Oggetto di satira il fallimento del piano di rinascita
Il nuovo spettacolo della Cooperativa Teatro di Sardegna
Autonomia sarda-carnevale: l’idea che appare dall’accostamento titolo-argomento del nuovo spettacolo della Cooperativa Teatro di Sardegna ha un immediato riscontro nell’opinione pubblica.
Al di là, infatti, di quel pizzico di provocatorio e impreciso che sempre ha, pochi in Sardegna possono negare (e tra quei pochi non ci sono senz’altro gli emigrati) che le scelte fatte in materia economica dalla classe politica sarda in trent’anni di autonomia si può (o si deve) parlare in termini di indignazione e, se ne deve parlare da un palcoscenico, anche di beffardo, di grottesco, di riso amaro. Come dice una battuta di Carrasegare (Carnevale, appunto) bisogna ridere, quando si deve ammazzare chi si vuole bene, un riso amaro e folle, “su risu de sa mela granada, rutta a terra e ispaccada, su risu de sa columba chi si ‘nde bogat sa matta cun s’ungia, il riso giallo del mietitore, quando lo scirocco gli miete con una falce di fuoco il suo campo di grano, il riso verde del pastore, quando la neve, a primavera, gli brucia l’erba nella tanca, il riso nero del minatore quando il grisou gli scoppia in fondo al pozzo di carbone, il riso rosso del pescatore di frodo quando il tritolo gli manda le dita mozze contro la luna. È tra una tappa e l’altra del rituale carnevalesco di Giolzi, tra la caccia e l’imprigionamento, tra il processo e la condanna a morte o il lamento funebre del fantoccio di carnevale, che si snoda il racconto satirico di quello che è stata la rinascita in Sardegna per pastori, contadini, gli operai, I minatori, gli emigrati. Simbolo unificante di tutto il fallimento del modello di sviluppo economico incentrato sulla chimica di base, lo stesso fantoccio di carnevale, Giolzi, che è lo squilibrato, il “matto” del paese, uno dei tanti contadini-pastori sradicati dal contesto loro proprio, chiamati dal “Dio petrolio” e lasciati da questo nella disoccupazione e nell’alienazione: “cacciviti disoccupati”.
Giolzi l’alienato fa il fantoccio di carnevale, ma gli va bene; riandando indietro nella sua storia, che è la storia della Sardegna degli ultimi trent’anni, aiutato dai compagni che “recitano” assieme a lui il rito carnevalesco, “guarisce” durante la scena finale del “manicomio”, quando, come in una seduta di terapia comunitaria, rivive I propri traumi e ritrova la propria identità. Non sempre per gli altri Giolzi finisce così.
Carrasegare è stato scritto da Francesco Masala e Gianfranco Mazzoni, che ne ha curato anche la regia. “Ma è anche nostro”, dice Rosalba Zuncheddu, che, come aiuto regista, ha seguito più da vicino l’evoluzione dell’idea di spettacolo; “nostro, del collettivo interno alla Cooperativa, cioè, perché lo abbiamo voluto, lo abbiamo visto nascere, lo abbiamo messo in scena: così incisivo, pungente, attuale, divertente”.
Il finale del lavoro è positivo, non tanto per la guarigione del protagonista o per l’invito finale al pubblico a “faeddare”, cioè a prendere la parola, ad intervenire sui problemi che riguardano il destino di tutti, quanto per la esperibilità da parte di ciascuno di noi dei rimedi cui Giolzi fa ricorso per salvarsi: l’aiuto alla comunità entro la quale vive e la conoscenza della sua storia.
Lo spunto viene da un copione pervenuto dall’Occitania, la regione meridionale della Francia che tanto fastidio ha dato negli anni scorsi ai governi parigini per la rivendicazione della nazionalità e della lingua. Il manoscritto, opera di un gruppo giovanile di “teatro di strada”, è tradotto e studiato dalla cooperativa per una sua utilizzazione in Sardegna. Vengono consultati alcuni scrittori e studiosi, tra cui Clara Gallini, Leonardo Sole, Francesco Masala. Ma non se ne fa nulla. Il copione è “troppo” da una parte (la satira è in chiave culturale giusta per gli occitanesi ma inesportabile) e “troppo poco” da un’altra (la maggior parte dei nodi “questione sarda” attuale restava tagliata fuori). Sopravviene un momento di crisi. Poi, come avviene spesso a teatro, è l’idea scenica a risolvere: ambientare tutto in una festa di carnevale. Non rimaneva che ridurre a sintesi significante i grandi temi della condizione sarda di questi anni e vestirli dei panni del carnevale, aggiungendo, come anello comunicante dei due livelli, il “Giolzi-matto”.
