L’avanguardia verso la “terapia di gruppo”?

Consuntivo teatrale della “Biennale”

Grotowski e Barba, due dei maggiori registi europei, non presentano più spettacoli ma “seminari” e “incontri” con il pubblico. Il “Living” punta all’impatto diretto con le classi subalterne. Dalla stagione avanguardista romana giunge la terza proposta teatrale su Cesare Pavese.                                                                                     

La Biennale di Venezia, le cui manifestazioni si avviano alla conclusione, ha subìto quest’anno varie critiche e contestazioni. Qualcuno ha parlato di inaridimento, qualcun altro, come un critico francese, ha pronunciato addirittura la parola morte. In sostanza, la Biennale viene accusata di aver smarrito il filo della propria tradizione e di non aver saputo trovare una giustificazione diversa.

Sotto accusa, in particolare, la sezione teatro. L’anno scorso il teatro della Biennale — contro le usanze tradizionali — andò nelle fabbriche, nei quartieri, presso i lavoratori e gli strati meno abbienti della popolazione, con rappresentazioni gratuite o quasi. Quest’anno, l’itinerario ha ricalcato solo in parte quella impostazione e comunque questa è stata messa fortemente in crisi dal tipo di spettacoli e di gruppi invitati. Il più grande sconquasso in questo senso l’hanno gettato, a Venezia, i due maggiori gruppi d’avanguardia: il Theater Laboratorium di Wroclaw (Polonia) diretto da Jerzy Grotowski e l’Odin Teatret dell’allievo di Grotowski, Eugenio Barba.

Lo sconquasso è consistito in ciò. Che, partiti questi due grandi registi da un’attività di spettacolo tutta basata su un affinamento dei mezzi espressivi dell’attore, sono pervenuti ora — e a Venezia l’hanno mostrato chiaramente — ad un’attività che in definitiva si getta alle spalle lo spettacolo per imboccare la strada del dibattito, del seminario, del rapporto culturale con il pubblico.

Si è detto, a questo riguardo, che se con l’invito rivolto al polacco e all’italiano (ma anche a Julien Beck, l’animatore del Living Theater) la Biennale voleva verificare a che punto fosse arrivata l’avanguardia teatrale degli anni Sessanta, la constatazione finale è stata che essa ha portato oltre il teatro.

Apocalypsis cum figuris, lo spettacolo che Grotowski allestì nel 1968, a Venezia non è risultato più uno spettacolo, ma un’occasione d’incontro. Il contatto con il pubblico — è stato notato — è profondamente diverso: esso continua, ma all’interno dei “laboratori”, che sono di fatto estranei al teatro. Il lavoro che vi viene eseguito non ha nulla a che vedere con la preparazione dell’attore. Si tratta invece di una “terapia di gruppo” che ha lo scopo di modificare le modalità dei rapporti tra gli individui. Rifiuto del “teatro” o perlomeno del teatro come prodotto da proporre al pubblico, anche per il Living Theater. I critici sono stati concordi nel concludere che l’intento che ha sempre animato il gruppo americano, quello di modificare con il teatro i rapporti sociali, si era radicalizzato. Esso avviene non attraverso un processo di laboratorio, come quello prodotto da Grotowski, ma con un impatto diretto con la realtà delle classi subalterne. “Il teatro diventa in questo modo uno strumento di comunicazione che tende a stimolare l’immaginazione, la quale è indispensabile alla rivoluzione, è stato scritto. Discorso politico, chiaramente politico, quello del “Living” reduce dal lungo travaglio di tutti questi anni: estremamente personale invece e sfumato, quello da Grotowski, che pone in primo luogo la propria proposta anarchica.

Per quanto riguarda più propriamente gli spettacoli, mentre stanno per esaurirsi le repliche di Apocalipsys cum figuris e della trilogia L’eredità di Caino del “Living”, a Venezia si fa il bilancio di quanto la Biennale ha presentato in questi mesi, che è poi quanto di meglio si produce nel mondo in fatto di teatro.

Arianne Mnouchkine, con il Theatre du Soleil, ha portato a Venezia l’Age d’or, uno spettacolo che riscopre e rivaluta il teatro popolare, il suo carattere genuino e festoso.

Più raffinata la ricerca di Andrei Serban, impostata su una nuova vocalità: nei Frammenti di una trilogia, tratti dai testi classici che Serban ha allestito con La Mama repertory company, la comunicazione avviene non attraverso il significato delle parole, simboli e emozioni passano attraverso il puro suono.

Un teatro totale, ottenuto dalla fusione di testo, suono, musiche, coreografie, è il risultato invece a cui è pervenuta Meredith Monk, con la Educazione di una bambina, uno spettacolo pieno di poesia.

Lontano da Venezia, fuori dal palcoscenico costituito dalla città stessa, in contesti ancora vergini per il teatro, hanno operato Eugenio Barba, il suo gruppo danese Odin Teatret, e Giuliano Scabia. Barba ha condotto una sua esperienza di animazione e di “baratto” con una cultura diversa da quella dell’Odin in alcuni paesi del padovano, dove con i suoi attori ha proposto un’azione, stimolando una risposta in termini teatrali.

L’interesse per temi e autori italiani, manifestatosi nelle ultime stagioni teatrali, emerge anche dall’agire di gruppi avanguardistici che, pur servendosene come di puri spunti, mostrano una tendenza a proposte meno evasive nel fare teatrale e confermano l’esistenza di un filone drammaturgico che non potrà che mettere radici sempre più profonde in un prossimo futuro. L’Equipe Teatro quattro, un gruppo romano che lavora al teatro La scacchiera, annuncia che il prossimo lavoro della compagnia, che ha già messo in scena adattamenti da Yarry, Rilke, Kafka e Beckett, sarà tratto da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. È la terza volta, se non sbagliamo, che Pavese viene messo in scena: Franco Interlenghi, teatralizzò Il compagno negli anni ’60 al “Piccolo”, Fabbri Sbragia e Vannucchi Il vizio assurdo due stagioni fa.

Tuttoquotidiano, 27 ottobre 1975