Dio petrolio ha generato noi mostri

Intervista a Francesco Masala sul suo nuovo romanzo

“La storia della nostra repressione”

Tenero nel prendere posizione di fronte a fatti o persone, morbido e duttile nei giudizi, accomodante nei rapporti d’amicizia o di lavoro, Francesco Masala non lo è mai stato. Oggi che le vicende politiche e le tensioni sociali si sono acuite e pretendono ancor di più la scelta tra compromesso e intransigenza, lo è ancor meno.

I nodi del modello di sviluppo economico finora perseguito dalla classe politica sarda stanno per arrivare al pettine, si avvicina il momento in cui le gravi insufficienze da esso partorite saranno lampanti di fronte a tutti e non soltanto agli ostinati profeti solitari come Masala. Cresce per di più alla base un movimento di protesta organico e diffuso in cui finalmente operai, contadini, pastori, pescatori, emigrati e giovani intellettuali sono uniti di fronte al comune nemico del capitalismo di rapina; l’analisi sui meccanismi di spoliazione della Sardegna si è arricchita di contributi determinati, è uscita dal chiuso della protesta disperata di pochi: tutto concorre evidentemente, da un lato, a confermare lo scrittore nei convincimenti che nutre da molti anni, dall’altro a fargli vivere con maggiore serenità la solitudine non amabile in cui il potere, ritraendosi al riparo dagli sberleffi al fulmicotone dello scrittore, lo ha costretto.

Francesco Masala sta ultimando un nuovo libro, un romanzo dal significativo titolo “Il Dio petrolio”.

Il petrolio, con tutto ciò che esso ha rappresentato e rappresenta per la Sardegna, è stato per lui, sin da quando è comparso nell’isola, un demonio da combattere senza risparmio. Scriveva anni fa: Il Dio Petrolio ha chiamato migliaia di contadini sardi. Ha detto loro: ecco venite, lavorate, voi diventerete operai. I contadini sono venuti e il Dio Petrolio li ha messi ad alzare mattoni, piantare tubi, innalzare torri, fiaccole, alambicchi, serpentine. Dopo che il contadino ha costruito tre “cattedrali nel deserto” (Sarroch, Porto Torres, Ottana), il Dio Petrolio li ha cacciati via perché il suo Tempio è cibernato, può andare da solo. I lavoratori che l’hanno costruito non sono più contadini né sono diventati operai: sono solamente sottoproletari disoccupati, disponibili per l’emigrazione e/o per il crimine”.

Chiediamo a Masala come viene trattato nel romanzo il tema del petrolio.

“Il romanzo è diverso da quello che la gente si aspetta. Il problema del modello economico della società industriale, che viene affrontato dai politici solo in termini economicistici, ha qui implicazioni anche di carattere filosofico: dove va l’uomo, la caduta dei valori dall’antica società contadina (etici, estetici, religiosi, politici), non sostituibili da altri altrettanto umani e plausibili… la società industriale è di per sé stessa fonte di violenza, sopraffazione, alienazione, disumanità. All’inquinamento ecologico fa da riscontro quello delle coscienze, che aumenta la paura, scatena i mostri dell’aggressività, del sadismo e del masochismo: homo faber uccide homo sapiens. È il romanzo dell’alienazione e della dispersione”.

Si è parlato di una forma espressiva ancora giocata su un linguaggio provocatorio…

