Tavola rotonda

Giovanni Lilliu, archeologo, studioso di tradizioni popolari, preside della Faccoltà di Lettere dell’Università di Cagliari e consigliere comunale, Antonio Romagnino, insegnante di italiano nei licei, critico letterario, presidente di “Italia Nostra” e Michelangelo Pira, docente di antropologia culturale presso l’Università di Cagliari, studioso dei mezzi di comunicazione e dell’informazione, giornalista, scrittore, consigliere comunale.

Alcune domande poste a Giovanni Lilliu, archeologo, studioso di tradizioni popolari, preside della facoltà di lettere dell’Università di Cagliari e consigliere comunale, ad Antonio Romagnino, insegnante di italiano nei licei, critico letterario, presidente di “Italia Nostra”, e a Michelangelo Pira, docente di antropologia culturale, presso l’Università di Cagliari, studioso dei mezzi di comunicazione e dei problemi dell’informazione, giornalista scrittore, consigliere comunale, tre studiosi che partecipano all’incontro in qualità di uomini attenti ai fatti culturali, spogliati cioè delle vesti pubbliche che ricoprono.

Romagnino. La vicenda della galleria comunale d’arte non va staccata dal contesto della situazione di carattere nazionale. Questa presenta al riguardo un quadro legislativo molto carente, anche se attualmente “in movimento”. Tutte le gallerie italiane sono state gestite finora in base a leggi o vecchie o carenti. Ora, con il passaggio al nuovo Ministero dei beni culturali, delle direzioni delle antichità e Belle Arti, degli archivi e del teatro e con il decentramento di tutto questo corpus culturale alle regioni, le cose dovrebbero cambiare. La Sardegna è in evidente ritardo nell’attuazione del decentramento artistico culturale, a differenza di altre regioni quali Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Toscana, Campania, Lazio, Lombardia, che pur godendo di uno statuto ordinario hanno addirittura preceduto la legislazione nazionale procedendo ad un preziosissimo lavoro di catalogazione e ricognizione del materiale posseduto, lavoro che ha un altissimo valore promozionale. Alcune regioni, poi, stanno già procedendo attraverso consulte, comitati locali di gestione formati dalle varie categorie sociali e così via. Da noi, ripeto, siamo fermi. Gli appelli di Lilliu al consiglio regionale non sono stati ascoltati.

Pira. Gli statuti delle regioni a statuto ordinario sono più avanzati in questa materia di quelli speciali. La competenza della Regione sarda, infatti, è concorrente e sussidiaria. Il nostro statuto risente di un’insufficiente elaborazione autonoma e povero di discussione. Questo porta a diversi risultati negativi, tra i quali quello che i dibattiti sulle cose culturali, a livello politico, nascono quasi per caso. Per restare in argomento, così accadde anni fa per la vendita alla Regione dei quadri di Biasi, lo stesso avvenne per il dibattito regionale sulla creazione di un centro-casa per gli artisti. Ci si mette in moto solo a rimorchio di qualche “caso”. Ed anche oggi siamo qui per un “caso”».

Romagnino. Un caso che mette in evidenza una grave lacuna della nostra cultura: la scarsa considerazione per quel materiale artistico minore, documentario (il Maury, ad esempio), che altre regioni, come abbiamo visto, stanno già da anni recuperando e rivalutando. Il caso rivela anche grosse responsabilità per la conservazione dei beni artistici, che con la scusa della guerra è andata a farsi benedire. Ho visto con i miei occhi quattro pastelli di Mury nella grotta deposito completamente rovinati. La regione deve intervenire per fare accantonare il giudizio estetico discriminante e per impegnare tutti nella raccolta del lavoro documentario.

Pira. Creando strutture che istituzionalmente si occupino del materiale artistico disseminato un po’ dovunque. Il palazzo della regione è pieno di quadri regalati o acquistati che sono esclusi dalla fruizione pubblica.

Romagnino. Va tutto restaurato, inventariato. Deve finire l’opera di distruzione dei beni culturali destinati alla comunità. Cominci la Regione a donare al Comune parte del materiale in suo possesso.

