E gli intellettuali stanno a guardare

Situazione

Quello che a noi sembra essere stato uno degli aspetti più gravi e inquietanti della crisi sarda di questo dopoguerra nel particolare settore della cultura – il distacco fra intellettuali e società – può nel futuro immediato provocare danni ancora maggiori ed irreparabili. Parliamo in particolare del distacco di scrittori, studiosi, giornalisti, e di tutti quanti in genere esercitano di fatto una professione che dovrebbe essere “intellettuale”, dall’operatività “minore”, quella che, non rientra nel campo della ricerca universitaria o della attività editoriale o pubblicistica o in altre attività ritenute canonicamente “intellettuali”.

Abbiamo avuto così gli scrittori che facevano gli scrittori ed avevano quindi rapporti solo con la Casa editrice, docenti universitari che badavano solo alle ricerche utili per gli studenti e per sé, giornalisti obbedienti alla vecchia regola “so bene quello che interessa al lettore, per il resto mi manderanno un comunicato”, etc.

Ma il dibattito delle idee non rispetta questi riti esauriti e si svolge in altre sedi e modi.

È avvenuto in tutti questi anni, che hanno visto fiorire iniziative numerose e talvolta incisive sul piano del costume e della cultura. Associazionismo di base, cineforum, teatro in tutte le salse, autogestito, decentrato, di base, gestuale, politico, etc…, tutto meno che borghese, ed ancora danza moderna, esperimenti di cabaret e di nuovo folk, musica giovane, emittenza radiotelevisiva privata, etc… Iniziative disperate, con una curva ormai prevedibile, che ritorna alla fine sempre in basso, “sterili”, “velleitarie”: questo il giudizio dell’altra parte. Da tutto ciò l’intellettualità ufficiale si è tenuta distaccata; non si sa se per la paura di non reggere l’impatto con un fenomeno che non capiva, oppure per sussiego, snobismo.

Il distacco ha provocato danni e vittime. Danni e vittime, tuttavia, commisurate ai piccoli obiettivi, una generica volontà di animazione culturale, che quelle in iniziative si ripromettevano. Ma oggi, inizio anni ’80, che quell’animazione ha condotto una pattuglia di uomini miracolosamente vivi e operanti sulla trincea più avanzata di progetti ambiziosi, con una più ampia carica risolutiva di problemi annosi, il distacco degli intellettuali può significare delitto grave e non più colpevole negligenza. 

La coesione, il blocco sociale tra intellettuali e fermenti sociali e culturali provenienti da un’ampia base popolare e giovanile, unica condizione per togliere il consenso alla classe dominante e concederlo alle classi che chiedono una trasformazione della società, compito storico degli intellettuali, è resa  necessaria oggi non più ai fini di una generica opera di animazione culturale, bensì di una strutturazione culturale in grado di far fare alla società sarda quel giro di boa  invano chiesto trent’anni fa all’economia. Una legge organica sulla cultura (un progetto dell’assessorato regionale precedente è già pronto), che contenga tutte le innovazioni concretizzatesi ormai nella pratica di chi ha lavorato in campo culturale, metterebbe in moto una serie di reazioni a catena, sfrutterebbe preziose energie inutilizzate, svilupperebbe una creatività che andrebbe poi a beneficio di altri settori più crudamente “produttivi” della società.

Ma se c’è da fare blocco intellettuali-operatività culturale per costruire, c’è da farlo anche per difendersi. Abbiamo già accennato ai pericoli della crescita teatrale, che si possono riassumere nello spettro di un’invasione di contenuti, di forme e metodologie di dubbia utilità per una società che aspiri all’autonomia e alla specificità, che altrove hanno una debole giustificazione solo nel loro dover soccombere alle spinte condizionanti di Teatri Stabili, Accademie, Circuiti, Ministero e altri vari centri di pressione.

In Sardegna l’isolamento almeno questo vantaggio comporta: che, non essendovi simili “fatti compiuti”, è aperta una strada per soluzioni corrette a misura di ideali e richieste popolari che nessuna moda potrà mai mettere nell’armadio.

Il campo dello spettacolo verrà investito — già si sente una brezza preoccupante — da un vento pericoloso, che cerca sbocchi di mercato e che tenterà di usare cavalli di Troia. Occorrerà che i cavalli mostrino un talento superiore a quello umano. E che il professionista dell’intelletto lo eserciti anche su una materia che offre, oggi in Sardegna, non pochi spunti e motivi di dibattito e vaglio critico.

SPETTACOLO – Periodico. Anno I. N. 0, novembre 1980