Un assessore vide giusto ma non fu rieletto

Qual è il momento del teatro sardo? Il ruolo svolto dalla regione

Nuccio Guaita, nel 1973, promuove una conferenza sullo spettacolo dagli importanti contributi riformatori, condensati in un disegno di legge sul teatro. Lasciato l’incarico lui, tutto si blocca e i 50 milioni tolti da Giagu al “Festival” non vanno al teatro. Con Ghinami per la prima volta finanziato un gruppo teatrale sardo.

Abbiamo esaminato nelle due precedenti puntate alcuni aspetti del ruolo svolto nel teatro dalla Regione sarda: il carattere “privatistico” e non sociale dell’unica legge emanata per lo spettacolo, la n.17 del 1950, che incoraggiava e incoraggia il colonialismo culturale, la gestione retriva da parte del “Comitato per la valorizzazione dello spettacolo in Sardegna” dell’annuale rassegna di spettacoli di prosa, costata 280 milioni nel decennio ‘63-‘73.

Oggi concludiamo questi appunti per una storia dei rapporti tra Regione sarda e teatro di prosa accennando ad altre fasi che ci sembrano aver caratterizzato significativamente il rapporto stesso nel periodo 1969-1974.

Nei primi mesi del 1969, assessore allo spettacolo Alessandro Ghinami, per la prima volta la Regione concedeva un sostanzioso contributo finanziario — cinque milioni — ad un gruppo teatrale sardo, del quale si incoraggiava quindi la produzione; il gruppo era il Centro d’Iniziativa Teatrale-Teatro di Sardegna, costituitosi pochi mesi prima. La decisione rivelava la volontà dell’assessorato di sollecitare le energie giovanili locali in un settore che dappertutto era in grande fermento. Il contributo non si configurava come “l’elargizione” con cui di solito in viale Trento si accontentano le clientele protette da questo o da quel politico. Il gruppo cagliaritano era infatti reduce da un lungo tirocinio fatto con esperienze universitarie e radiofoniche sin dal 1960. L’assessore sapeva quindi che la propria decisione avrebbe inciso in modo non lieve nei futuri rapporti tra l’ente regionale e le istituzioni teatrali locali grazie a concreti presupposti culturali, e non solo grazie alla forza d’inerzia che qualsiasi organismo finanziato della Regione acquista.

Tra queste comunque continuava ad essere incoraggiata l’attività del “Comitato” che organizzava il festival della prosa. Correlativamente, continuavano a non essere incoraggiati gli altri gruppi teatrali giovanili che bussavano alla porta della Regione con le credenziali di una incisiva azione di sensibilizzazione svolta fra studenti universitari e liceali. Basti citare l’esperienza condotta sin dagli anni ‘67-‘68 dal Teatro Studio diretto da Pierfranco Zappareddu, una struttura messa su con grande abilità organizzativa e passione politica, dalla quale sarebbero nati negli anni seguenti, per successive divisioni, altri gruppi, tra i quali alcuni operanti ancor oggi, come I compagni di scena e il Teatro Immagine. Questi gruppi non ricevettero udienza in viale Trento, ed ancora oggi ricevono solo le briciole dei finanziamenti concessi in base alla vecchia legge n.17.

Nel frattempo alcuni membri del “Comitato per la valorizzazione dello spettacolo in Sardegna” cercavano, in buona fede o no, di operare una trasformazione della loro creatura, il “Festival della prosa”, che suonasse all’esterno una evoluzione e significasse invece all’interno un rafforzamento, anzi una perpetuazione, del potere acquisito: si cominciò cioè a parlare di Teatro Stabile in Sardegna.

L’esperienza dei Teatri Stabili in Italia, sorti nel dopoguerra (oggi ve ne sono otto, a Torino, Milano, Genova, Trieste, Bolzano, L’Aquila, Roma, Catania) è ormai affidata alla storia. Se ne potevano valutare aspetti positivi e negativi sin dal 1970, anno in cui si parlò di un Teatro Stabile in Sardegna.

Che quelli negativi fossero più numerosi di quelli positivi risultò chiaramente da una tavola rotonda organizzata nel giugno dello stesso anno, dal Cit, a Cagliari, sul tema Proposte per la creazione di una società teatrale in Sardegna.

