Lo spettacolo è esploso? Governano i frammenti

Situazione

In poche settimane quanti fili tesi paralleli, che ambirebbero intrecciarsi in un groviglio non paralizzante ma fecondo di risultati per una crescita culturale! In febbraio il sardo colto e il classico adattato di Funtanaruja in giro per città e paesi di Toscana, Puglia e Calabria. Negli stessi giorni il Carnevale dappertutto, con i suoi mitici segnali. Poi la Rai di casa nostra che filma un rito di teatro “del popolo” che da secoli si svolge a Castelsardo. Infine (ma quanti fili ci sfuggono…) i ricordi di viaggi di altri viandanti del teatro, ad esempio Grotowskj, fissati sulla pellicola e presentati assieme ad esponenti di altri stili ricerca a Cagliari nella rassegna La tradizione del nuovo. Stili di ricerca che lo stesso gruppo organizzatore annuncia di voler presentare nella veste teatrale autentica, con una rassegna. Rassegna che si aggiunge a quella di Nuovo teatro del Circuito Teatrale regionale.

Fili che si vorrebbero congiunti. Lo richiede il momento storico della cultura teatrale sarda, che tutto ad un tratto ha raggiunto la temperatura adatta a fondere in un crogiuolo tutte le esperienze e le fatiche portate avanti con tenacia per anni da quelli che venivano indicati quali eccentrici sognatori. Quel che sembra mancare è l’elemento catalizzatore e purificante di questa congerie di elementi, che coniughi rito tradizionale con teatro colto, teatro della città con teatro del paese, teatro dell’organizzazione con teatro dell’artista.

Troppi fili e troppo tesi per non lasciar intuire che da questa tensione, da questo fervore creativo, prima o poi sortirà il prezioso enzima risolutore. Casomai bisognerà propiziargli il terreno, rinunciando alla tentazione-lusso dell’intransigenza, dell’intimidazione e della lotta tra stili, gruppi, centri di potere.

Il problema sta lì davanti a noi: la creazione di una drammaturgia sarda, di uno stile di rappresentazione teatrale dei sardi, considerati non essere superiori cui è dovuta la gratificazione di un riscatto dopo le umiliazioni subite, ma come cittadini del mondo che, come tutti hanno diritto di elaborare idee, di rappresentazione della vita a misura della propria cultura.

Gli articoli di Rossana Meloni, Enrico Pau, Chiara Vatteroni, Rita Trupia e Marco Corriassi innestano su questa tematica. Ed altri echi di questo dibattito abbiamo avvertito al post-Grotowskj della Rassegna La tradizione del nuovo. Il critico de La Repubblica Ugo Volli scrive: “il teatro popolare oggi è il calcio degli stadi, il resto è contaminazione”. E ancora: “dobbiamo inventare delle culture post-industriali, usare le cose nuove per adattarle alle nostre esigenze. Una concezione che accetta come dato di fatto la disgregazione e fa appello all’abilità dell’animale da escrementi. I gruppi teatrali sono parassiti e lo siano fino in fondo”.  Si parlava dei “nipotini” di Grotowskj e dell’inflazione dei seminari sul gestuale.

Ma è tutto contaminazione e disgregazione nella cultura del popolo, cioè del paese, dove paese è rimasto? Per Roberto Olla, programmista Rai, no: “le tecniche che i giovani sardi s’affannano a cercare traducendole dal polacco le possono trovare a pochi passi da casa loro, in quelle manifestazioni di teatralità popolare che obbediscono a regole precise, ha detto.

E la lingua? Un tema di dibattito sulla cui importanza ci troviamo tutti d’accordo, ma al quale pure occorre fare imboccare la dirittura d’arrivo. In Toscana, Puglia, Calabria a presentazione dello spettacolo si diceva: “state per assistere ad un raro esempio di sopravanzamento della cultura rispetto alla politica. Il bilinguismo è entrato solo in questi giorni nelle aule del Consiglio regionale sardo e non si intravede la sua sorte: voi ve lo trovate già realizzato questa sera”.

Un teatro per la Sardegna. Indicazioni e suggerimenti non sono mancati in questi anni. Le più copiose e autorevoli sono scaturite dal Convegno indetto dai critici di teatro a Macomer nel dicembre ’78. Altre verranno a quello di Cagliari del 3 e 4 aprile su Teatro e Mezzogiorno, indetto dal Pci. Il problema è sempre quello di calarle nella situazione e nella cultura politico – sociale in cui debbono poi agire. 

SPETTACOLO-Periodico. Anno II – N. 2, febbraio 1981