Quando il “DC9” decolla in sardo

Raffaele Caria, un passato da emigrato come cameriere in Germania. Poi il ritorno ad Alghero. «Perché sono uscito dalla Cgil e dal Pci». «L’italiano è la lingua di chi comanda, bisogna appropriarsi non della loro lingua ma dei loro mezzi, compresi quelli di informazione».

Il “caso” di Raffaele Caria, l’impiegato dell’Ati dell’aeroporto di Alghero che un bel giorno ha cominciato a dire in sardo e in catalano gli avvisi di partenza e d’arrivo degli aerei, è scoppiato da alcune settimane ed è stato ampiamente ripreso da giornali e radio. Ma sul personaggio Caria non si sa molto.

 L’occasione per saperne di più capita per caso. Alghero, cinema dei frati Francescani: è terminato uno spettacolo teatrale che racconta in italiano e in sardo i trent’anni di autonomia di cui ha goduto la nostra regione e Caria interviene nel dibattito successivo alla rappresentazione. “Il teatro, così come i mezzi di informazione — dice — deve essere un mezzo di liberazione. Anche con il bilinguismo vogliamo spezzare un silenzio ancestrale. D’ora in poi i sardi non vogliono più essere silenziosi e prudenti, perché è stato col silenzio e con la prudenza che finora la nostra patria è stata tradita”. Alla fine scambiamo alcune chiacchiere.

Primo argomento gli sviluppi del suo “caso”.

“Quattro parlamentari radicali — dice — hanno presentato un’interrogazione ai ministri dei trasporti e degli interni e delle partecipazioni statali. Assieme al mio avvocato ho presentato poi ricorso al pretore di Alghero Enzo Carta contro il provvedimento preso nei miei confronti dal’ATI (una riprovazione scritta che minaccia altri più gravi provvedimenti). Vogliamo che il giudice si pronunci nel merito. Ma l’udienza è stata fissata molto in là, a cinque mesi dal ricorso, ignorando la legge che dispone il termine di sessanta giorni. Si conta evidentemente sul tempo per far dimenticare a naufragare l’iniziativa. Continuare gli annunci infatti sarebbe molto rischioso, in mancanza di certezza giuridica”.

Come andarono le cose precisamente?

“Pensavo da tempo all’opportunità di verificare come avrebbe reagito la gente in attesa nell’aerostazione agli annunci in sardo e catalano, che è la lingua degli algheresi. Era anche importante mettere sardo e algherese alla prova del microfono e dell’altoparlante. Allora cominciai. Prima tre anni fa con annunci sporadici. Poi, visto che funzionava, che i viaggiatori locali obbedivano alle disposizioni impartite in catalano o in sardo, ho ripreso nei mesi scorsi in modo sistematico, usando sardo e catalano prima di italiano e inglese. Mentre tre anni fa nessuno reagì, oggi per la continuità degli annunci, si sono mossi. Il direttore dell’aeroporto ha pressato il capo scalo perché cessasse il fatto, “che crea confusione nelle operazioni di imbarco e di sbarco, che genera ilarità e risulta offensivo della dignità aeroportuale”.

“Perché ho agito da solo? Perché ero convinto che le forze sociali e culturali non mi avrebbero aiutato”.

Raffaele Caria, un impiegato dell’ATI di Alghero. Ci si aspetta un personaggio grigio e anonimo. Invece ci si trova di fronte ad una personalità complessa, ad una storia densa di fatti, ad una vita vissuta con impegno in molti settori.

Caria è nato ad Alghero 36 anni fa. A venti emigra in Svizzera e Germania, dove fa il cameriere d’albergo per due anni. Al ritorno ad Alghero riprende gli studi di ragioneria interrotti e si laurea in giurisprudenza. Si butta quindi nell’impegno e nella militanza politico-sindacale. “Riappropriatomi della lingua e della cultura dominante — racconta — ho preferito trasferire il messaggio della mia esperienza alla mia gente. A quel tempo l’operaio dell’aeroporto portava ancora la spesa a casa dell’impiegato, il sindacalismo nell’ambito aeroportuale cominciava da queste basi. Si era ormai nel ’69 quando le lotte toccarono il vertice di intensità. Non mancarono le amarezze: dovetti uscire dalla Cgil quando dal vertice venne fuori la proposta del sindacato unico burocratico e verticistico”.

