L’avanguardia teatrale arriva in città

A “SPAZIO A” a Cagliari

Due spettacoli di Remondi e Caporossi a “Spazio A”

L’originale iniziativa di Spazio A di via Cuoco a Pirri, di promuovere una rassegna dell’avanguardia musicale e teatrale nazionale, prosegue, sia pure con qualche inciampo. Per domani venerdì e sabato (ore 21, saletta di via Cuoco a Pirri) viene annunciato uno spettacolo del gruppo “Dominò”, composto da Kris Creatore (un “ex” del Living Theatre), Claudio Bonfigli e Daniela Dembhem. Nei giorni scorsi, come annunciato, è stato ospite di Spazio A il duo Remondi-Caporossi, che ha rappresentato “Sacco” e “Richiamo”.

Claudio Remondi, 46 anni, attore presente da più di venti nell’avanguardia teatrale “prima ancora che questa si arrendesse alla denotazione di una formula”; Riccardo Caporossi, 25 anni, che tra esperienza pittorica e formazione architettonica, “trae dal territorio teatrale il senso di una maggiore liberalizzazione espressiva, non ultimo il suo manifestarsi come presenza conduttiva nel corpo dello spettacolo”: Remondi e Caporossi, questo duo teatrale così affiatato e famoso, emblematico della più autentica ricerca teatrale, itinerante per tutti i più importanti festival internazionali.

Giusto dire grazie a Spazio A, anche se dispiace che a dirglielo siamo in pochi, essendo venerdì la saletta di Pirri non affollata come in altre occasioni: segno che la situazione culturale cagliaritana — spazi, informazione, omogeneità di tessuto sociale — più di tanto non consente anche ai più audaci e coraggiosi promotori culturali, anche se non è da escludere qualche insufficienza organizzativa interna.

Vogliamo dire, insomma, che Cagliari ha un potenziale di pubblico per questo tipo di manifestazioni ben superiore a quello che affluisce alle manifestazioni teatrali e musicali di questi giorni a Spazio A, e che quindi qualcosa che non va ci dev’essere, come è altrettanto certo che la fune più grossa cui è attaccato questo qualcosa si diparte ancora una volta dal palazzo civico di via Roma, dove la politica culturale cittadina dorme da decenni sonni vergognosi.

Lo spettacolo visto si presta forse come nessun altro a stimolare indignazione e rabbia per le insufficienze di cui si parla, tanto “Sacco” è stato bello, perfetto nella sua progettazione ed efficace nella sua realizzazione, esemplificativo di un teatro che sfrutti il proprio specifico di suggestione emotiva per stimolare riflessioni critiche. È uno spettacolo complesso, cucito sopra uno spunto ed una storia di per sé semplici: la storia di una tortura permanente, cui un uomo sottopone un suo simile; un apologo — come è stato scritto — che al di là di ciò che cerca di evidenziare, ipotizza occulte prospettive: molti ad esempio, come ci dirà Remondi a fine rappresentazione, hanno identificato il potere nell’aguzzino debolissimo fisicamente ma provvisto di tutte le risorse della tecnologia e la massa nella vittima più forte fisicamente ma priva di mezzi di conoscenza.

L’aguzzino è magrissimo, nudo nella sua debolezza fisica, incerottato, un avanzo di uomo, ma armato e provvisto degli arnesi più diversi, frutto di una civiltà esausta ma proliferante di invenzioni disumanate, un avanzo d’umanità aberrante di pretta marca beckettiana; la vittima ugualmente avanzo di umanità ma nella parte subente, ghettizzata, fino all’afasia e alla riduzione ad animale.

Ma la riduzione al rapporto potere-massa nella società super industrializzata non esaurisce le valenze del testo: il Sacco rimanda, così come le poche parole della vittima, a conflitti con la vita e con il nostro prossimo ben più misteriosi (mia madre era una corda tesa e mio padre un giocherellone, con quella corda mio padre si è strozzato, con quei giochi mia madre si è spezzata”, o “non sono mica il custode di mio fratello”, che è il grido di Caino ad Creatore che gli chiede conto della vita del fratello).

La vittima riesce per un attimo a uscire dal sacco-prigione; per debolezza ormai connaturata, ma anche per la torbida acquiescenza di ogni vittima al suo carnefice, finisce con l’entrare subito dopo in un altro: facile preda sotto gli occhi stupiti ma ugualmente pronti all’obbedienza di noi, uomini del 2000 provvisti di tutto, anche di questo spettacolo a luci spiegate della nostra sconfitta, meno che della speranza.

Dopo la recita, la luce fioca di via Cuoco, dove l’attuale servitù ci relega a pensare, ha fatto a malapena ritrovare le automobili, compagne sicure dei nostri giorni. Prima, dentro, uno spettatore era caduto nella provocazione ed aveva aiutato l’aguzzino ad allacciare uno strumento di tortura.

Tuttoquotidiano, 1 marzo 1978