La crisi del giornale cagliaritano
Il pericolo del ritorno al monopolio informativo in Sardegna
Sopravviverà Tuttoquotidiano, il terzo giornale della Sardegna nato nel luglio 1974 e ancora oggi testardamente presente, nonostante il fallimento della società editrice Sedis del 9 luglio dell’anno scorso?
La domanda rimbalza tra i diversi settori dell’opinione pubblica, dai più comuni ai più “importanti”. C’è il lettore medio, che ha fatto una scelta semplice, due anni e mezzo fa, in favore di un giornale che evidentemente gli offriva qualcosa di diverso da quello che potevano offrire L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, e che, avendo fatto suo il quotidiano, avendolo introdotto in famiglia e collocato tra le cose con cui in casa si vive ogni giorno, vorrebbe che Tutto continuasse ad uscire. E ci sono le centrali politiche e sociali regionali, l’Associazione della stampa sarda e i sindacati dei poligrafici, diverse amministrazioni comunali o circoli culturali, che fanno della sopravvivenza della nuova testata o della sua soppressione un chiaro fatto politico.
Per fare il punto della situazione vigente oggi alla In.E.S., la società cooperativa formata da gran parte degli ex appartenenti alla Sedis, alla quale il giudice fallimentare ha affidato in gestione gli impianti a partire dall’agosto ’76 per la prosecuzione delle pubblicazioni, altrimenti impedita dal fallimento, abbiamo posto delle domande al presidente della Cooperativa, il giornalista Giancarlo Pinna Parpaglia (entrato nel giornale assieme a numerosi altri colleghi de La Nuova Sardegna), e al vice presidente uscente dell’Associazione stampa sarda, Vindice Ribichesu.
È utile premettere, brevemente, le fasi salienti che hanno caratterizzato la vita del giornale dal momento della sua uscita, il 12 luglio del ’74.
Tuttoquotidiano nacque in modo equivoco. Non si conoscevano i proprietari del pacchetto di maggioranza delle azioni. Si parlò di un ingresso, seguito da una rapida uscita a pochi giorni dai numeri di prova, di un gruppo economico interessato a degli insediamenti turistici sulle coste. All’amministratore unico e direttore Pierpaolo Carta si rimprovera di aver dato il via ugualmente alle pubblicazioni nonostante la grave defezione, che privava la società di un decisivo apporto azionario, sanato nei mesi successivi con colpi d’alta ingegneria bancaria dal dinamico amministratore unico, al quale le banche concessero fiducia per circa un anno, accendendo ipoteche progressivamente su tutto quello che si poteva ipotecare, a cominciare dal terreno, unico bene sicuramente di proprietà della società, essendo tutto il resto, macchinari ed arredi stato acquistato o con patto di riservato dominio o con effetti cambiari.
La crisi scoppiò a fine giugno ‘75, quando cominciarono a non essere pagati gli stipendi ai circa 250 dipendenti. Solo allora il direttore espose la gravità della situazione.
Seguirono settimane e mesi di lotte all’interno dello stabilimento.
L’equivoco del giornale aveva interessato anche il modo, raccogliticcio e politicamente discutibile di assunzione del personale (numerosi i dipendenti qualunquisti, ignari dell’importanza micidiale del prodotto che confezionavano, ed alcuni addirittura fascisti). Era un momento politico favorevole ai tentativi di restaurazione, in cui le destre mostravano nel paese il volto duro di chi vuole radunare i superstiti moderati intorno a concetti di ordine e “stretta sindacale”.
La vertenza servì a far fraternizzare i dipendenti, a chiarire loro le idee sulle reali possibilità nella conduzione dell’azienda, a creare un fronte via via sempre più compatto in difesa del posto di lavoro e della testata. Un ruolo di rilievo svolsero i sindacati, unitari e di categoria.
Vi fu un momento in cui il salvatore di turno del giornale, Emilio Pellicani, che aveva nel dicembre stipulato un accordo con i sindacati in base al quale la vertenza si riteneva chiusa, venne meno di nuovo alla parola non pagando gli stipendi e fece l’esilarante proposta di andare tutti in ferie per un mese, il tanto necessario per “perfezionare” certi accordi. Fu il momento in cui i dipendenti lavoratori di Tutto e della commerciale furono più uniti. La proposta fu rigettata e il giornale uscì lo stesso con una testatina rossa che evidenziava il fatto che il giornale usciva per esclusiva volontà dei dipendenti.
