Il teatro dialettale è isolato

Successo per lo spettacolo dei fratelli Medas

La sua funzione culturale è unanimemente riconosciuta, ma è necessario un intervento economico.

“Pigarì unu brodu”,  “bolis imparai a babbu a fai fillus”: modi di dire tipicamente cagliaritani che chi ha avuto la fortuna di vivere o perlomeno sfiorare la “cagliaritanità”, stando a contatto con i vecchi abitanti di “Casteddu” (“vecchi” perché hanno vissuto, non perché crescendo biologicamente sono arrivati all’ultima età), o con la gente umile della periferia, delle bottegucce artigiane e dei ristoranti economici, degli antichi “Caffè”, ha sentito sgranare più volte, anche se avulsi dal loro contesto, spesso imbastarditi da arbitrarie alterazioni. Sentirseli venir giù, uno dopo l’altro, da un palcoscenico, appiccicati, quei modi di dire, ai personaggi con i quali sono nati, in quel determinato contesto, in quella vecchia “offelleria”, con quei determinati abiti, quelle facce, quelle pettinature d’una volta, quelle camminate, quel gesticolare, messi in bocca alle macchiette di cui, noi più giovani specialmente, abbiamo sempre sentito parlare, ma che ci sono passate raramente accanto, e tanto rapidamente da non lasciarci nulla di più che il desiderio di approfondirne la conoscenza: bene, vedere e sentire tutto questo, venerdì scorso al teatro dei salesiani di viale Frà Ignazio, è stato un genuino piacere. Piacere estetico, dell’occhio e dell’udito, per l’appunto, ma piacere anche più sottile: di aver scoperto qualcosa, la “cagliaritanità” a teatro; di averne avuta confermata un’altra, l’efficacia del teatro nel farci ritrovare un’”umanità” perduta.

I Medas, i fantastici sette fratelli, Antonio, Plinio, Francesco, Mario, Emma, Maria, Totoi, Assunta, nati a Guasila tanto tempo fa e che da circa trent’anni cantano e recitano in dialetto, cui nel frattempo si sono uniti sei figli, più tanti altri amici e giovani, felici di esprimersi nel teatro dialettale, presentavano “Bellu schesc’e dottori”, un’opera del magistrato e letterato cagliaritano Emanuele Pili, che ci introduce nella pittoresca vita cagliaritana di fine secolo, dove si muovono per l’appunto figure, macchiette e tipi curiosi di quel tempo, dal brontolone dottor Carrabusu, leguleio senza preparazione, al commerciante spiantato Gironi, dall’ex “panettera” Efisia ad Angeledda dai nobili ascendenti, dallo spaccamontagne ingenuo Perdu Nieddu, “su piccapalderi” eroe di mille gesta, a ziu Antiogu, “su ziu de is biddas” dal frizzante spirito villico, e così via.

Si parla tanto, al giorno d’oggi, di teatro dialettale, che verrebbe qui la voglia di attardarcisi un pochino, se non si avesse da render conto dello spettacolo cui abbiamo assistito venerdì. Diciamo allora soltanto che quando il teatro dialettale, lo si fa con la perseveranza, l’onestà, l’umiltà, diciamo pure la bravura (pur avendo presenti i limiti di un teatro di dilettanti), con cui da anni lo fanno i Medas, non può non venirne bene, come da qualsiasi prodotto artigianale fatto con cura e passione.

