Inaugurazione della stagione lirica
Un allestimento il cui costo si aggira sui 120 milioni per una prima d’élite disertata dalla gran parte degli appassionati e dal pubblico dei giovani a causa dei prezzi dei biglietti troppo alti. Eppure l’attività del teatro lirico è interamente finanziata dallo Stato.
Se c’è ancora qualcuno che pensa che il melodramma sia un’istituzione capace di sopportare qualsiasi oltraggio, qualsiasi malgoverno e sopravvivere nei secoli, a questo qualcuno, ieri sera, qualche dubbio deve essere venuto. Effettivamente, se si continua così, con i prezzi assurdamente alti e con la sala quindi semideserta (ben più della metà dei posti erano vuoti, riempiti pietosamente soltanto da una pubblicazione che offriva sul retro la réclame di una nota industria automobilistica, e non era il primo “documento” della società dei consumi: nel foyer faceva bella mostra di sé, in una vetrina, una monumentale cucina), se si continua così, dicevamo, la lirica muore.
Personalmente non crediamo che la lirica, uno dei pochi frutti artistici di cui l’Italia nei secoli sia stata esportatrice, debba morire. Ma sicuramente morirà se la si continuerà a trattare folcloristicamente come un fatto consolatorio, rievocativo, nostalgico.
Ieri sera, per parlarci chiaro, all’inaugurazione della stagione lirica con Macbeth il tonfo è stato totale: al Massimo dai 2000 posti, quattro-cinquecento persone in platea, quaranta-cinquanta in balconata, fra cui non pochi invitati. Una sparuta rappresentanza, impreziosita dalla presenza di qualche personalità della politica, del tradizionale pubblico borghese cagliaritano. E per quei pochi non nemmeno la consolazione-nostalgia-ricordo di una Traviata di un Rigoletto.
C’era Macbeth, un’opera che richiede un respiro che Cagliari musicale di oggi non può inventarsi in quattro e quattr’otto. Oltre a una diversa politica dei prezzi sarebbe stata necessaria una serie di iniziative culturali di contorno, un contatto con il mondo della scuola (l’Università di Cagliari ha una cattedra di storia della musica), che preparasse il pubblico ad un avvenimento davvero grande: così come fanno altri enti lirici.
Che cosa avrebbe dato, però, in extremis, una giustificazione culturale minima ad una “prima” di Macbeth? Una “gestione” diversa dell’avvenimento, ed una politica di pubblico nuovo. Se giusta è stata, secondo noi, la scelta di quest’opera e di questo allestimento, sbagliato è stato fermarsi pigramente, e forse arrogantemente, sul solito cliché della “prima” di gala (o di semi gala: in quel garage mal riuscito che è il teatro Massimo faceva pena vedere lo sfarzo ricercato con sparuti mazzi di fiori). La festa si sarebbe ottenuta semplicemente invertendo radicalmente il disgustoso ordine gerarchico inventato per la stagione: alla prima la “crema” con settemila la poltrona; alla seconda e alla terza la “mezza crema” con la poltrona a seimila, la quarta a tremila per la “bassa forza”. L’Ente lirico sa per primo — e quindi vogliamo ritenerlo solo un incidente — che il suo attivo attuale è la schiera di giovani che affluiscono ai concerti ed il pubblico nuovo dell’interno, dove si è spinto il suo decentramento.
Quei giovani, quel pubblico nuovo, la vera “città” insomma, adeguatamente sollecitata e preparata, avrebbe decretato il successo e il calore che l’avvenimento di per sé meritava. L’opera lirica è un fatto di cultura solo se riesce ad attivare fra palcoscenico e platea una scintilla di autentico interesse, di autentica sorpresa, un’onda di curiosità.
Ieri, successo e calore sono mancati del tutto. Le splendide voci, la splendida coreografia attendevano ben altra accoglienza dei freddi e educati applausi del pubblico sbagliato, chiamato ad onorare siffatto avvenimento. Ora, in teatro tutto si può sbagliare, meno che la politica del pubblico. Si dirà che stiamo parlando solo del pubblico della “prima”. Certo, e non a caso; è un errore iniziale che getta una luce di grave perplessità su tutta la stagione e su tutta la gestione dell’ente lirico.
Tuttoquotidiano, 18 febbraio 1976
Ritorno al teatro con la cronaca di due spettacoli teatrali, uno ospite, l’altro prodotto da Teatro Sardegna.