Lilliu. La galleria ha questo indirizzo perché, come diceva Romagnino, segue ancora un concetto chiuso ed elitario della fruizione dell’arte, criterio aristocratico dei musei che prevede musei di prima (con i pezzi più significativi) di seconda classe (in cui gli studiosi possono accedere a tutte le altre opere rimaste); oltre ai depositi, in cui sono collocati studi particolari o lavori mai visti. La Galleria di Cagliari si ispira alla prima categoria. Si è fatta questa prima scelta di carattere politico-estetico e poi una seconda di carattere culturale, cioè su quali opere esporre. Ha prevalso una certa tendenza, facente capo a certi collettivi, scuole, critici, artisti. Io sono contrario a questa impostazione, perché credo che debbano essere esposti anche i prodotti artistici di natura documentaria ed anche i cosiddetti “minori”. Il Maury va esposto, e tutto l’Ottocento va esposto. È anche, beninteso, un problema di spazio. Ecco perché propongo che si concentrino molti sforzi, magari facendo un consorzio tra Stato, Università, Regione e Comune, per realizzare al più presto la Cittadella dell’arte che sta sorgendo nell’area dell’ex Arsenale in Castello. Nella grande sala che può essere gestita dal comune potrebbe trovare posto questa grande esposizione documentaria che è ormai indispensabile.

Cronista. Cerchiamo di entrare più nel vivo del problema che ci siamo posti: come fare penetrare la cultura nella vita di una città che sembra volentieri rassegnarsi a farne a meno, Pira scrisse al riguardo tanti anni fa che “Cagliari è brutta”. Da allora la città non ci sembra cambiata in meglio.  Come migliorarla dunque? Anche per Cagliari come per tutte le altre località della Sardegna il problema, forse, esula dalla capacità delle sole forze locali; il progresso, cioè, verrà anche «da fuori». Ad esempio, dalla nuova legislazione nazionale di cui si parlava all’inizio.

Lilliu. Sì, la tendenza nuova viene dal centro ed è positiva. Come ci sono anche dichiarazioni di buona volontà qui in Sardegna. Ma non c’è da farsi troppe illusioni. Le leggi accentratrici e che danno un potere quasi sovrano ai sovrintendenti (che non devono rispondere a consigli d’amministrazione), sono del 39; sono penetrate quindi a fondo nella forma mentale dei cittadini. Dallo stato i beni dovrebbero passare alla Regione. Non è un caso che finora siano passati solo i beni librari e non le antichità e Belle Arti. In questo settore ci sono ci sono forti resistenze, che, quando non vengono dallo stato vengono dalla periferia, che si è ormai abituata a godere di certi privilegi.

Pira. La legge nazionale che prevede l’accentramento dei beni culturali nel nuovo Ministero non mi entusiasma. I soggetti promotori debbono essere Regione ed enti locali.

Romagnino. La legge nazionale sollecita, salvo tirarsi indietro per far subentrare le regioni. Queste debbono assumere iniziative. In mancanza d’altro, facciano almeno dei censimenti, delle catalogazioni, degli archivi, dei piani paesaggistici…

Lilliu. Un’altra indicazione positiva per un risveglio culturale è il recente accordo tra i partiti democratici alla Regione, laddove si assumono per la prima volta degli impegni precisi per la cultura. Anche nel dibattito regionale sull’istituto superiore etnografico di Nuoro e stata approvata una mozione che rivendica alla Regione la competenza sui beni culturali.

Romagnino. Un ruolo importante debbono svolgere, nella riscossa culturale della città, i decreti delegati e, in particolare, i distretti scolastici da essi previsti. Il distretto è un po’ una ricognizione, una “lettura”, del territorio interessato. Quindi verrà formato in considerazione degli elementi di omogeneità e di ordine culturale sociale e topografico. Questo offre grandi garanzie di scientificità. E anche di democrazia, in quanto le componenti del distretto (famiglie, forze sociali e culturali) rappresentano il protagonismo di quel determinato territorio. Il distretto è studiato per fare arrivare alla scuola le istanze che la scuola richiede ma deve e può anche fungere da elemento propulsore e promotore in altri campi…

