Abbandono, sporcizia, pericoli
Tra via Is Maglias e i quartieri di S.Michele, S.Avendrace e Is Mirrionis una zona di nessuno con unica fonte di illuminazione la luce lunare. Isolati i pochi abitanti. Edilizia abitativa o pubblica? Una sentenza del tribunale amministrativo.
C’è un deserto in mezzo alla città. È quello attraversato in tutta la sua superficie dalla via Is Maglias e compresa tra i quartieri, tutti popolatissimi e assestati urbanisticamente da tempo, di S. Michele, Sant’Avendrace, Is Mirrionis e la zona di viale Merello. Il deserto c’è, ma non tutti ce ne accorgiamo, presi come siamo dalle nostre faccende. Occorre un’attenzione particolare, dare un’occhiata dall’aereo alla zona, ad esempio, per accorgersi della sua esistenza. I contorni del deserto, la sua estensione, il suo andamento, diventano allora nitidi.
Nitidi e agghiaccianti: la zona è infatti completamente abbandonata, sporca, pericolosa.
Abbandono, sporco e pericolo vanno a braccetto, l’uno è la conseguenza dell’altro. E tutte dipendono, a loro volta, dalla scarsa considerazione che le varie amministrazioni, specialmente le prime del dopoguerra hanno riservato ad una zona centralissima ed all’esiguo numero di persone che vi abitano. Sono un centinaio, appollaiate in casette costruite anni fa sullo sperone di quello che era uno dei nove colli di Cagliari. Oggi il colle di Tuvixeddu non c’è più. Ma le famiglie ci sono ancora. Avevano costruito anni fa su regolari licenze date dal Comune in base al piano regolatore vigente. Questo prevedeva nella zona uno sviluppo edilizio di tipo abitativo, con una serie di servizi collegati.
Invece, non solo non sono sorte altre abitazioni, ma nell’ampia radura ricavata dallo scavo abusivo del colle dovrebbero sorgere ora, edifici pubblici (tra cui la Prefettura e la Caserma dei carabinieri) in mezzo a vaste estensioni di verde pubblico.
Essendosi sviluppati solo in parte l’edilizia abitativa e i servizi ad essa collegati, gli abitanti delle case costituenti l’oasi desertica sono esposti da anni a una serie di disagi e pericoli. Nelle immediate vicinanze non ci sono negozi o uffici. Per qualsiasi necessità occorre recarsi in altre parti della città. Non possedendo tutte le famiglie un mezzo di trasporto proprio e transitando l’unico pullman con una frequenza di venti minuti, spesso i pochi abitanti asserragliati sul promontorio desertico sono costretti a procedere a piedi: il che, di sera, è molto pericoloso. È di giorni fa la notizia di una ragazzina di dodici anni sottratta da un professionista alle cattive intenzioni di uno sconosciuto; sempre nella stessa via Is Maglias una signora è stata molestata tempo fa in modo pesante. L’illuminazione, se ci fosse, eviterebbe numerosi di questi pericoli e permetterebbe la visione, di notte, di un suggestivo paesaggio lunare. Nel quale di staglia il “canyon”, la grande profondissima valle, a pareti verticali che si trova all’altezza di Tuvumannu. Il “canyon” è nato come strada necessaria al trasporto del materiale calcareo strappato alla collina dalla Cementeria di Sant’Avendrace (che finalmente si è spostata a Serrenti).
La cementeria se n’è andata ma il “canyon” è rimasto. Se non l’avete visto andate a dargli un’occhiata, ne vale la pena. E già che ci siete guardate pure l’altro “monumento” lasciato dalla cementeria. Il grosso buco profondo otto metri e largo 15 che si trova nell’ampio spiazzo a cui dà una traversa di via Is Maglias. Lì, come sui bordi di tutta la lunga via, gente proveniente da tutti i quartieri viene a depositare immondizie, carcasse di bestie, avanzi di mobili o di frutta marcia rimasta nelle cassette del mercato ortofrutticolo. Condizioni igieniche che possono provocare malattie infettive.
Tutta la zona è un esempio di dove l’uomo possa arrivare nel devastare la natura, se nessuno lo imbriglia. Un’opera che dura da secoli, se è vero che anticamente i due colli, Tuvumannu e Tuvixeddu, tra i quali è incastonato il piccolo nucleo abitato, e la stessa strada, erano saldati tra loro e con il colle di Buoncammino. Prima la strada, poi la rapina graduale delle colline stesse, poi il sorgere della fabbrica di calce, tutt’altro che “ecologica”, infine lo strazio di rendere una zona così centrale e “storica” un autentico, immenso, immondezzaio, un ghetto desertico in cui di notte non si può assolutamente avventurarsi a piedi.
A lasciarlo fare, l’uomo avrebbe scavato ancora, nonostante che vicino ci sia la traccia concreta di quello che può voler dire scavare col metodo “aziendale” delle mine, una casa crollata.
Ma gli abitanti si sono opposti. Qualcosa si è mosso, anche se in ritardo, c’era da far valere anche il nuovo piano particolareggiato approvato dal Comune, che prevede nella zona la completa ristrutturazione di cui abbiamo detto. Questo piano, a sentire gli abitanti, se ha permesso loro di muoversi per far cessare gli scempi sul paesaggio, li ha però anche danneggiati. Il tipo di insediamento previsto, di edilizia pubblica, infatti non risolverebbe per niente i loro problemi. Non di edifici pubblici, popolati da impiegati che abitano altrove essi hanno bisogno, ma di altri edifici privati, che completino l’isolato, lo popolino di cittadini residenti, di negozi e servizi vari.
Alla loro protesta si è aggiunta quella dei proprietari dell’area interessata. Questi, anche per motivi economici (il loro terreno verrebbe espropriato a prezzo molto basso), hanno presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale per la Sardegna contro un provvedimento comunale con il quale il sindaco, l’8 luglio 1974, respingeva una loro domanda, intesa ad ottenere l’autorizzazione alla lottizzazione a scopo residenziale delle loro aree. Il tribunale gli ha dato ragione.
La questione di via Is Maglias si fa quindi ancora più complicata. Occorrerà forse una modifica al piano regolatore. Il che vuol dire anni di tempo. Si lascerà il “deserto” nell’attuale squallore?
Tuttoquotidiano, 5 ottobre 1975
Ora però è proprio il giornale che va a trovare un problema sociale. In città ci si lamenta dell’aumento del prezzo del pane. La gente semplice risolve comprando il pane a minor prezzo, ma si lamenta poi della cattiva qualità. Ecco allora il nostro reporter fare il giro della città, comprare un paio di panini in ogni rivendita, portarli al laboratorio provinciale d’igiene e profilassi per farlo analizzare. Dopo un paio di giorni il risultato: il pane è veramente fatto male. Pubblichiamo una pagina speciale con i risultati delle analisi, vari pareri, e naturalmente il pezzo di cronaca.