Istituzioni culturali sarde: passività e vuoto di idee

Bilancio poco lusinghiero

Le stesse espressioni delle nostre tradizioni popolari sono devitalizzate e spesso si sono ridotte a puri specchietti per i turisti-allodole. Il successo di alcune iniziative.

Mostra itinerante del film nuovo a Palermo, spettacoli all’Olimpico di Vicenza, danze spagnole a Bologna, lirica, sinfonica, balletti e prosa a Verona, rassegna dei Teatri stabili a Firenze, rassegna della canzone d’autore a Sanremo, concorso internazionale di pianoforte a Bolzano… Si potrebbe continuare per molto. A scorrere le notizie dello spettacolo culturale proveniente dalle città italiane in questo periodo viene un senso di sconforto nel commisurarle alla assoluta o quasi mancanza di analoghe iniziative in Sardegna ed in particolare a Cagliari, capoluogo della regione.

Intendiamoci bene. Non abbiamo alcuna voglia di cultura promossa solo per essere servita al turista sul vassoio del tornaconto economico per la città; anche se solo un fanatico può negare i riflessi anche economici di un’operazione culturale, e tutti siamo d’accordo che fare cultura non è altro che battersi, sulla frontiera della consapevolezza critica dei problemi di una società, per il progresso e lo sviluppo generale, quindi anche economico, della società stessa. Solo, occorre che di vera azione culturale si tratti, liberatoria di energie e provocatoria, e non di semplice consolazione, celebrazione folcloristica, passatempo, e così via.

Va ancora premesso che con questa garanzia l’argomento delle manifestazioni culturali ad uso anche dei turisti potrebbe non scottare più tanto ed assumere invece il significato corretto di fecondo scambio di culture diverse, di valido strumento di conoscenza, di giustificato motivo d’impulso economico per la comunità ricevente. Qual è invece la situazione nella nostra regione sotto questo profilo? Abbiamo durante tutto l’anno la sagra di S. Efisio, la cavalcata sarda, la corsa dell’Ardia, la Sartiglia, la Sagra del Redentore. D’estate s’aggiungono le feste patronali e quelle dell’Unità, che ospitano spettacoli musicali e teatrali dei gruppi locali e qualche volta della penisola.

Ebbene, quello che contrassegna queste iniziative è la passività e la mancanza di idee nuove. Passivo è infatti ripetere ogni anno cavalcate, sagre, feste di paese con le stesse modalità dell’anno precedente, offrendo, senza un’informazione più larga e preventiva, senza una promozione di iniziative collaterali, le espressioni delle nostre tradizioni popolari devitalizzate a tal punto che sorge il dubbio che persino i giovanissimi protagonisti di sfilate e cavalcate non comprendano in pieno il senso di quello che stanno rappresentando per le strade e le piazze dell’isola.

Alcune idee nuove sembrano essere venute recentemente a galla. Tra le altre, le feste dell’Unità, che hanno sentito la responsabilità proveniente dall’ascendente politico che hanno sulla popolazione e hanno badato ad arricchire i programmi, ad eliminare gli steccati ideologici troppo settari, a migliorare l’organizzazione: basti pensare alla recente inclusione nei programmi del tema dell’informazione, e la sagra del Redentore di Nuoro, non a caso inclusa in un programma più generale che tende ad occupare tutto l’”agosto nuorese” con una serie di manifestazioni scaglionate nell’arco delle settimane.

Sono progressi che vanno apprezzati ma che non intaccano la negatività della situazione generale. Molte cose si muovono in Sardegna d’estate nel campo dello spettacolo e delle manifestazioni folcloristiche, ma poche cose lasciano il segno. Se si eccettua l’attività dell’ente lirico cagliaritano, che recentemente, facendo musica all’aperto in uno spazio adiacente al nuovo Auditorium, ha mostrato i segni di una nuova vitalità, oppure di alcuni gruppi teatrali che allacciano con la popolazione delle varie località un dialogo attivo sulla loro storia e, o del Premio Ozieri, sempre così straordinariamente vitale, o “Paese Museo” a San Sperate, se si eccettua quella originale iniziativa che fu l’anno scorso il Settembre lussurgese, vero salto qualitativo nella tradizione della cultura sarda estiva, se si accentua qualche altra iniziativa, il resto è routine che non lascia il segno o, peggio, diseduca.

Perché accade tutto ciò? Nessuno, nemmeno chi a questo punto, come sarebbe tentato anche chi scrive, volesse accusare la classe politica, potrebbe dire di avere formulato la diagnosi giusta e completa. Perché, volendo insistere un momento proprio sulle colpe della classe politica, non si può non considerare che parliamo di un settore così ricco di spazio per la fantasia creativa dei singoli, ed anche, qui in Sardegna, così esteso per la “verginità” della situazione sarda, che riesce alla fine stucchevole e inutile prendersela sempre e solo con la classe politica. Vi è invece un’arrendevolezza, una passività, una tendenza a ripiegare sulle meno rischiose quattro chiacchiere tra amici o sulla consolatoria critica di chi è riuscito a fare meglio di noi, che vanno pure messe in discussione. Del resto, il successo di alcune iniziative sta a mostrarlo.

Ma da che cosa derivano a loro volta, arrendevolezza, passività, ripiego nella faida provinciale?

Che le colpe fondamentali appartengano alla classe politica non vi sono dubbi. Essa è stata ed è veramente, sotto il profilo culturale, salvo poche eccezioni, una classe politica inadeguata, dedita al piccolo cabotaggio dei favori alle clientele paesane, provinciale proprio nel senso di non avere il coraggio di aiutare la provincia a districarsi dal dilettantismo e dall’imperizia. Nel nuovo piano di sviluppo regionale invano cerchereste un proposito organico d’intervento culturale; la parola cultura, del resto già malintesa, se è usata, lo è di striscio, in chiave per lo più retorica di appoggio a “giochi” ben più importanti.

Ma per premere sul potere politico per una seria politica culturale non occorre meno tenacia, lucidità, passione, di quanta ne occorra per allestire una di quelle manifestazioni citate all’inizio di questa nota suggerita dall’insoddisfazione dei turisti d’estate. Forse bisognerà cominciare con il guardare allo specchio la stessa “bruttezza” ch’essi ci vedono addosso, per poterla eliminare. Bruttezza culturale, che non va cantata o mitizzata, ma va vista per quello che è, e soprattutto potrà essere, in un prossimo futuro: non un nuraghe mal tenuto o una biblioteca chiusa, ma una vita intellettuale povera, una perdita di capacità di emozionarsi, indignarsi, lottare contro compromessi e conformismi, una resa alle ingiustizie e alle ineguaglianze.

Tuttoquotidiano, 19 agosto 1976