L’efficacia di un classico

«La Betìa» del Ruzante presentata dalla Cooperativa Teatro Franco Parenti

I sentimenti più semplici espressi con lo strumento teatrale più povero: la parola. Una lezione di libertà e verità che ci coinvolge tutti ancora oggi. Scarso il pubblico, nonostante i prezzi popolari.

Lo sberleffo che Angelo Beolco, detto Ruzante, classe secolo sedicesimo, faceva alle corti di nobili del suo tempo ferisce dunque ancora. Mercoledì sera, al cinema Alfieri di Cagliari adattato per l’occasione (un esperimento fallito, nonostante gli equilibrismi di attori e tecnici della compagnia), se n’è avuta una riprova. Ad ascoltare una delle sue prime opere, La Betìa, scritta nel periodo 1521-1524, presentata dalla Cooperativa Teatro Franco Parenti nell’ambito della stagione teatrale sarda di primavera, non è stato difficile concludere così: che l’invito ad una esistenza che dia libero sfogo ai sentimenti e alle passioni umane, l’irrisione delle varie mascherature con cui noi poveri cittadini del ventesimo secolo comprimiamo le esigenze vitali, siano più attuali che mai. Allora c’erano la guerra, la carestia, la miseria. Oggi ci sono la rincorsa al falso benessere, la privazione degli spazi aperti, il frastuono della città, la ferita della natura perduta, a rendere l’uomo sempre più separato da se stesso.

Che il messaggio arrivi per via un po’ traversa, poco importa.

Certo, Ruzante era un borghese, e vedeva le classi subalterne, e ne descriveva la moralità, dall’esterno. Si potrebbe essere tentati di pensare che egli, mettendo in scena straccioni, parolacce e sensualità sfrenata, facesse il gioco che la nobiltà, il clero e la borghesia d’allora volevano: il popolo era rozzo e depravato e ogni tentativo di elevarlo era destinato a fallire.

Le infedeltà, i calcoli dei suoi personaggi femminili («non fa per me perché è povero») potrebbero addirittura far pensare ad una robusta dose di misoginia, che gli farebbe considerare le donne come delle amorali congenite. Le accuse in verità non reggono. Ruzante odiava quella società ed era un ateo convinto. Le accuse non potrebbero andare al di là ad una constatazione dell’ambiguità. Accusa che per i grandi artisti non è un’accusa perché la loro è un’ambiguità espressiva, critica, lungi dall’inficiarne l’opera, ne permette una sopravvivenza attraverso i secoli.

Certo, i segni sono forti e paradossali. Ma sono segni teatrali, provocazioni, simboli. Al di là della raffigurazione di un mondo contadino che nella spietatezza e crudeltà di rapporti trova un contatto umano vivo, si intravede chiaramente l’attualità della lezione di libertà di Ruzante. In questa, come in tutte le altre opere del grande pavano, lo spettatore è colpito dalla grande verità dei rapporti umani che vengono descritti. La straordinaria potenza espressiva del linguaggio contagia nello spettatore il bisogno di verità e di liberazione che è oggi in tutti noi.

Franco Parenti recita da quasi vent’anni Ruzante. È stato uno dei pochi intellettuali italiani che hanno tolto il Ruzante dall’ostracismo che la cultura togata con la puzza sotto il naso gli ha decretato per decenni. Anche nella Betìa, l’umile ordito drammaturgico del Beolco, fatto di sole parole, viene dipanato con forza interpretativa, con una recitazione frutto evidente di un lungo paziente tirocinio, durante il quale, lo si indovina, il regista Parenti (riduttore anche del testo trascritto da Ludovico Zorzi), ha cavato fuori il miracolo di moltiplicare nei suoi attori la propria arte interpretativa. Accanto a lui hanno raccolto, così, gli applausi di un pubblico ancora poco numeroso (e pochi erano anche i giovani ieri pomeriggio alla rappresentazione a prezzi ridotti), Chicca Minini Giorgio Melazzi Raffaella Azim Alberto Ricca, Pinara Pavanini, Giovanni Battezzato e Bruno Pagni, tutti impegnati al massimo assieme ai tecnici e ai bravi “musici”, nell’angusto spazio scenico.

Le scene e i costumi, sobrie e scarne le prime, realistici e funzionali i secondi, erano di Gianmaurizio Fercioni, le musiche originali di Gino Negri, la collaborazione artistica di Andree Ruth Shammah.

Il pubblico ha mostrato di capire le battute nel loro significato essenziale, pur non cogliendo tutte le parole dette in un irto pavano. Molto efficaci sono sembrate le due scene in cui Betìa si fa perdonare dalla madre e la moglie di Nale piange il marito, così come il prologo e l’epilogo del poeta. Sono momenti in cui tutto è affidato alla parola, in cui quello che si vuole esprimere non è certo nuovo, né in letteratura né in teatro.

Eppure, è proprio in questi momenti che si apprezza la grande arte del Ruzante, la sua fiducia nei sentimenti umani e nelle parole. Fiducia che Franco Parenti ha accolto fino in fondo, facendosene un magistrale abito di interprete.

Tuttoquotidiano. 7 maggio 1976