Assieme ai protagonisti dell’esperienza dei “murales” intervenuti Pinuccio Sciola, Giovanni Lilliu, Costantino Nivola, Foiso Fois, Enrico Milesi, Salvatore Naitza. Antonio Sini: la “diversità” della cultura sarda non deve essere intesa in senso isolazionista. Convegno sulla lingua sarda.
“Una cultura popolare creata da tutta la comunità e vissuta con vasta e profonda partecipazione, non può che essere basata sulla necessità, così come succedeva tempo fa nei paesi, allorché tutti partecipavano alle usanze e ai bisogni della vita di tutti i giorni: ad esempio fare il pane”. Questo, in sintesi, il senso che ha voluto dare al concetto di “cultura di base” lo scultore sardo Costantino Nivola, intervenendo, insieme allo studioso di cose sarde Giovanni Lilliu, al docente universitario Salvatore Naitza, all’ingegnere Enrico Milesi e al pittore Foiso Fois, al dibattito svoltosi ieri al Centro di cultura “Paese museo” e introdotto dallo scultore Pinuccio Sciola.
Lo spunto al dibattito l’ha dato l’esperienza artistica vissuta da San Sperate, di cui si parla da molti anni in tutto il mondo: tentarne una valutazione critica, per approfondire poi il tema di una cultura sarda oggi, l’ansia di miglioramento sociale e civile della collettività regionale di questi anni.
«Abbiamo organizzato questo dibattito— ha detto Sciola — perché non vogliamo che questa forma di cultura e di arte sviluppatasi a San Sperate rimanga un fatto isolato e perché vogliamo capire criticamente che cosa è veramente questa esperienza, e come essa può continuare».
Sciola, così come numerosi altri intervenuti, parlava in sardo, confermando un indirizzo che va prendendo decisamente piede nell’isola da quando il dibattito sulla lingua sarda è andato oltre i convegni, facendosi problema di scelte operative immediate da parte di amministrazioni comunali e di scuole. Che sia un fenomeno vasto non vi sono ormai dubbi: anche a Sassari giorni fa, dopo una rappresentazione teatrale, il dibattito fra il pubblico si è aperto in sardo e si è soffermato a discutere il problema. Che sia sempre producente, è un altro discorso. Ieri, Antonio Sini, il sanguigno poeta di Sarule, ha vibratamente sostenuto, ad esempio, intervenendo nel dibattito, che intendeva parlare in italiano perché pensava di essere capito da un maggior numero di persone. Circa la “diversità”, concetto affiorato nel corso del dibattito e che si lega naturalmente al tema della lingua sarda, Sini ha sostenuto: «È vero che noi sardi siamo diversi, ma le diversità non sono così marcate come spesso si vuol fare credere oggi in Sardegna ai sardi, o in Sicilia ai siciliani, o nel Friuli ai friulani.
La verità – ha concluso Sini – è che, oltre che ribadire gelosamente i nostri tratti caratteristici, dobbiamo anche badare a trovare quelli con cui identificarci, cioè tutti gli sfruttati di tutti i paesi, così come gli sfruttatori cercano di fare tra loro».
In fondo, il problema di come intendere, e di quale uso fare della “diversità” sarda, in un momento politico che non accenna a dissipare la paura di forti condizionamenti esterni allo sviluppo economico e sociale dell’isola, affiora sempre più prepotentemente in questi incontri e discussioni sulla cultura sarda popolare. Si teme un certo accademismo, una certa astrattezza. Rischio che è stato ben colto da un giovane abitante di “Paese Museo”, che ha messo in guardia dal considerare il popolo come qualcosa che, in chi parla di cultura popolare, significa un dato sociologico esterno, da valutare “scientificamente”.
In un intervento successivo, il professor Lilliu è tornato proprio sul tema della “diversità”, affermando che “la nuova cultura sarda, una cultura piena di tutto il sentimento e di tutta la fantasia del popolo, non deve essere un valore antico da conservare nostalgicamente, ma deve riflettere tutto il dolore e le contraddizioni che la Sardegna presenta oggi”, e che “la “diversità”, così intesa, deve essere un elemento di contraddizione, di rottura, di battaglia. Deve essere intesa, cioè, in senso positivo e non negativo come si cerca di fraintendere”. Secondo Lilliu, di questa nuova cultura, che esprima i bisogni di tutta la collettività, San Sperate è un esempio anticipatore.
Per Nivola la cultura sarda non deve distaccarsi, oltre che dalla “necessità” (intuizione che ci sembra preziosa in tempi di bisogni indotti anche in campo culturale), dalla tradizionale tragicità della visione sarda della vita, quella tragicità che Nivola ha sintetizzato nella sequenza di contrastanti stati d’animo: o estrema felicità o estremo dolore.
Dell’esperienza di Paese Museo, alla quale ha dato un aiuto concreto, Foiso Fois ha sottolineato il clima di fratellanza tra tutti quelli che si dedicano ai murales o agli altri numerosi lavori: come quello di costruire una casa per l’amico che si sposa.
L’ingegner Milesi ha messo in risalto, ricordando la propria sfortunata esperienza di urbanista suggeritore di un piano di sistemazione del centro storico di San Sperate, come un concetto corretto di cultura popolare (e quindi l’appropriata valutazione dell’importanza di un centro storico migliore, rurale) aiuti un migliore assetto anche economico di una zona, e viceversa. «Si è scoperto che quelli che non capivano l’importanza della conservazione di un vecchio portale non volevano nemmeno la politica di case popolari suggerita dalla “167”».
Secondo Salvatore Naitza, non tutto ciò che si è fatto a San Sperate è degno, artisticamente, d’essere conservato, né è auspicabile una cultura “sansperatina” isolata e autoincensatoria. All’attivo di “Paese Museo”, secondo Naitza, è l’aver capito, come si nota anche nei quadri di Sciola, che fare cultura sarda significa anche recepire in termini propri e personali la lezione che ci viene da realtà sociali di altri paesi.
A proposito dei “Murales”, Nivola ha espresso con senso costruttivo alcuni dubbi, soprattutto in relazione ai dipinti dei bambini (la spontaneità in questo campo non è utile, occorre invece una grande preparazione tecnica) e al modo in cui viene trattato il muro.
«Quando si dipinge un muro, che ha sempre una funzione sua propria molto precisa — ha detto — si deve rispettare questa funzione. Quel che ho visto finora non mi sembra che abbia sempre rispettato questa regola». Nel dibattito successivo si sono registrati molti altri interventi del pubblico, tutti molto vivi e stimolanti. Oggi il ciclo culturale proseguirà con una giornata di studi sulla lingua sarda e una rappresentazione teatrale in dialetto.
Tuttoquotidiano, 11 gennaio 1976
E poi, la pubblica lettura, per la quale c’è un dibattito vivace. Il giornale se ne occupa. Ecco il primo articolo, ancora nel 1974 che stiamo scorrendo. Giovani di quartieri e periferie per studiare sono costretti ad emigrare. Di seguito raggruppati più articoli di mesi e anni diversi sullo stesso tema.