Sempre agli inizi degli anni ’70, si aggiunge l’impegno culturale. Caria intensifica l’uso dell’algherese come mezzo di presa di coscienza, di liberazione, partecipa a tutte le iniziative che portano all’aggregazione nella cittadina catalana di gruppi teatrali, folcloristici, musicali, alla istituzione di scuole sperimentali di algherese, alla intensificazione dei rapporti con la Catalogna, che passano da una fase elitaria ad una popolare. Caria ha due bambini, di cui la prima di tre anni e mezzo parla indifferentemente italiano e catalano. Fa parte del comitato cittadino per la difesa del catalano e del sardo e dirige un centro algherese di ricerca e documentazione che ha già prodotto risultati di rilievo.

L’impiegato dell’ATI è stato un personaggio scomodo per il partito al quale apparteneva, il Pci: “nel gennaio del ’77 mi espulsero perché come consigliere comunale denunciavo un tentativo di colonizzazione turistica a Porto Conte da parte della famiglia “padrona” di Alghero. Rimasi in consiglio come indipendente di sinistra. Durante le recenti consultazioni per la crisi comunale la mia è stata l’unica parte politica presente in consiglio che è stata discriminata nelle consultazioni. Sono stato anche oggetto di violenza fisica da parte del vicecapo gruppo del PCI, unicamente perché tentavo di partecipare all’assemblea dei capi gruppo. Mi sono state fatte delle proposte da altri schieramenti ma io non accetto alcuna candidatura sul piano istituzionale: mi taglierebbero la lingua”.

Tu ti senti sempre comunista…

“Certo, sono un comunista, anche se non del Pci: un comunista ortodosso che si meraviglia che il partito oggi paventi strumentalmente il pericolo del separatismo per gettare discredito sul movimento di liberazione linguistica e addirittura tenti di sminuire l’iniziativa popolare presentando una proposta di legge di vertice, e quindi scorretta sul piano della democrazia diretta. Se gli articoli 3 e 6 della Costituzione fossero attuati in Sardegna ci sentiremmo tutti meno separati e meno emarginati sul piano della partecipazione democratica; la Costituzione l’ha firmata anche il Pci: il discorso sul separatismo gli si ritorce quindi contro”.

Che cosa pensi sul dibattito attualmente in corso sul bilinguismo?

“Non è importante appropriarsi del sardo, quanto dell’italiano, che è la lingua di chi comanda. Io rispondo che tutte le lingue possono arricchire i sardi ma non è importante imparare l’italiano perché è la lingua di chi comanda, bensì è importante appropriarsi dei mezzi di sfruttamento capitalistico ed economico di chi ha invaso la nostra terra e che, disponendo di questi mezzi, dispone anche di quelli di informazione. Ed ecco che si fa passare la cultura dominante per cultura dei dominati. Si sono dette molte falsità anche quando si parla di chiusura nei confronti dell’italiano o dell’Europa. Noi non siamo certo per un parlamento europeo degli Stati ma per un parlamento delle nazionalità, poiché questo significherebbe la partecipazione diretta della Sardegna alle scelte più generali che la coinvolgono e come popolo e come economia. Poi c’è da precisare e da chiarire bene che prima di svolgere un ruolo europeo la Sardegna deve svolgere un ruolo mediterraneo: Sardegna e Catalogna si trovano a far da cuscinetto all’Africa: e non si può pensare al parlamento europeo senza pensare all’Africa e alle nazioni cuscinetto nel rapporto Europa-Africa”.

Tuttoquotisiano, 12 marzo 1978