Ecco un problema che non invecchia: l’emigrazione

Spettacoli e dibattiti hanno evidenziato con limpidezza l’interdipendenza tra l’emorragia della forza lavoro e l’errato modello economico imposto dalla classe politica in Sardegna                                                                                    

Bologna, 2 novembre.

Per tre giorni la Sardegna è stata di casa a Bologna.

In città vivono numerosi emigrati, non tanti quanti ve ne possono essere in altre città italiane, come Milano o Torino, ma sempre in numero considerevole. E ciascuno, se si eccettua qualche caso di felice ambientamento e di soluzione al problema dell’occupazione, vive l’emigrazione come un dramma angoscioso, un dramma che lascia tracce che la città “opulenta” non può non vedere.

Ma per questi tre giorni, da sabato a lunedì scorso, la Sardegna è stata presente a Bologna in maniera più consistente e provocatoria di quanto non consenta il dramma del singolo, sia pure drammatico.

Promossa dal circolo emigrati, svoltasi in parte nella sede stessa del circolo, in Strada Maggiore, dove si sono tenuti dibattiti e mostre (una sull’artigianato e una fotografica), in parte al teatro San Leonardo, dove si sono svolte le rappresentazioni teatrali e musicali, in parte in Piazza San Francesco, dove è stata allestita la mostra delle sculture di Sciola, la Settimana sarda ha sviluppato un dibattito così ampio e stringente sulla situazione politica, economica, sociale e culturale della Sardegna d’oggi che il coinvolgimento della città e della sua popolazione ha toccato vertici davvero insperati.

I primi a trarre un risultato soddisfacente dalle tre giornate sono stati naturalmente i sardi. Se ne è avuta la dimostrazione soprattutto la sera di domenica, durante e dopo la rappresentazione di Su connottu, lo spettacolo di Romano Rujiu, con prologo, ballate ed epilogo di Francesco Masala, allestito dalla Cooperativa Teatro di Sardegna con la regia di Gianfranco Mazzoni.

Il teatro era gremito di sardi ed emiliani che hanno seguito con assoluta attenzione e con crescente entusiasmo la rappresentazione, interrompendola spesso con applausi rivolti agli attori.

L’ovazione finale è stata interrotta soltanto da un coro sardo che progressivamente si è levato dalla sala, dove avevano preso posto i componenti il coro di Neoneli. Il momento è stato emozionante.

Subito dopo, diretto da alcuni soci della cooperativa teatrale, ha preso il via un lunghissimo dibattito che, riprendendo anche i temi affrontati dagli incontri tenuti al Circolo, ha spaziato su un arco vastissimo di problemi. È stato, per la durata e per la vivacità e la sostanziosità degli interventi, un secondo spettacolo.

Il dibattito ha evidenziato con limpidezza come sia ormai diffusa tra i lavoratori sardi la coscienza dell’interdipendenza tra la loro situazione, fatta di privazioni, di discriminazioni, di ingiustizia sociale, e l’errato modello di sviluppo economico, basato sulla industria chimica di base, voluto in questi anni dalla classe politica.

Numerosi emigrati si sono succeduti nella discussione, che è andata avanti per molto tempo assumendo toni sempre più partecipati e appassionati. Non sono mancati gli scambi polemici. Ai dirigenti del Circolo, che per molti mesi si sono battuti con tenacia per vincere le molte resistenze incontrate nell’organizzazione della manifestazione, è stato rimproverato di offrire agli emigrati solo occasioni “consumistiche” di incontro e di tenere i dibattiti culturali in ambiti troppo ristretti ed elitari. Accuse che in verità, se possono stimolare un giusto, maggiore, impegno ad allargare sempre più la base associativa, urtano un po’ contro l’evidenza di un’iniziativa, quella di questi giorni, che si può ritenere senz’altro riuscita.

Gran parte degli interventi nel dibattito sono stati di testimonianza e di denuncia delle condizioni di vita dei sardi costretti a lavorare nella penisola. «Viviamo in tuguri, in 7-8 per camera, sporchi, al freddo, lontani dalla nostra terra; anche l’eliminazione dei “ponti” va contro di noi». Altri hanno insistito con maggiore lucidità sul fallimento del modello di sviluppo economico in Sardegna, che ha spopolato la regione ed inquinato l’ambiente.

Il quadro del problema emigrazione, collegato alle sue cause, ha ricevuto purtroppo, a poche ore dalla chiusura della “settimana sarda” la raccapricciante   appendice del suicidio a Milano di Mario Frau, l’operaio nuorese che ha soppresso per la disperazione anche i due figli che vivevano con lui. A chi ha vissuto l’intensità del problema dell’emigrazione in queste tre giornate bolognesi ogni commento è sembrato inutile.

Per finire, un po’ di cronaca.

Nella mattinata di sabato erano state inaugurate nella sede del Circolo una mostra dell’artigianato sardo e una fotografica. Nel pomeriggio si era tenuto un dibattito su Cultura sarda: identità e lingua cui hanno partecipato Sergio Salvi, Franco Cagnetta, Pinuccio Sciola, Antonello Satta. Al teatro aveva tenuto uno spettacolo il Coro di Orgosolo.

Domenica, i temi affrontati in altri dibattiti sono stati Trasformazione turistica della Sardegna e Programmazione economica: agropastorale o petrolchimica?. Su quest’ultimo argomento hanno preso la parola Gianfranco Pintore, Giovanni Columbu e Dario Capelli.

Lunedì, infine, si sono tenuti dibattiti sulla cooperazione in Sardegna e in Emilia e sull’emigrazione. In teatro poi, a chiusura delle manifestazioni, canti e cori eseguiti da Giuseppe Cuga alle launeddas e dal coro di Neoneli, che ha proposto le canzoni di lotta e di lavoro del suo originale repertorio.

Tuttoquotidiano, 3 novembre 1976