I nuragici scrivevano?

La scoperta di uno studioso

Su alcune pietre e sulle pareti di nuraghi sono strati trovati dei segni lineari

I nuragici sapevano scrivere e se, come sembra, la loro era una scrittura runnica, venivano da occidente e non da oriente come finora si è creduto.

In questa doppia affermazione, le seconda conseguente alla prima, starebbe il senso della scoperta fatta da uno scrittore appassionato di archeologia, Bruno Vacca, in collaborazione con un altro appassionato, Mario Licheri, funzionario dell’Esit di Cagliari. Tracce di scritture nuragiche sarebbero state rinvenute dai due studiosi in varie località della Sardegna su pietre e nuraghi.

Sulla scoperta, proprio perché di rilevantissima importanza, non si hanno ancora commenti ufficiali da parte degli studiosi in grado di darle il crisma di autenticità. “Mi sono messo in contatto con il professor Giovanni Lilliu — ha detto Vacca — che però non si è pronunciato, preferendo lasciare la parola ad un glottologo o ad un esperto in epigrafe. Sottoporrò la mia scoperta al professor Giulio Paulis, della facoltà di lettere dell’università di Cagliari, glottologo particolarmente preparato in scritture finniche e quindi in grado di dare una risposta autorevole: ho confrontato le scritte che ho trovato con altre arcaiche e ho visto una straordinaria rassomiglianza con la scrittura runnica, scoperta nelle isole Orcadi vicino alla Scozia. Se la rassomiglianza fosse confermata da Paulis, i dubbi ancora esistenti si dissiperebbero di molto. In ogni modo l’ultima parola spetta proprio agli esperti. Io — conclude Vacca — sono soltanto un appassionato e desidero solo mettere a disposizione della scienza quanto ho trovato”.

Ma come si è arrivati a quella che si preannuncia una scoperta di importanza fondamentale per la storia della Sardegna? Ce lo racconta lo stesso Bruno Vacca.

“È avvenuto circa quattro mesi fa — dice — quasi per caso. Assieme a Licheri mi trovavo sulla Giara di Gesturi per degli studi sui nuraghi come sistema difensivo collegato, quando mi sono imbattuto in una sorgente attorniata da strutture megalitiche. Guardiamo sott’acqua e scorgiamo delle pietre con dei segni incisi. Segni ornamentali, a prima vista. Senonché più avanti, a tre chilometri di distanza, troviamo un’altra pietra con segni analoghi. Nei giorni seguenti esploriamo dei monumenti nuragici, presso Abbasanta, Paulilatino e Macomer e troviamo le stesse scritte anche li”.

Da che cosa deriva la convinzione che si tratti di autentiche scritte?

“Dalla presenza di segni analoghi in tutte le scritte trovate. Vi sono dei segni lineari che si ripetono. E non si tratta assolutamente di scrittura fenicia”.

Intendete proseguire nelle vostre ricerche?

“Certamente. Su scala più vasta e razionale. Ci affideremo ai pastori, in modo che segnalino, loro che conoscono a menadito i dintorni dei paesi, eventuali scritte. Su una cosa di così grande importanza occorrerebbe una campagna di sensibilizzazione della popolazione, che so… Per un po’ “si vada a scritte invece che a funghi”. Abbiamo già ricevuto delle segnalazioni per le zone di Perdasdefogu e Bonorva”.

Qual è il sentimento provato all’atto della scoperta?

“Di conferma di ciò che abbiamo sempre pensato, e non noi soltanto: che è inconcepibile che un popolo come quello nuragico, capace di progettare costruzioni così perfette e sofisticate, non avesse una propria scrittura. Ci si comincia anche a spiegare come mai certe genti della Sardegna, ad esempio i barbaricini, abbiano caratteristiche morfologiche così diverse da quelle degli altri sardi”.

Tuttoquotidiano, 18 novembre 1977