Regione e teatro: a ciascuno il suo

Le indicazioni emerse dal convegno di Bologna

In questo deve consistere il decentramento regionale che si auspica venga recuperato nella nuova legge sul teatro

Bologna, 1 dicembre

Autonomia della Regione nella programmazione teatrale, e non assetto regionale del teatro attuale: in ciò dovrebbe consistere il decentramento regionale che si auspica venga recepito nella nuova legge sul teatro.

È questo il senso conclusivo, espresso dallo studioso di teatro Mario Raimondo, del convegno Teatro e Regioni, domani tenutosi a Bologna su iniziativa dell’Ater (Associazione Teatri Emilia-Romagna) in collaborazione con l’Associazione nazionale dei critici teatrali. Al convegno hanno partecipato numerosi rappresentati degli enti locali emiliano-romagnoli, studiosi, animatori culturali, giornalisti, rappresentanti di compagnie teatrali.

“Le regioni — ha detto Raimondo — assumeranno sicuramente compiti nuovi in materia teatrale. Bisogna stare attenti ai pericoli di un decentramento non ben ponderato. La Regione deve assicurare quello che finora lo Stato non ha dato: un’organizzazione di strutture che siano permeate dal concetto di cultura educativa, strutture che costituiscano, razionalmente distribuite sul territorio nazionale, dei sistemi portanti e unificatori”.

Raimondo aveva specificato meglio questo punto nell’introduzione al convegno. “Tutto il tessuto teatrale italiano — aveva detto — ci appare come un tessuto sfrangiato, in cui le idee di teatro esistenti, stabili, gruppi d’avanguardia, cooperative, gruppi di base, circuiti di distribuzione territoriale a livello regionale (oltre all’Ater c’è il teatro regionale Toscano, n.d.r.) hanno dovuto di volta in volta creare tutto e dare ogni risposta, entrando tutte poi progressivamente in crisi. Occorrono invece delle strutture culturali portanti, unificanti, entro le quali possano convivere le diverse idee di teatro, un quadro istituzionale, cioè, molto saldo e preciso”.

Per Raimondo queste strutture possono ancora essere i teatri stabili. Ne esistono attualmente otto: a Milano, Torino, Genova, Trieste, Bolzano, L’Aquila, Roma, Catania. Recentemente hanno assunto la diversa denominazione di “Teatri a gestione pubblica”, in corrispondenza di un ampliamento dell’attività nel senso dell’area geografica (il decentramento) e delle funzioni (animazione, drammaturgia, scuola, etc). In virtù di tale nuova funzione, rimasta spesso nel campo delle buone intenzioni, sono entrate da questa stagione nel novero dei teatri a gestione pubblica altre tre entità: La Loggetta di Brescia, il Teatro sloveno di Trieste, e l’ERT — Emilia-Romagna Teatro — sorto dall’interno della stessa Ater e dall’incorporazione in essa della più grossa cooperativa teatrale italiana, gli “Associati” diretti da Fulvio Fo.

Sul ruolo svolto dai teatri stabili in Italia dal ’47, dalla nascita del “Piccolo” di Strehler ad oggi, la critica è unanime nel ritenerlo negativo se confrontato ad un’idea di teatro qual era da attendersi subito dopo la liberazione, quando non solo nel teatro si aprivano spazi sconfinati di libertà creativa; positivo, invece, se si tiene conto dei condizionamenti politici e dell’arretratezza culturale in cui, nonostante la caduta del fascismo, l’Italia si venne a trovare nel dopoguerra. Agli Stabili si dà atto in questi casi di aver svecchiato il repertorio, di aver creato un gusto nuovo nella messinscena, di aver allargato l’area dell’interesse per il teatro in strati sociali diversi, di aver posto alla classe politica l’idea della cultura come servizio sociale. Di fortemente negativo — al punto di tarare tutti questi risultati a livello spesso di pura percepibilità — l’assetto burocratico e clientelare, derivato dalla rappresentanza dei partiti nei consigli d’amministrazione, difetto che ha minato e mina alla base, cioè nella capacità creativa, una struttura culturale che proprio sul libero gioco della fantasia artistica e dell’impegno intellettuale doveva poggiare.

È proprio sulla positività, dopotutto, dell’esperienza dei teatri stabili, che Raimondo ha fatto leva quando ha detto: “bisogna riandare alla grande tradizione interrotta e impedita ad esprimersi delle municipalità, delle piccole e grandi collettività compiute, capaci di esprimersi in una definizione precisa. La larga delega alle regioni, il grande proliferare in esse di attività, non può fare a meno del consolidarsi e dell’allargarsi del fenomeno dei teatri stabili, strutture da integrare in un quadro omogeneo. Le Regioni dovranno vivere intorno ad alcuni dei più grandi punti di riferimento municipale”.

Intervenendo subito dopo, il presidente dell’Ater Passerini ha detto che è un falso dilemma quello tra una gestione statale ed una gestione regionale del teatro: “Quello che importa — ha detto — è battere la centralità. Se ad esempio la nuova legge entrasse nel merito prefigurando situazioni preferenziali tra Stabili, cooperative, circuiti, sperimentazione, anche se poi delegasse alle Regioni, metterebbe in atto una soluzione accentrata perché consegnerebbe alle Regioni una situazione già compromessa da quelle scelte: deve avvenire, viceversa, direttamente nelle Regioni, la diversificazione delle esperienze e della prassi teatrale; anche se deve intendersi che la Regione non deve gestire. Il sottinteso di questo fermo “distinguo” è che nemmeno agli stabili la futura legge deve dare un rilievo preferenziale.

“Non si deve intendere la regionalizzazione del teatro — ha sostenuto poi il critico dell’Avanti Pasquale Guadagnolo — nel senso di affidare qualcosa allo Stato e qualcos’altro alle Regioni”. Ed ha proseguito affermando che nel progetto del partito socialista due sono i momenti da mettere in risalto: il teatro della civiltà dello spettacolo, della tradizione e del rinnovamento; ed il teatro di educazione di massa.

A parere del critico del Messaggero Renzo Tian, il pericolo, trapelato anche dalle parole di Passerini, è quello che si adotti l’esistente e si trascuri l’esame di modelli culturali nuovi, oppure che la regionalizzazione avvenga con un semplice travaso di contenuti da un contenitore ad un altro. Per il regista Luigi Squarzina, viceversa, il pericolo è l’estendersi della burocratizzazione e dell’incompetenza, dai settori dell’amministrazione ministeriale a quelli delle amministrazioni regionali. Piuttosto discutibile poi l’intervento di Luigi Lunari, del Piccolo Teatro, che ha parlato di professionismo e non, di Regioni civili e incivili. Infine, particolarmente lucido e concreto l’intervento di Ghigo De Chiara, altro critico dell’Avanti, che ha affermato che, mentre le proposte di drammaturgia e di gestione possono cadere perché sono essenzialmente affidate all’elemento umano, quelle poggianti sulla struttura rimangono. E sono le uniche che si possono prevedere in vista della legge: centri polivalenti, consorzi (citata anche l’esperienza sarda), ed altri veicoli ugualmente capaci di far crescere sicuramente il teatro in modo razionale e uniforme nelle varie regioni.

Tuttoquotidiano, 2 dicembre 1977