Dopo un lavoro di ricerca durato parecchie settimane il Collettivo consegna il materiale storico-politico e folclorico accumulato nelle mani dello scrittore Masala e del regista Mazzoni perché stendano il testo. Ai primi di gennaio questo è pronto.
Un mese dopo, il 2 febbraio, al civico di Sassari, dove il gruppo è di casa e dove esiste un teatro pubblico, lo spettacolo va in scena, interpreti Giorgio Boi, Lia Careddu, Lello Giua, Cristina Maccioni, Paolo Meloni, Franco Noè, Tino Petilli, Cesare Saliu; scene di Corrado Gai, costumi di Gianni Garbati, musiche di Giorgio Boi, sarta Olga Cugliari Boi, organizzazione di Lello Giua. Successo di pubblico e di critica, una cinquantina di repliche nell’isola a fine aprile, di cui tre al “Massimo” di Cagliari (l’inizio di una gestione pubblica e popolare per l’inviso teatro privato, minacciato anche di demolizione?) e una a Torino, nell’ambito delle celebrazioni del Trentennale dell’autonomia sarda promosse dalla Regione Piemonte e dal circolo emigrati sardi ADIS (teatro Valdocco, 23 aprile; il giorno dopo, Su connottu).
La teatralizzazione dei momenti politici dello spettacolo è incentrata sul concetto di “Carro allegorico”. I carri sono cinque: il carro della pastorizia, con personaggi e situazioni da spettacolo di varietà, con in primo piano il nuovo mito del capitalismo, la “pecorona”, che produce il “petrolatte”; il carro dell’agricoltura, con suonatori-agricoltori pronti a produrre musica nuragica” per un festival del MEC, il carro dell’industria, elaborazione fantastica della Sartiglia di Oristano, con una regina dei nuraghi che mette in palio la mano e la dote della “principessa Rinascita” ponendo come condizione l’uccisione di un Caprone (la Sardegna, la cultura, la sua economia) con vincitori il “Principe primogenito del dio Petrolio” e “Il Duca di Longobardia, Signore delle Cattedrali nel deserto; il carro delle miniere, una processione del venerdì santo in cui il morto è il minatore sardo; ed infine il Carro dell’emigrazione, con I “Vestiti di bianco”, I poveri alienati ospiti di un ospedale psichiatrico.
E il carnevale? Dice Masala: “il rituale di Giolzi, il fantoccio di Carnevale, riassume il significato che aveva nell’antica società contadina sarda: un rito di eliminazione del male e di propiziazione del bene. Giolzi rappresenta il demonio, la sfortuna, l’annata cattiva, deve essere messo sottoterra per seppellire almeno per un giorno la fame, la miseria, la bruttezza, la malattia, la malasorte, tutti I mali, insomma, di cui, quell’essere, dio o diavolo che sia, è responsabile”.
Poesia, filastrocche e canzoni popolari, ricercate spesso sul posto, hanno fornito il materiale per la ricostruzione delle cinque scene ancorate al rito carnevalesco di Giolzi: la caccia, l’imprigionamento, il processo, la condanna a morte e il lamento funebre. Lo spettacolo è il quarto della linea “popolare”, su temi regionali della cooperativa Teatro di Sardegna. Prima erano venuti Quelli dalle labbra bianche di Masala e Colli, Su connottu di Ruju e Parliamo di miniera di Mazzoni.
Il Messaggero sardo, aprile 1978
Infine, una serata nostalgica con artisti sardi affermati oltre Tirreno che si riuniscono a Cagliari per un incontro con i vecchi spettatori.