Il mai sopito moderatismo e disimpegno politico-culturale di molti dipendenti, uno spirito settario e non unitario da parte del gruppo che era più esposto nel portare avanti la vertenza e una diffusa tendenza in tutti ad affrontare i problemi in chiave personalistica sfaldarono ben presto l’unitarietà raggiunta con grandi sacrifici, finché si arrivò, dopo il fallimento, ad un rifiuto di numerosi dipendenti di far parte della cooperativa, nel frattempo costituita, che avrebbe autogestito gli impianti dello stabilimento e fatto uscire di nuovo il giornale.
Sono passati sei mesi dal fallimento e Tuttoquotidiano si trova ancora puntualmente ogni giorno nelle edicole. Questo, di avere avuto l’energia di recarsi quotidianamente allo stabilimento, che, come si sa, è sul viale Elmas, per “lavorare” il giornale, è senz’altro il primo indiscusso merito dei soci della IN.E.S.. L’altro, da un punto di vista più strettamente giornalistico, è quello di aver condotto una campagna sull’inquinamento (ma anche su altri temi: ricordiamo ad esempio quello delle basi Nato) che ha fatto uscire il problema dell’industrializzazione in Sardegna — e soprattutto dell’industria petrolchimica di base — dalle secche del dimenticatoio in cui l’abitudine dei politici isolani alla quiescenza e al cedimento ai colossi economici “stranieri” l’ha per decenni relegata.
Ora Tutto quotidiano fino a quando potrà ancora essere nelle edicole? Tra pochi mesi scadono i sussidi di disoccupazione che permettono ai giornalisti e poligrafici di andare al lavoro e di non affrontare di petto il problema di cercarsene un altro di lavoro. Finora nessuna notizia si è avuta circa l’esistenza di settori economici, pubblici o privati, interessati a rilevare l’azienda. Tra alcune settimane comincerà a snodarsi il rituale delle aste fallimentari. Si sa che queste cose vanno per le lunghe: lo insegna tra l’altro la vicenda della Selpa.
Sopravvivrà Tuttoquotidiano; Pinna Parpaglia?
Mi auguro di sì. La domanda però non deve essere fatta solo a me, deve essere invece fatta soprattutto alle forze politiche, perché sono queste, il potere pubblico, che possono decidere se il giornale vivrà o morrà.
In quale modo il potere pubblico potrebbe intervenire?
O con l’acquisizione dello stabilimento da parte della Regione o con il reperimento, sempre da parte della Regione, di imprenditori seri del settore, da affiancare eventualmente ad una partecipazione della finanziaria regionale Sfirs. Nel primo caso, la Regione potrebbe intervenire, dopo una trattativa, nel momento in cui le prime aste andassero deserte, per acquistare ad un prezzo ragionevole gli impianti.
Ma se in questa fase comparisse con tutta la sua forza finanziaria tra i partecipanti all’asta un acquirente di nome Sir o in tutti i casi riconoscibile come emanazione del gruppo petrolchimico che ha già in mano gli altri due quotidiani sardi e che avrebbe tutto l’interesse a sopprimere “Tutto” per stampare allo stabilimento di viale Elmas “L’Unione sarda” e “La Nuova”?
Il potere pubblico è anche in grado di decidere se un gruppo che egemonizza l’informazione in Sardegna può o non può concorrere ad un’asta in cui è in gioco la sopravvivenza di un giornale. La Regione non deve permettere che uno stabilimento tipografico che attualmente garantisce la pluralità dell’informazione nella regione sia acquistato proprio da chi si batte contro il pluralismo per il monopolio totale.
Al di fuori di queste due soluzioni “pubbliche” non ve ne sono altre?
Ci sarebbe l’ipotesi “privata”, un intervento di imprenditori che giudichino conveniente economicamente rilevare l’azienda. Ma anche qui occorre che la Regione vigili, che valuti le reali intenzioni; noi, ad esempio, siamo contrari all’ingresso di imprenditori che vedano solo il lato speculativo della questione.
Qual è attualmente il “polso” dei politici regionali sulla vicenda Tuttoquotidiano?
Ultimamente, con il raggiungimento dell’”Intesa” alla Regione, c’è stata da parte di tutti gli schieramenti rappresentati una unanimità di consensi nei confronti del giornale, in particolare verso il giornale che esce in autogestione. Per ora però ci sono solo promesse. Noi vogliamo fatti concreti. Anche se riconosciamo che bisogna dare alle idee nuove sull’informazione in Sardegna il tempo di estendersi e di rafforzarsi. Idee nuove che senz’altro ci sono. Il dibattito all’interno dei partiti su Tuttoquotidano c’è stato ed è stato anche vivace e dai pareri differenziati si è passati ai pareri di conforme consenso: il giornale deve sopravvivere.