Pira. Certo. Il distretto può finalmente collegare la committenza con l’utenza, che è profondamente cambiata. Anch’io do molto valore ai decreti delegati per un rilancio culturale. Del resto, il distretto scolastico ce lo abbiamo addosso come problema anche urbanistico. Il problema di Cagliari è proprio il problema del distretto. Cagliari non è più l’antico Comune di Cagliari. L’area si è estesa enormemente, tanto che è impossibile governarla, ed infatti è sottogovernata. Il Comune agisce su quest’area con strumenti che non sono di questa dimensione. In questa grande area urbana i distretti sono quindi indispensabili. E in ciascun distretto ci dovrà essere un luogo che offra servizi rari. La cultura è uno di questi servizi rari. La cultura deve guidare il progresso e lo sviluppo della città come non ha mai fatto. Una cultura, beninteso, non solo antropologica, ma anche colta e d’avanguardia.

Lilliu. Bisogna “occupare” la città culturalmente. È sempre stato un problema difficile ma oggi lo è più di ieri. La nostra è una città fortemente degradata nel suo aspetto fisico e nella sua componente sociale, che è fortemente terziarizzata. In questa comunità fortemente degradata e disaggregata, in cui il vecchio abitante di Castello riesce a essere ricco proprietario, il bottegaio al borghese parassita, il mercante al contadino, come occupare culturalmente la città? Confesso che non sono ottimista. Anche perché poi perché, poi, c’è il problema delle strutture ricettive. Edifici inutilizzati, però, ce ne sono. Bisogna cercarli, censirli.

Romagnino. C’è un altro problema, quello della fruizione della cultura. Qualsiasi nuova iniziativa, qualsiasi nuova politica culturale non farà aumentare gli utenti se questi, potenziali, non saranno adeguatamente stimolati. Questo vale per tutto, per la musica (ancora oggi, nonostante l’alto livello dell’attività, il godimento della musica è elitario), per il teatro, per i musei, le gallerie, gli archivi e così via. Ed è un problema di “mobilitazione”. Quando si fa politica culturale si fa soprattutto della sollecitazione. Occorre, a mio parere, soprattutto intervenire sulle scuole perché escano dagli attuali luoghi di incultura e di ozio e facciano scuola attiva, nei luoghi di raccolta delle espressioni ancora vive di cultura e di arte. La scuola ha bisogno di documenti più di quanto non abbia bisogno del bello. Esca fuori quindi la scuola da quella specie di reclusione che è l’esclusivo rapporto con il libro. È un modo per mettere, tra quelli che dovranno occupare culturalmente la città, anche gli studenti, i frequentatori di una nuova scuola. Così la città-territorio potrebbe risalire dalla degradazione.

Lilliu. Certo, la mobilitazione. Nessuno può parlare più propriamente del rappresentante di «Italia Nostra», che la sta sviluppando da anni. Per ottenerla, secondo me, occorre tenere ben saldo il concetto: quello dell’apertura democratica e della razionalizzazione non rigida delle strutture culturali. Sono d’accordo sull’importanza, per un rilancio culturale, della scuola e degli organismi previsti dai decreti delegati: soprattutto, i distretti. Ma se questi organismi non saranno aperti e democratici e non rigidi non avverrà nulla. E lo stesso direi per i comitati di quartiere. Questi esprimono, nella loro configurazione attuale spontaneistica e di fatto, le istanze, nuove, la carica alternativa, stanno pian piano creando una cultura della periferia. In tale spirito, secondo me, debbono rimanere ancora per un po’, fino a che non abbiano trovato la migliore omogeneità degli interessi di cui si fanno portavoce nel loro territorio. Non debbono essere insomma delle strutture guidate, delle miniriproduzioni dei consigli comunali (già si parla di elezioni per l’anno prossimo). Non occorre avere fretta, l’istituzionalizzazione potrà venire una volta terminata l’analisi sociologica del contesto in cui operano.

