L’ipocrita “valorizzazione” di un comitato fantasma

Qual è il momento del teatro sardo? Il ruolo svolto dalla Regione

Nel precedente articolo, nell’esaminare la politica teatrale svolta dalla Regione, abbiamo rilevato la discrepanza tra la necessità d’intervento finanziario e di idee che presentava un settore culturale all’anno zero qual era il teatro negli anni ’50-60 e una legislazione che privilegiava l’importazione di spettacoli dalla penisola saltando a piè pari la risoluzione di tutti i problemi strutturali di base del settore stesso. In Sardegna mancavano attori e tecnici, incentivi finanziari ai gruppi, scrittori, domanda teatrale da parte degli enti locali, sensibilizzazione del mondo della scuola e del lavoro, spazi fisici in cui far teatro. La Regione rispondeva con una legge, la n.17 del 1950, che trascurava tutte queste esigenze per finanziare un’attività di pura importazione di spettacoli già fatti. E chi poteva, negli anni ’50 e ’60, allorché mancava nell’isola un’attività di produzione, presentare alla Regione una domanda contenente una sfilza di spettacoli già fatti, se non un impresario? La legge ve lo invitava espressamente allorché poneva i finanziamenti “…in relazione alla capacità tecnico-organizzativa dei promotori”.

Soltanto a partire dal 1969 la Regione, assessore Ghinami, finanziò anche la produzione di spettacoli, oltreché la pura distribuzione.

L’impresario assunse le vesti di un comitato di fiducia dell’assessorato, un comitato dal nome ipocritamente progressista, beffardo e arrogante, che fotografava l’impreparazione, la presunzione e il trasformismo dei suoi componenti; quasi tutti politici al potere: “comitato per la valorizzazione dello spettacolo in Sardegna”: dopo quanto detto, chiunque può desumere che l’unica valorizzazione effettuata dal comitato fu della voglia di promozione sociale dell’alta e media borghesia cagliaritana, sassarese e nuorese (ma anche ozierese e tempiese), per la quale gli spettacoli del “Festival della prosa” organizzato dal comitato erano ghiotte occasioni mondane, incontri “fra pari”, di quelli che più nessun privato può organizzare.

La stagione teatrale del “Festival” avveniva di primavera e presentava una media di sei spettacoli, rappresentati in 4-5 località. Erano per lo più spettacoli di immediato e sicuro richiamo sul pubblico, spesso marcatamente commerciali. La parte del leone la facevano i divi della rivista o dello spettacolo leggero (Dorelli, Tedeschi, Peppino De Filippo, Rascel, Bramieri…) o i divi della prosa televisiva (Albertazzi, Vallone, Buazzelli, Ferro, Gassman, Guarnieri, Valli…). Lo spettacolo di richiamo commerciale, con il grosso nome, che anche con pochi manifesti affissi all’ultimo momento o con il solo battage sull’unico giornale, allora,  del capoluogo era capace di riempire la sala, era lo sbocco inevitabile della politica “di valorizzazione”: data la penuria di locali adatti a far teatro, dato l’altissimo costo degli affitti dei pochi esistenti (il “Massimo” di Cagliari, il “Verdi” di Sassari, il “De Candia” di Ozieri, il “Carmine” di Tempio e l’“Eliseo” di Nuoro), data la ristretta cerchia di pubblico che poteva pagare l’alto prezzo d’ingresso conseguente, a questo pubblico, per il quale “essere tra pari” in un’occasione mondana era già sufficiente richiamo, andavano offerti spettacoli congeniali.

Quello sardo è stato l’unico impresariato teatrale italiano sostenuto da denaro pubblico assolutamente spudorato, che non abbia almeno cercato di salvarsi parzialmente l’anima. E lo poteva fare usando parte dei finanziamenti (280 milioni dal 1963 al 1973) per la soluzione dei problemi di base che si ponevano al teatro sardo che stava nascendo. Soltanto nelle ultime edizioni il “Festival” ha cercato di presentare spettacoli più “culturali” cercando di avvicinare anche un pubblico più vasto e nuovo. Ma i tempi erano cambiati ed anche un “Compagno Gramsci” offerto in quella cornice risultava essere “consumistico”, più di quanto non lo fosse già nelle sedi di partenza dove lo spettacolo veniva prodotto.

Anche prima, nel 1969, il comitato diede a vedere di volersi dare una rispettabilità: ospitò infatti nella rassegna primaverile Omobono e gli incendiari, il primo spettacolo del Cit-Teatro Sardegna. Ma l’operazione si risolse in un boicottaggio: la pubblicità fu minima, il pubblico, che pure gradì e incoraggiò la nuova formazione sarda, scarso, la stroncatura su L’Unione sarda tanto dura da destar sospetti, essendo firmata da chi risultava essere, oltre che critico teatrale e direttore del giornale, anche presidente del “Comitato per la valorizzazione dello spettacolo”: Fabio Maria Crivelli. Il “Centro d’iniziativa Teatrale” poteva promuovere in futuro una politica teatrale “pericolosa” per il comitato?

Il respiro privatistico del Festival fu portato alle estreme conseguenze. Gli uomini del comitato erano o completamente a digiuno di teatro e di quello che poteva volere dire una politica di valorizzazione dello spettacolo in Sardegna o interessati a creare un robusto fatto compiuto che ostacolasse un futuro, probabile progresso nel settore ad opera di forze giovanili. Non si spiega altrimenti la improvvisazione e la brutalità con cui semplicemente si ingaggiavano le compagnie, le si faceva transitare da alberghi, ristoranti e poi subito ripartire. Ogni stagione era una media di 30 milioni che varcava il mare e nell’isola restava lo stesso deserto di prima: al più il ricordo di una bella serata.

Lungi dall’assumere qualche iniziativa nel solco dei gravi problemi di fondo di cui abbiamo detto, il comitato non si curava nemmeno di far fruttare lo spettacolo e l’uomo di teatro importante che poteva avere tra le mani, per calamitarvi intorno l’interesse delle scuole, del mondo del lavoro, per tentare un collegamento con l’Università. Non un incontro precedente lo spettacolo per far conoscere opera e autore, non un dibattito, scarsissime addirittura le facilitazioni nell’acquisto del biglietto da parte dei giovani.

Si faceva in Sardegna un colonialismo teatrale grezzo e antiquato che altrove era stato sostituito da tempo da strumenti teatrali che andavano al di là della pura proposta di uno spettacolo ad un pubblico occasionale.

Tuttoquotidiano, 13 gennaio 1977