Il bene è proprio quello al quale si accennava prima: l’efficacia insieme documentaria e provocatoria del teatro dialettale: la conservazione e la riscoperta delle nostre vecchie tradizioni, che senza il dialetto, il mezzo di espressione, più diretto e legato a quella realtà, non potrebbero emergere; la proposta di una espressività ancora non “comprata” dal potere. Ci si è resi conto venerdì, di fronte ad uno spettacolo che segna il più alto livello artistico dei Medas, allestito con chiara consapevolezza dei rischi del teatro dialettale, primo fra tutti quello di finire con lo strappare solo applausi per la proposta di “gags” di cattivo gusto, di facili macchiettismi, di quale decisivo apporto, di crescita ma anche di chiarificazione, sia capace il teatro dialettale verso il tanto attuale problema della lingua sarda: molto meglio forse che annaspare con il sardo nei pietosi tentativi di tradurre l’italiano americanizzato — tecnologico — computerizzato. Il teatro dialettale non traduce, esprime direttamente, ed esprime contenuti culturali, se tali, in una dizione complessiva, possiamo definire l’insieme di modi di pensare, di tradizioni, di gusti di un’epoca trascorsa. Che i contenuti siano tutti genuini, e non invece, alcuni, derivati dai moduli che la Sardegna ha frequentemente preso in prestito dal “continente”, è certo questione da approfondire: ed alcune risposte, che lo stesso spettacolo dei Medas fornisce, non sono certo rassicuranti. Ma che questo mezzo così diretto, comunicante, stimolante, debba essere preso in maggiore attenzione perché utile ci sembra fuor di dubbio. Altrettanto scontato che la cosa si ponga in termini di urgenza, per intellettuali e politici, nel momento in cui, dopo lo spettacolo, annotiamo sul “notes”: se non li aiutano, se non gli danno un locale stabile, i Medas chiudono; non ce la fanno più a fare tanti sacrifici.

Il che significherebbe una grossa perdita. Solo loro nel teatro dialettale raggiungono certi livelli.

Lo spettacolo fuoriusciva dai soliti schemi anche per un altro motivo: vi si rappresentava non un’opera intera, bensì tre atti di opere diverse. Oltre a quella di Pili, di cui è stata data la sintesi del primo atto, il secondo atto di Su banditori di Efisio Melis e la sintesi del primo di Basciura di Antonio Garau. Una “carrellata del teatro dialettale”, che, se lascia insoddisfatti per la frammentarietà del discorso, risulta formula utile a fini divulgativi e didattici.

Il pubblico che stipava la sala ha applaudito a lungo gli attori, tutti molto impegnati, soprattutto Antonio Medas, autentico grande talento teatrale, pieno d’inventiva e di vis comunicativa, e poi i suoi sei fratelli, e ancora Giuliano Carta, Piero e Giorgio Barmina, Antonio e Mariella Russo, Tonina Ledda, Patrizia Widmar, Franca Muntoni, Patrizia Arthemalle, Claro di Bernardino, Liliana Congia, Nini Zedda, Sergio Cutravo; splendide e molto curate le acconciature e i trucchi di Lino Pinna, che conferma ancora una volta le sue non comuni doti. Un momento bellissimo dello spettacolo è stato, ad apertura di sipario sull’atto di Melis, la canzone-coro della famiglia de su bandidori intenta a confezionare il pane.

Si replicherà? Dubbio angoscioso per i Medas, che senza un aiuto, soprattutto un locale, non potranno mai rispondere a domande del genere. Sono senza una casa, senza un’organizzazione, senza finanziamenti. Il successo c’è stato, il bisogno di queste rappresentazioni è senz’altro sentito. Ma i Medas non possono rispondere.

Tuttoquotidiano, 11 febbraio 1976

L’ente lirico di Cagliari è vivamente criticato per i prezzi d’ingresso alle recite del Macbeth di Verdi che inaugura nel febbraio ’76 la stagione lirica al Teatro Massimo. Per l’evento il giornale commissiona a Nanni Spissu, Armando Stefani e me tre articoli per una pagina intera. Nanni per la musica, Armando, romano dandy stanco e disincantato, per l’abbigliamento delle spettatrici; a me per la politica culturale dell’ente. Lo titolo Crema, mezza crema e bassa forza, inducendo il giorno dopo il direttore a convocarmi per un dissenso: “hai offeso i miei genitori!”.