La tournée della cooperativa di Teatro Popolare
Arlecchino scegli il tuo padrone. Questo il titolo dello spettacolo di Arturo Corso che ha riscosso notevole successo e sarà replicato in vari centri dell’isola.
Lo spettacolo con il quale la cooperativa di Teatro Popolare di Milano sta effettuando una tournée in Sardegna, Arlecchino scegli il tuo padrone, di Arturo Corso, regista lo stesso Corso, presenta degli spunti di indubbio interesse. Primo fra tutti l’assunto principale, quel voler restituire alla fortunata stagione del Teatro Italiano, la commedia dell’arte, il suo autentico valore. Arlecchino nacque, dicono gli attori del gruppo, libero da padroni, espresso da quel gradito padrone che è il popolo, immerso nel vasto grembo dei bisogni e delle tradizioni del popolo. In seguito, il potere strumentalizzò questa forma di teatro, una volta diffusa nel mondo. Conseguenza della strumentalizzazione, secondo una felice definizione del gruppo, la “ingessatura” delle libere forme espressive; una repressione esasperata dai nuovi testi, non più opere degli scrittori del popolo ma di scrittori del potere: testi che non contenevano più i fatti e i problemi del popolo, ma quelli dei padroni; testi che, curando particolarmente le forme, hanno condotto il teatro popolare sui sentieri dell’estetismo e del museo.
Il discorso arriva a coinvolgere giustamente gli attori, ai quali ultimi dovrebbe essere affidato il compito di evitare il definitivo tradimento di quella libera espressività.
Tutto questo lo spettacolo lo dice con chiarezza e coraggio, con ricchezza di situazioni emblematiche, con felicità creativa, con un dialetto, quello veneto, che rafforza la carica provocatoria del testo. L’opera, nella sua ossatura fondamentale, fu presentata con successo nel ’69 ad una festa teatrale internazionale in Belgio da Corso, prezioso collaboratore di Dario Fo, scrittore-regista per il quale il teatro cabaret non ha segreti. E il gruppo milanese, sollecitato dal dinamico organizzatore Giancarlo Trovato, si è proposto di fare dell’opera ampliata e arricchita dei risultati di una ricerca sulla commedia dell’arte, il manifesto del proprio lavoro presente e futuro. Un manifesto che contiene, come è stato sottolineato nel corso di una conferenza stampa, “l’esigenza di fare un discorso sul potere, sul pericolo di restare ingabbiati nelle trappole del sistema, sul bisogno di mantenere la propria identità, conflittuale e insieme propositiva, legata alla ricchezza dei problemi delle forme espressivi popolari”.
Arlecchino comincia a raccontare la propria storia dalla prigione, dove si trova insieme ad altri disgraziati come lui. Lo spettacolo descrive poi la vita avventurosa degli attori sfuggiti alla reclusione ma sempre alle prese con le difficoltà della vita misera che conducono e soprattutto con le limitazioni a proclamare i concetti di libertà di cui sono portatori. Dopo una lunga scorribanda per tutto l’arco della commedia dell’arte, divertita e divertente, si giunge nel finale ad una ancora più incisiva denuncia del rapporto uomo-padrone attraverso la raffigurazione di uno scorcio di drammaturgia ruzantiana. Qui trapela il limite dello stile usato da Corso: la commistione dei moduli della commedia dell’arte, pur anticonvenzionali, con la fresca creatività del cabaret. I triboli e la rabbia del protagonista delle opere di Ruzante non sopportano le gags e gli ammicchi che altrove sono funzionali, essendo il linguaggio del grande pavano già di per sé “ideologico”.
Dopo la parentesi di libertà espressiva e di ritrovato contatto con la realtà popolare gli attori-archetipi di un teatro tradito rientrano nel carcere dal quale sono usciti. Ma lo spettatore sa ormai che Arlecchino non sceglierà più il padrone sbagliato.
Gli attori della cooperativa milanese forniscono un’ottima prova della loro capacità, sbizzarrendosi in tutta una vastissima gamma di espressioni e atteggiamenti, dimostrando soprattutto di saper comunicare con il pubblico. Capacità che è sembrata venir meno nel dibattito post spettacolo, in cui ci sembra abbiano abusato nell’orientare la discussione su temi soltanto sfiorati dallo spettacolo come il bilinguismo (e dove si sono lasciati andare a espressioni un pochino semplicistiche e sbrigative, come quella secondo la quale Goldoni si sarebbe legato alla classe nascente borghese, che pensiamo farebbe arricciare il naso allo studioso marxista di Goldoni Mario Baratto).
La compagnia è venuta in Sardegna senza aiuti finanziari della Regione, contando soltanto sulla collaborazione di gruppi (circoli di unità proletaria, Cooperativa teatro di Sardegna, che ha “prestato” i suoi scenografi Corrado Gai e Gianni Garbati), quasi a chiudere il cerchio aperto con la proposta di uno spettacolo che alla base del pubblico è decisamente rivolto. Nelle piazze della tournée, lo spettacolo finisce con l’incontrare il suo vero pubblico popolare. Teatro vero, significativo e provocatorio, ben illustrato nella conferenza stampa dall’organizzatore del gruppo Giancarlo Trovato.
Tuttoquotidiano, 4 marzo 1976