Come giudica l’esperimento di autogestione di questi sei mesi?
È stato senz’altro un esperimento positivo. La cooperativa ha garantito quella autonomia dell’informazione che aveva promesso al momento dell’assunzione degli impianti. Pur senza mezzi ha garantito per lo spirito di sacrificio dei soci la pubblicazione tutti i giorni del quotidiano. Ha detto cose nuove che finora nessun altro aveva detto sui mutui agevolati del Cis, sui super finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno alla petrolchimica, sull’inquinamento. È stato poi dimostrato che l’autogestione delle aziende che pubblicano giornali è l’unica forma che assicura, oltre che autonomia e reale pluralismo, una conduzione economica sana, senza sprechi, amministrativamente oculata (sappiamo i criteri elefantiaci con cui era sorta la Sedis…).
Che confronto può fare tra la situazione dell’informazione in Sardegna di oggi e quella degli anni in cui la legge per le cooperative giornalistiche il 22 giugno 1972 fu bocciata al Consiglio regionale con una votazione 32 contro 32?
I fatti parlano da soli. Oggi c’è un assessorato regionale all’informazione e prima non c’era. C’è inoltre una commissione speciale per l’informazione che diventerà permanente e sta per essere ristrutturata in seguito all’allargamento del numero degli assessorati.
Vindice Ribichesu, vicepresidente uscente dell’Associazione della stampa sarda. Ti facciamo la stessa domanda. Sopravvivrà Tuttoquotidiano?
Per me non ci sono dubbi. Il giornale deve continuare a vivere e vivrà. È un giornale che anche in periodo di crisi riesce a vendere circa 20.000 copie e che, come spazio normale, ha quello delle 30.000 copie. In Italia, dove esistono fenomeni giornalistici ben più esigui di quello di Tuttoquotidiano e che pure sono stati salvaguardati, un giornale come quello cagliaritano non può morire. Per un giornale del genere, che ha avuto indubbiamente successo, i soldi si trovano. L’Associazione della stampa si è impegnata molto. Nei momenti decisivi e difficili ha indicato la linea che poi si è rivelata giusta (per esempio, avevamo ragione a dire che gli impianti andavano tenuti in funzione; il giudice doveva consentire la prosecuzione del lavoro anche dopo il fallimento; oggi i periti hanno dimostrato che solo in questo modo si garantiva, anzi si aumentava, il valore economico degli impianti, a garanzia di tutti i creditori.
Ma dire che il giornale non deve morire evidentemente non basta. I sindacati e le forze politiche devono far sì che questa esperienza di autogestione diventi anche un’indicazione per dare un’alternativa al modo di fare l’editoria vigente in Italia. Oggi la libertà di stampa è solo quella dei grossi gruppi industriali che hanno i mezzi finanziari per fare dei giornali voci passive di bilanci complessivamente attivi. Non cambierebbe molto in Sardegna, se il giornale sussistesse ma nelle mani di grossi industriali tipo Rovelli, significherebbe la fine dell’informazione in Sardegna. E il problema di Tutto non sarebbe neanche risolto se fosse un’altra “holding” finanziaria a rilevare il giornale, anche se in quest’ultimo caso si potrebbe dire che le forze autonomistiche avranno perduto un’altra grossa occasione di emancipazione dal subordine in cui finora hanno agito.
Le prospettive a breve termine?
Sta per scadere il trattamento di disoccupazione che ha reso possibile finora l’uscita del giornale. Quindi il pericolo che Tuttoquotidiano muoia è un pericolo imminente. È urgente quindi che questo problema sia posto subito all’ordine del giorno dell’”Intesa” autonomistica, in quanto tutto il quadro di programmazione democratica, che è presupposto istituzionale e politico dell’Impresa stessa, rischia di saltare se non c’è un sistema di informazione veramente pluralistico che consenta la partecipazione alla cosa pubblica degli organismi di democrazia di base.
Dattiloscritto privo di data, presumibilmente del Gennaio 1977
Perché Baal di Brecht non viene rappresentato nel nostro Paese? Lo domando a Marco Parodi, il regista ligure protagonista di Teatro di Sardegna, che nel ‘74 avevo introdotto nell’isola a dirigere un’opera di Joppolo. Lo intervisto ora, tre anni dopo il debutto di un’altra opera di Brecht, Le nozze dei piccolo borghesi,realizzata per Il crogiuolo. Tra equilibrio e restaurazione la situazione teatrale attuale. La sua ambizione: creare un gruppo omogeneo ed uno stile inconfondibile.