Romagnino. Come Italia nostra abbiamo una certa esperienza di questo problema, anche perché ospitiamo nei nostri locali molti di loro. Siamo contrari anche noi alle elezioni il prossimo anno e ai doppioni amministrativi. Li stiamo invece stimolando a creare un intercomitato di quartiere. È una fortuna che per i comitati di quartiere non sia intervenuto quel momento di razionalizzazione che c’è stato per i decreti delegati. Specie tenuto conto della scarsa partecipazione della comunità cagliaritana ai fatti della città, occorre stare attenti a non strozzare sul nascere, questo fenomeno nuovo che si sta sviluppando proprio sul fronte della partecipazione popolare. I comitati debbono crescere. E bisogna darle dargliene il tempo. Cagliari non è Bologna, dove si è istituzionalizzato quello che si era già abbondantemente sperimentato negli anni precedenti…

Pira. Romagnino ha toccato il cuore della questione: i limiti elitari della fruizione dell’arte e della cultura a Cagliari. Bisogna superarli, questi limiti, anche perché queste élite non esiste più. Emergono viceversa i soggetti nuovi: la scuola di massa e le nuove forme di aggregazione dei lavoratori. Non ho invece la stessa paura dell’istituzionalizzazione. Laddove hanno messo radici, i comitati di quartiere possono benissimo darsi carico di problemi culturali. Certo c’è il rischio di arrivare subito alla nomina di comitati che dovrebbero dirigere e poi non sanno dirigere. Ma una fase di assemblea la vedo volentieri anch’io, anche se va accompagnata da forme di sperimentazione dell’istituzionalizzazione. Ci devono essere, cioè, ulteriori sviluppi nel lavoro compiuto fin qui dai comitati di quartiere. Tipico il caso della “Vigna”. Oggi come oggi, macina a vuoto, perché avrebbe bisogno di un’articolazione più organica e forte che possa dire al comune, giunti a questo punto della vicenda: la lottizzazione va rifatta.

Romagnino. Non va dimenticato che “La Vigna” è il primo esempio di un discorso sulla città, della messa in discussione di un modello di città sbagliato.

Pira. Sono pienamente d’accordo. E comunque potrebbe anche per i comitati di quartiere non avvenire quel condizionamento da parte delle strutture politiche centrali (nel caso si facciano le lezioni) che è stato evitato per la scuola. Le contrapposizioni – lo si è visto dove l’esperienza del comitato si è sviluppata – non avvengono sulla base di una ripetizione meccanica degli schieramenti. Si è visto invece una democrazia di base che si organizza in forme nuove. Ci sono insomma, secondo me, le premesse per una rivoluzione sociale. Sta scomparendo tra l’altro la figura del politico carismatico; ed anche il partito, in cui quel carisma si è trasferito, non basta più. Riemerge l’utopia di Rousseau, riemergono le aspirazioni libertarie e ottimistiche. Stiamo tornando ad una comunicazione sempre più “orale”, personale, rispetto ai mezzi di comunicazione “freddi”. E questo è rassicurante, perché è ormai provato che l’autoritarismo è sempre stato combattuto dai mezzi “caldi”, quali la stampa.

Romagnino. Si sta ritrovando insomma la coscienza della superiorità della spinta che viene dal basso.

Pira. Sì, ma non un basso degradato, privo di strumenti.

Lilliu. Ciononostante, io sono pessimista. Perché vedo un proletariato ridotto a un indice numerico bassissimo, mentre vedo crescere smisuratamente la piccola e media borghesia, dipendente e degradata. Solo una vera classe operaia garantirebbe un’avanzata culturale. Oggi anche la grande borghesia, anche la burocrazia regionale, è dipendente. Come riempire di cultura la città in queste condizioni, quindi?

Pira. Ma a Cagliari sta anche avvenendo la presa di coscienza della propria dipendenza da parte di questa borghesia. La borghesia si sta spostando verso le posizioni della classe operaia e si allea con essa, perché ha capito d’essere investita da un processo di proletarizzazione. Secondo me, si può avere fiducia.

Tuttoquotidiano, 27 novembre 1975

Su Cagliari intervisto l’assessore comunale alla pubblica istruzione Rinaldo Botticini, vicino anch’egli, negli anni ’70, alle iniziative giovanili universitarie.