 “Che cos’altro merita questa nostra società? Del resto, oggi come oggi, per uno scrittore sardo, non c’è bisogno di guardarsi intorno. C’è di tutto. Tutto e il contrario di tutto. La negazione e la negazione della negazione. La regione, invece che autonoma, dovrebbe chiamarsi eteronoma, cinghia di trasmissione, com’è diventata, di un nuovo padrone colonialista: la petrolchimica. Al danno segue poi la beffa. Dopo trent’anni di malgoverno, la Regione si è “intesa” per nominare un comitato per festeggiare il trentennio. Gente allegra! Intanto, l’intellighentsia borghese sarda fa da mediatrice italiota con i mass media del Dio Petrolio (vinti e convinti): i neo marxisti borghesi, dopo aver accantonato la lotta di lasse, hanno accantonato Gramsci e Lussu e indicano, sulle colonne dei giornali al catrame, il nuovo maestro: Antonio Pigliaru, il filosofo gentiliano orunese, condannato dal Tribunale militare di Oristano il 29 agosto del 1944 a sei anni di galera per aver tentato un colpo fascista, cioè per aver tentato di rimettere intorno  al collo dei sardi quelle catene naziste spezzate da poco più di un anno. Tutto c’è oggi in Sardegna. Anche l’incredibile. Tutto, ripeto, e il contrario di tutto. Cattolici che amoreggiano con Marx e ripudiano il tomismo. Marxisti che amoreggiano col tomismo e ripudiano il marxismo.

Intantu, chie nde hada mandigada e chie non nde hada s’impiccada. Bene, fredes caros, continuiamo così: i nostri figli verranno a scaracchiare sulle nostre tombe”.

Il rispetto dell’attesa dei prossimi lettori quasi viene dopo l’irrispettosità che lo scrittore vuole mantenere verso i suoi avversari, che, come si è visto, sono numerosi; Masala, in sostanza, non vuole dir molto sull’opera di per sé, sul suo linguaggio, quasi per non dare al “dio” che combatte la soddisfazione di conoscere prima del tempo le armi adoperate questa volta. Ma qualcosa anticipa.

“È un “diario ambiguo” e miserabile, come ambigua e miserabile è la realtà innarrabile degli inquinamenti dell’industrializzazione sarda. L’ars dicendi? Anche quella è inquinata. L’invenzio furbastra dei personaggi per la captatio benevolentiae, per fregare il lettore, l’insinuatio erotica per eccitarlo, la dispositio, una miscela di sequenze e dissolvenze con flash back, carrellate avanti e indietro, alla ricerca del tempo futuro e del tempo perduto; l’eloCutio, ornamenti retorici, roba da seminario, similitudini, metafore, iperbati, ipotiposi, prosopopee, enallagi, zeugmi, ossimori, e cose così: insomma, parole per significare tutto e il contrario di tutto. Il “finale” è a sorpresa, un epilogo né vero, né falso, ambiguo e miserabile, proprio come tutti noi, in questi critici momenti della condizione umana”.

Com’è articolato il romanzo? La vicenda, i personaggi? “C’è un villaggio contadino (Arasolè), c’è un nucleo di sviluppo industriale (Sarroch, la cattedrale del Dio Petrolio), c’è un lager di emigrati in Germania. Ci sono contadini, operai, emigrati. Personaggio emblematico un sacerdote-contadino che diventa prete-industriale, prima, e poi prete-emigrato: è la prima vittima dell’inquinamento da petrolio, inquinamento ecologico, religioso, morale, sessuale, esistenziale, insomma. Si parla anche di un’eclissi, l’eclisse totale di sole, la prima e ultima di questo secolo in Sardegna. Va via il sole e porta via la società contadina e la civiltà di Arasolè, dandoci in cambio, quando ritorna, la società industriale, la civiltà di Sarroch.

Tuttoquotidiano, 13 novembre 1977

Raggruppo qui ora tre interviste a personaggi che hanno in comune d’essere attori e  d’essere avvicinati dallo stesso giornale, La Nuova Sardegna: Arnoldo Foà, a Cagliari per Questa sera si recita a soggetto di Pirandello; Turi Ferro, incontrato di passaggio a Firenze, impegnato nel Berretto a sonagli, ancora di Pirandello con la compagnia del Teatro Stabile di Catania; e Tino Petilli, colto nel momento del passaggio dal teatro al cinema, chiamato da Luigi Comencini.