivolgere lo sguardo per non disperare e per trarre linfa e indicazioni di lotta e di lavoro.
La seconda, indicata nei pannelli del 7° capitolo, Risorsa natura, proviene dalla stessa terra e dalle sue bellezze rasserenanti e ritempranti. Ma la natura è un bene da difendere, anch’essa come le città, dalla speculazione e dalla concezione “barbara” del turismo puramente dissipatore. Inattuati gli studi e i piani sui parchi.
Un posto a parte, nella natura, alle coste. Vi si intitola l’ultimo capitolo, l’ottavo. Qui la denuncia travalica i propositi costruttivi: la situazione è talmente grave che, “se non si procede a drastico ridimensionamento, le coste sarde (1.900 chilometri) saranno nient’altro che un unico serpente costruito, senza capo né coda, deserto d’inverno, stracolmo d’estate, estraneo alla popolazione, alla natura della costa, alla cultura sarda e non solo a questa”.
Il rapporto macchina fotografica-natura è di solito di due tipi, celebrativo o scandalistico. E fotografare la Sardegna oggi induce necessariamente ad imboccare la seconda strada, nulla essendovi più ormai da celebrare. Ma lo scandalismo fotografico dei mezzi di comunicazione anche questo ci ha insegnato: che si può attutire la denuncia e risparmiare i colpevoli facendo dello scandalismo episodico, sensazionalistico. Il merito di questa mostra, invece, ci sembra quello dello scandalismo sistematico, ragionato, quieto nel suo porsi esterno, spietato nel suo discorso interno. In tempi di uso stordente dell’immagine a fini dimostrativi e fuorvianti, non è un piccolo merito. Una lezione anche per il mondo dello spettacolo.
Spettacolo – Periodico. Anno II – N. 5, maggio 1981