Teatro comunale: finire il piccolo prima del grande?

Proposta per un annoso problema

I lavori vanno per le lunghe e potrebbero interrompersi per la nuova crisi finanziaria che si profila.

Nemmeno il mutuo di 400 milioni ottenuto in aprile basterà all’impresa che porta avanti i lavori del nuovo teatro comunale per mettere la parola fine alla costruzione del rustico, a chiudere, cioè, il primo lotto dei lavori.

Il nuovo teatro comunale, come è noto, sta sorgendo tra le vie Cao di San Marco, Bacaredda e Sant’ Alenixedda. L’appalto dei lavori è avvenuto alla fine degli anni Sessanta, l’inizio dei primi scavi, subito interrotti per difficoltà tecniche e studi esecutivi, nel settembre del 1972.

Dopo una pausa di un anno i lavori hanno assunto il ritmo regolare che hanno anche attualmente.

Questo ritmo s’interrompe o diminuisce ogni tanto per difficoltà finanziaria. Vi è stato un momento nel settembre scorso, in cui l’impresa chiuse addirittura il cantiere e mandò a casa gli operai. La crisi venne poi superata, il Comune fece un altro sforzo finanziario e i lavori ripresero.

L’opera è imponente. Il suo costo, a lavori ultimati, sarà dell’ordine di alcuni miliardi.

L’imminenza di una nuova crisi che potrebbe portare ad un nuovo arresto dei lavori, deve indurre quindi tutti i responsabili ad approfondire il problema e a cercare delle soluzioni, dato che la non ultimazione dell’opera avrebbe conseguenze gravissime che tutti possiamo immaginare.

Il teatro sta sorgendo nell’isolamento e nell’estraneità al tessuto cittadino. Ad attendere con impazienza la fine dell’opera, ad interessarsi alle sue caratteristiche, sono in città soltanto gli “addetti ai lavori”: l’Ente lirico, la Cooperativa Teatro Sardegna, altri organismi che operano nel campo dello spettacolo. Tutto il resto della città si può dire che assista distratta e apatica al sorgere di questo edificio, che si presenta non solo come un’imponente opera architettonica, ma anche come un problema: quale destinazione, quale ruolo nel rilancio culturale dell’isola.

Questa apatia non è casuale. Il disinteresse culturale del cittadino cagliaritano, la sua ritrosia a mischiarsi e partecipare attivamente alle varie iniziative che ogni tanto animano la città, ha radici storiche, deriva soprattutto da quella filosofia del “chi me lo fa fare”, del “tanto, di cultura non si campa”, di cui la classe politica al potere nei trent’anni del dopoguerra ha impregnato la fase della ricostruzione e del decollo economico di Cagliari. Se è vero che gli amministratori avrebbero bisogno di essere essi stessi sollecitati da spinte culturali che vengano dal basso, è ugualmente, e maggiormente, vero che compito principale dell’amministratore è proprio quello di promuovere questi fermenti là dove essi mancano. In numerose città italiane il Comune svolge un’azione di intrapresa culturale, di avvio di certe iniziative che poi lascia ad altri proseguire. Nulla di tutto ciò accade a Cagliari da trent’anni. Accade poi, fortunatamente, che le strutture, che dovrebbero essere vivificate dal soffio sollecitatore del Comune, vengano perlomeno costruite. Cagliari offre decisamente questo aspetto contraddittorio: accanto a scuole, ospedali e, nel caso nostro, teatri, che non vengono fatti, vi sono scuole ospedali teatri che vengono fatti: fatti, però, come dire, con la mano sinistra: fatti, e poi abbandonati a se stessi.

Con tale spirito è nato e sta andando avanti una struttura tanto importante come il nuovo teatro comunale. Poche città, in effetti possono vantare un edificio così articolato, moderno, funzionale. La nostra amministrazione è stata capace di porvi mano, anche se proprio il criterio generale che vi sta alla base, cioè la sua grandiosità, rivela un difetto di fondo nella politica culturale del comune di cui il teatro dovrebbe essere espressione.

Abbiamo il teatro, quindi, ma quando sarà finito nessuno saprà cosa farne, né vi saranno i quadri tecnici, artistici e organizzativo-promozionali capaci di farlo funzionare. Chiameremo anche qui, i “continentali”?

Ma il guaio grosso, e qui chiudiamo la parentesi e torniamo da dove eravamo partiti, è che la stessa ultimazione del teatro è un punto interrogativo. Dopo i circa due miliardi impiegati, il Comune ha ripetutamente fatto sapere che non può più finanziare l’opera; e ha chiesto aiuto alla Regione. Ma da viale Trento nessun segnale si è levato. Al teatro manca forse il “padrino politico”?

La proposta che facciamo tende, non diciamo a trovare un “padrino” al teatro, quanto a risvegliare un interesse politico in tutta la classe dirigente, e a stimolare i settori culturali e artistici della città.

L’edificio in costruzione, in quella che con molto ottimismo ci ostiniamo a individuare come la futura “cittadella della musica e del teatro”, comprende, oltre al grande teatro per circa duemila persone, un teatrino da 250 posti. Questo è già finito nella sua parte muraria, compresa la copertura. Per renderlo agibile occorrono solo gli impianti idrico, elettrico, e di riscaldamento e per le rifiniture 350 milioni circa. Nessun altro impedimento vi sarebbe, essendo il teatrino autosufficiente per i servizi e indipendente per le entrate e le uscite. Se il Comune fosse d’accordo il teatrino potrebbe essere inaugurato alla fine della prossima estate.

Perché facciamo questa proposta? Perché pensiamo che giunti a questo punto il teatro debba, da una parte, diventare un’istituzione sostenuta dalla stessa popolazione: e niente ci sembra più adatto di un sollecito inizio di attività; dall’altra, essere finalmente appoggiato, oltre che dall’amministrazione comunale (soprattutto il vice sindaco Ferrara vi si è prodigato non poco), da quella regionale: e questa può più facilmente intervenire se la cosa si fa concreta e pressante, sentita come un bene comune da tutta la popolazione. Ci sembra indispensabile, insomma, che il compenso allo scarso interesse esterno verso il teatro venga proprio dall’interno del teatro stesso, da un piccolo nucleo che cominci ad agire dal di dentro con la capacità di contagiare entusiasmo che è tipica delle attività artistiche che nei teatri si producono.

L’intervento della Regione è indispensabile su un piano più generale, naturalmente. L’opera va terminata tutta e presto, e sappiamo che i costi sono molto elevati. Da conti approssimativi occorre un miliardo circa per terminare tutto il rustico del teatro e rendere agibile il teatrino. Ecco un’occasione, ci sembra, per il Comune, di far andare avanti le cose senza spendere un soldo: la decisione farebbe muovere altre forze, interesserebbe settori più vasti, il teatro si potrebbe finire.

Crediamo che molti dei nuovi consiglieri concordino nel proposito di assegnare molto più spesso d’ora in poi al Comune il ruolo di promotore e organizzatore di cultura e non solo di ente meramente finanziatore.     

Tuttoquotidiano, 7 agosto 1975