Qual è il momento del teatro sardo? Il ruolo svolto dalla Regione
La legge che governa lo spettacolo è del 1950 e prevede il finanziamento a manifestazioni culturali di spettacolo e sportive con criteri generici, che privilegiano comunque le iniziative già consolidate. Degli strumenti con cui i giovani possono cominciare a fare teatro non si occupa. Un giro vizioso che favorisce solo i più forti.
Giorni fa, chiedendoci qual è il momento attuale del teatro in Sardegna, esponevamo una serie di problemi sui quali bisogna misurarsi per rispondere esaurientemente al quesito.
Uno tra questi è il rapporto tra le istituzioni politiche rappresentative, soprattutto la Regione, e il teatro stesso. Un teatro che, a partire dal 1960, (l’attività legata all’università) e poi dal 1968 (costituzione a Cagliari del “Teatro di Sardegna – Centro d’iniziativa teatrale”) si era imposto nella regione sia come momento d’interesse culturale e di volontà di sensibilizzare strati sempre più vasti della popolazione, sia come momento operativo (soltanto dal ’71 al ’75, considerando solo il circuito dell’Arci, si sono tenute 425 rappresentazioni, ad opera di 18 compagnie sarde e della penisola).
Stralciando dalla relazione dell’assessore allo spettacolo, Nuccio Guaita, introduttiva alla conferenza regionale “Una politica dello spettacolo in Sardegna” dell’estate del 1973, si apprende che “La Regione sarda in materia ha potuto operare grazie alla competenza derivatale dall’art.4 lettera m dello Statuto sardo. Si tratta di una competenza non esclusiva ma concorrente, che consente tuttavia all’amministrazione di emanare norme legislative entro i limiti dei principi stabiliti dalle leggi dello Stato. È interessante in proposito osservare che la Regione sarda è l’unica fra tutte le Regioni a statuto speciale ed ordinario ad avere espressamente citata tale competenza”.
Come ha usato la Regione questa possibilità? In modo del tutto insufficiente. Non solo non ha esercitato pienamente la competenza statutaria in mancanza di norme di attuazione che consentissero l’esercizio delle funzioni amministrative, ma l’unica legge varata sullo spettacolo, la n. 17 del 21/6/1950, è risultata essere incompleta, generica e soprattutto lontana nello spirito dal concetto di socialità e di servizio sociale. Tre anni prima del varo della legge sarda era sorto il Piccolo Teatro di Milano; poi erano venuti gli altri Teatri Stabili e soprattutto negli anni seguenti, erano sorti i circuiti teatrali alternativi dell’Arci, dell’Ater, del Teatro regionale toscano, le cooperative, i gruppi di sperimentazione, l’animazione, i Laboratori, etc.
Nata vecchia, la legge è rimasta vecchia. Nessuno l’ha più toccata. Ancora oggi, nonostante tutto quello che è successo nel frattempo nel teatro sardo, è tale e quale ad allora.
Prevede genericamente la possibilità di intervenire a favore del pubblico spettacolo, “per manifestazioni culturali artistiche e sportive, in relazione al carattere, valore artistico, importanza delle manifestazioni ed alla capacità tecnico-organizzativa dei promotori”.
Come si può notare, i requisiti in base ai quali si può accedere ai finanziamenti sono veramente generici e affidati ad una valutazione soggettiva invece che a parametri oggettivi: “valore artistico”, “importanza”, “capacità” … A decidere era ed è solo l’assessore di turno, alla cui maggiore o minore sensibilità ci si doveva e ci si deve affidare perché consulti almeno i funzionari dell’Assessorato cui compete di istruire le pratiche.
Ma oltre che essere generica la legge conteneva un gravissimo difetto di fondo: l’incoraggiamento all’impresariato.
In una regione priva di qualsiasi struttura intorno alla quale i giovani potessero crescere nel teatro, considerare agli effetti del finanziamento le iniziative nel loro semplice porsi come “manifestazioni”, spettacoli “finiti” e perfetti, significa perpetuare lo status quo a favore dello spettacolo inteso, per l’appunto, come impresariato: chiudere gli occhi di fronte al problema e risolverlo col finanziare chi andava in continente a comprarlo bell’e fatto, il teatro, oppure addirittura non avere la capacità di fare un’analisi delle necessità culturali della regione che si governa e quindi non accorgersi nemmeno dell’esistenza del problema teatro. Problema che, dappertutto, nel mondo, dal dopoguerra ad oggi, ha significato stimolo al progresso civile e sociale delle comunità, fatto di democrazia, proprio perché solo il teatro, oggi, fra tutti i mezzi di comunicazione, è capace di esprimere il dissenso, essendo strumento artigianale, mezzo “vivo” di comunicazione, non suscettibile di standardizzazione.
L’accenno della legge n.17 alla “capacità tecnico-organizzativa dei promotori” è chiaro a riguardo: far sorgere in Sardegna, per calcolo o incapacità, l’impresariato teatrale; che è come dire far sorgere anche in un importante settore culturale il colonialismo, la dipendenza, il soffocamento delle energie locali.
Significava negare l’aiuto a un sempre più folto numero di giovani che volevano costruirsi gli strumenti per fare teatro. Significava perpetuare una situazione di fatto che vedeva i giovani curiosi di cose nuove cercare invano una saletta in cui fare le prove, i denari per acquistare libri, oppure ospitare registi, studiosi, spettacoli istruttivi; per allestire i propri spettacoli, per presentarli nelle altre località della regione nell’ambito del nascente decentramento.
Oggi in teatro lo spettacolo è diventato lo sbocco finale di un lavoro ampio e denso, con la ricerca del testo, la realizzazione scenica, il contatto con la comunità che del teatro dovrà servirsi. Mentre per la legge n.17 lo “spettacolo” è tutto.
I suoi meccanismi sono tali da impedire una politica di promozione delle strutture teatrali di base necessarie nella nostra isola. E l’impulso a cambiare la legge, l’esempio, oltre che dalle proposte fatte dall’assessore Guaita in occasione della citata conferenza (rimaste giacenti alla commissione regionale incaricata di elaborarle e portarle avanti), potevano venire dall’uso dei finanziamenti fatto dall’Arci e dalla Cooperativa Teatro di Sardegna, unici organismi ad averli ricevuti in questi anni in maniera consistente: un uso sociale, decine di migliaia di spettatori sensibilizzati al teatro, decine di locali adibiti a luogo scenico, decine di quadri artistici e tecnici formati, l’inizio a una drammaturgia sarda, la promozione della domanda culturale da parte di enti locali, mondo della scuola e del lavoro.
Tuttoquotidiano, 11 gennaio 1977