Intervista a esponenti del Fronte rivoluzionario spagnolo
Ancora in carcere i prigionieri politici. Arresti e torture. L’agghiacciante racconto delle violenze da parte di tre esuli politici transitati a Cagliari in occasione di una manifestazione antifascista.
“È morto Franco, non il franchismo”. Sentirsi ripetere direttamente dalla viva voce di una combattente del Fronte rivoluzionario spagnolo, rifugiata politica in Italia, quello che è ormai diventato un ritornello nei commenti politici di questi giorni, restituisce all’espressione la forza e il significato che ha nella voce chi certi fatti li soffre sulla propria pelle.
Maria Ruiz, così si chiama l’esponente del Frap, ha preso parte venerdì scorso a Cagliari, con altri due esuli politici spagnoli, ad una manifestazione antifascista ed antimperialista.
Così rafforza il suo pensiero sul “dopo Franco”, nel corso di una intervista che i tre ci hanno concesso. “Se qualcuno si illudeva che, morto Franco, cambiasse qualcosa in Spagna si è subito ricreduto di fronte all’evidenza dei fatti. L’indulto concesso ha fatto uscire finora soltanto delinquenti comuni, non certo i prigionieri politici. In questi giorni il regime ha ancora arrestato e torturato. Durante la cerimonia dell’incoronazione molti giornalisti stranieri sono stati espulsi. Circa duecentocinquanta intellettuali, alcuni giorni prima, erano stati arrestati. Questo significa che non si potrà fermare una macchina costruita per la repressione in anni di guerra civile e di dittatura solo perché è cambiato l’esponente al vertice del sistema. Vi potrà essere qualche accenno di “apertura”, ma questo non significherà affatto un vero cambiamento. Il regime non può aprire, anche se avrebbe bisogno di farlo. Non controllerebbe più un processo democratico inevitabile. Scartata la possibilità di un’evoluzione, non resta quindi che quella di una lotta dura, rivoluzionaria.”
Al Frap, che insieme all’ETA, all’Unione popolare galiziana, al Fronte liberazione catalana, agli anarchici e ad altre forze minori, costituisce una delle due linee politiche di opposizione al regime (l’altra è quella rappresentata dalla Giunta democratica, di cui fanno parte il partito comunista di Carrillo, la democrazia cristiana, il partito socialista operaio e i carlisti di Carlo Ugo di Borbone), al Frap appartengono pure Pedro Faura, un cantautore appartenete all’Unione popolare degli artisti (UPA), e Marie Carmen Lopez Rodriguez. Entrambi sono rifugiati politici in Francia.
Marie Carmen ci racconta la sua storia.
“Il primo maggio del ’73 era stata convocata pubblicamente dal Frap una manifestazione per le sette di sera nella piazza Anton Martin di Madrid. Sin dalle 9 di mattina i dintorni della piazza erano circondati da 40.000 uomini della polizia.”
“Avvenne lo scontro. Un torturatore della “Brigata social”, riconosciuto anche se in borghese, fu giustiziato dalla folla e una sessantina di poliziotti rimasero feriti. Era la prima volta che in una manifestazione “aperta” la gente era passata all’offensiva. La polizia, imbestialita, ha reagito cominciando una furiosa caccia all’uomo, arrestando chiunque gli capitasse a tiro. Sono stata arrestata anch’io. Subito, sei agenti, della B.P.S. (la Brigata politico sociale) hanno cominciato a picchiarmi, in mezzo alla strada con una sbarra di ferro.”
“Mi portarono alla Direcion general de seguridad, il luogo da cui nessuno spagnolo, una volta entrato, può sperare di uscire vivo. Con la BPS non c’è alcuna garanzia. Per legge ti dovrebbero tenere per non più di tre giorni ed invece si superano largamente i 7-8 giorni. Ci hanno messo in fila, in piedi. Abbiamo dovuto stare così per ore e ore senza muoverci. Era impossibile farlo: ad ogni movimento ci picchiavano selvaggiamente. Poi ci portarono nei sotterranei. Un ambiente tenebroso, senza luce, con celle molto piccole, costruite per quattro persone ed invece ce ne mettono quindici. Il posto per riposare è un piano in pietra. Le pareti sono sporche di sangue e di vomito, che non puliscono mai. Lo scopo di non farci dormire per farci arrivare stremati all’interrogatorio fu raggiunto.”
“Il giorno dopo il terrore crebbe. Gli agenti non scendono mai nelle celle. Questa volta lo fecero. Ci misero in fila e ci picchiarono. Ma la tortura peggiore è quella psicologica. Giocavano a riconoscere qualcuno. L’interrogatorio dura un minimo di quindici ore. Per tutto questo tempo si è picchiati in continuazione e sottoposti ad ogni tipo di sevizia. Molti compagni furono interrogati e torturati per nove giorni di seguito. Uno perse 15 chili. Il tipo di metodo usato nella tortura è quello della Gestapo: furono gli scampati tedeschi della Gestapo ad istruire quelli della nostra Brigata social. Pugni, tirate di capelli fino a fare sbattere la testa al suolo, testa contro lo spigolo del tavolo, una macchina da scrivere lasciata cadere sul ventre del prigioniero disteso per terra, colpi di karatè sulle parti più sensibili, punture ai piedi e alle mani mentre sei legato ad una sbarra, la tortura della penna Bic fra le dita, le dita trafitte dalla pinzatrice d’ufficio, lo strappo delle unghie, l’immersione della testa fino al soffocamento in un secchio pieno di merda, il salto di tre metri nel vano di un ascensore facendoti credere che ti gettano fino al piano terra, lo schiacciamento della mano dentro la porta, la corrente elettrica nei testicoli o nei capezzoli (se si ferma il cuore, il medico lo rianima e si continua), l’asfissia e la disidratazione da sauna, l’aggiunta di sale al sangue che hai in bocca, giochi morbosi sessuali alle donne, il gioco della roulette russa, l’ingerimento di acido solforico (Cipriano Maryos, un operaio, ne morì).”
L’elenco è molto lungo e occorre interromperlo. Non c’è intervista o pagina di giornale che possa raccogliere il quadro completo delle persecuzioni e soprattutto lo spirito di perfido e sadico terrorismo psicologico che le percorre. “Naturalmente, la tortura — dice ancora Marie Carmen — non c’è in Spagna, legalmente. Il giudice quando raccoglie le accuse dei prigionieri, risponde: “Io non mi posso basare sulle cose soggettive che mi racconti”. E il medico che ti controlla all’uscita dalla Direcion general: “Ma come hai fatto a battere la testa, sei scivolato sul bagnato?”. Marie Carmen, se fosse stata processata, avrebbe avuto una condanna a 21 anni di carcere. Ma il Frap la liberò prima, il 7 aprile di quest’anno con un’azione partigiana. L’ultima volta che una donna in Spagna fu liberata così da un carcere fu nel 1945.
Dattiloscritto privo di data, presumibilmente del Maggio 1976
Quello che segue è il primo di una serie di pezzi strani: sono copie di articoli scritti di cui non mi sono più ritrovato gli estremi della pubblicazione, la data, la testata. Li pubblico ugualmente per il valore del contenuto e per il lavoro impegnato. Potrebbero essere anche degli inediti. Tra soldi che ballano, che avete letto nella sezione Teatro e politica, era uno di questi. Ora un pezzo particolare. Riguarda il giornale su cui scrivo, intervista al presidente della cooperativa che gestisce Tuttoquotidiano nella fase del fallimento.