Gli esperti invitati, il regista Mario Missiroli, il critico Ferdinando Virdia e lo scrittore-docente universitario Luciano Codignola, dissero chiaramente, con accenti appassionati, che, da fatto positivo iniziale (sprovincializzazione, avvio di un discorso sulla drammaturgia e sull’estetica teatrale, educazione dei giovani), gli Stabili si erano trasformati dappertutto in fatto negativo, in strutture burocratiche pesanti e poco dialettiche, per il gioco delle lottizzazioni politiche dei Consigli d’amministrazione, che soffocavano gli stimoli innovativi provenienti sempre più massicciamente dalle cantine d’avanguardia, dai circuiti alternativi di Arci, Ater, e Teatro regionale toscano, dalle cooperative; aggiungendo che concetti quale autogestione e decentramento venivano contrastati proprio dai teatri stabili.

Nel ristretto spazio proprio del Teatro Cantina di via Genovesi 20 a Cagliari, dove si svolgeva il dibattito, era presente anche l’assessore allo spettacolo di allora, lo scomparso Anton Francesco Branca, socialista, che capì e non incoraggiò per i restanti mesi della sua permanenza all’assessorato i tentativi di imbellettamento di una formula criticata unanimemente.

Se il Teatro Stabile non si fece, il “Festival” comunque non sparì, e non sparì nemmeno nella gestione Guaita, l’assessore democristiano che ebbe in compenso il grande merito di affrontare di petto per la prima volta e in modo organico la materia dello spettacolo in Sardegna.

Si era nel 1973, d’estate, ed egli convocò ad una conferenza tutti gli operatori del settore per avere suggerimenti circa i contenuti di una legge generale sullo spettacolo e per rendere noto un disegno di legge sul teatro.

«La decisione di un provvedimento urgente in materia — disse Guaita nell’introduzione alla conferenza tenutasi il 9 luglio — è stata dettata anche dall’esigenza di assicurare un più cospicuo apporto finanziario della Regione a questo tipo di attività, che altrimenti anziché potenziarsi finirebbe per languire, di evitare l’assorbimento quasi totale dei fondi regionali in iniziative a carattere prevalentemente mondano e consumistico, riservate solo ai più grossi centri urbani dotati di teatro.

La limitatezza di strutture teatrali e la concezione del teatro entro schemi tradizionali e spettacolistici, l’assenza nelle scuole di una materia di studio preparatoria ad intendere il teatro — proseguiva l’assessore — hanno impedito in Sardegna alle varie generazioni di conoscere ed apprezzare l’attività teatrale. Scopo primo della legge che si propone è pertanto quello di promuovere un pubblico ed una partecipazione teatrale a tutti i livelli e in ogni zona».

Come si può notare sono parole che contengono una chiara critica dell’operato regionale svolto negli anni precedenti nel settore e una coraggiosa indicazione di riforma.

I numerosi contributi dati da studiosi e operatori del settore alla conferenza furono raccolti in volume dall’ufficio stampa della Regione. Il disegno di legge sul teatro passò alla commissione competente.

Ma entrambi questi contributi lasciati in eredità da Guaita rimasero improduttivi (alle successive consultazioni il vertice della Dc abbandonò Guaita e Lilliu, che non entrarono più al Consiglio regionale).

L’indicazione di fondo tuttavia rimase. E toccò ad un altro democristiano, Nino Giagu De Martini, attuale assessore allo spettacolo uscente, darvi attuazione almeno in parte. Nel 1974, infatti, il “comitato per la valorizzazione dello spettacolo” non ricevette più il contributo finanziario e la stagione cessò di esistere. Ma il passo in avanti fu la speranza di pochi mesi. I circa 50 milioni che negli ultimi anni andavano al “comitato” non furono destinati da Giagu agli scopi individuati e concordati nella conferenza dell’anno precedente, né a quelli indicati dagli operatori del settore in varie occasioni: andarono ad impinguare la parte del capitolo di bilancio dell’assessorato che viene da decenni elargita a decine di piccole iniziative, non tutte utili culturalmente. La pioggia di piccoli contributi, se avesse accontentato la “base”, avrebbe fatto allontanare il progetto riformatore intravisto dal teatro sardo l’anno precedente.

Siamo all’oggi. Che cosa farà in futuro, la Regione sarda per il teatro? L’assessorato è diventato più organico con l’accorpamento di pubblica istruzione e informazione. Si parla di una legge quadro per la cultura. La parola al prossimo futuro.

TuttoQuotidiano, 18 gennaio 1977