Danza, canto, folclore

Convegno internazionale a Nuoro

Sottolineati i pericoli del revival del canto e delle tradizioni popolari

NUORO, 26 – Si è concluso oggi, dopo tre giorni di intensi lavori, il convegno internazionale di studi coreutico-musicali sardi, promosso da un gruppo di intellettuali nuoresi facenti capo a Raffaello Marchi e organizzato e finanziato dal Consorzio provinciale per l’incremento e la diffusione della cultura, dalla Fondazione Pro famiglie vittime della strada “P. G. Sanna” e dal gruppo “Amici del folclore”.

La terza giornata dei lavori è stata coronata da una manifestazione folcloristica svoltasi allo stadio comunale è che ha visto la partecipazione di numerosi complessi, rappresentanti, oltre che la cultura folclorica sarda (e nuorese in particolare), quella di altri paesi.

L’andamento dei lavori del convegno, seguiti da un attento, anche se non numerosissimo pubblico (e disertati, secondo un deplorevole malcostume, dalle autorità), è stato vivace, gli interventi generalmente densi di spunti e notizie interessanti, così che il dibattito è risultato avvincente. Partecipavano studiosi sardi, accademici e no, del folclore musicale e delle tradizioni popolari, nonché valenti rappresentanti della penisola e stranieri delle medesime discipline.

Un avvenimento senz’altro da ascrivere alle poche note positive che la dinamica culturale isolana riesce a registrare; un avvenimento che non poteva cadere in un momento più propizio dell’attuale, in cui il ritorno alle tradizioni locali è fenomeno sempre più vasto e sentito, spia del bisogno di ritrovare radici e identità in un’esistenza sempre più alienata e dispersiva.

Tendenza che diventa necessità vitale e quasi l’ultima speranza, nella Sardegna reduce dalle illusioni frustrate della “rinascita”, dopo i secoli bui della sottomissione. Anche in questo convegno la Sardegna è sembrata cercare la propria storia, la propria cultura, prima di intraprendere un altro viaggio verso la speranza.

Sui pericoli di questo recupero delle tradizioni popolari ha messo in guardia, nella relazione introduttiva, dal titolo “Dinamiche di produzione, trasmissione, fruizione del canto sardo”, Clara Gallini, docente di etnologia e storia delle religioni all’Università di Cagliari.

Dietro il prospero revival attuale del canto popolare, ha detto in sostanza la relatrice, c’è spesso la pretesa beffarda del sistema di voler fare il monumento a quella stessa civiltà legata all’economia agro-pastorale che esso sistema ha ucciso. Il folclore — ha detto la Gallini — si può recuperare solo in chiave scientifica e non certo attraverso strumenti legati nella loro attuazione storica alla legge del profitto. L’etnologa sarda ha dimostrato come produzione, trasmissione e fruizione del canto sardo coincidessero nelle passate generazioni, per l’assenza di un rigido rapporto tra produttore e consumatore, tra improvvisatore e ascoltatore; ruoli che infatti erano interscambiabili. “Questo non vuol dire — afferma la Gallini — che vi siano stati periodi in cui il popolo sia stato libero idilliacamente di inventare le proprie espressioni poetiche e canore. Non credo alla genuinità — prosegue — da sempre le forme di produzione e le strutture economiche hanno condizionato la produzione artistica.

Il convegno — presieduto da Raffaello Marchi — si era aperto giovedì 24 con il saluto della città, espresso, a nome del sindaco, dall’assessore alla P. I. Francesco Maxia. Erano seguiti gli auguri di buon lavoro formulati dal presidente del Consorzio culturale Vittorio Secci e dal presidente della Fondazione Ezechiele Sanna (che parlava anche a nome degli “Amici del folclore”).  Dopo la relazione introduttiva hanno via via preso la parola Diego Carpitella, Maria Giacobbe Hader, Mario Atzori, Marilena Cannas, Pietro Sassu, Paola Atzeni, lo studioso danese Gustav Nenningsen, Stefania Testa, Leonardo Sole, Gabriella Satta, Giovanni Lilliu, Antonio Sanna, Michelangelo Pira, Gerolamo Sotgiu, Ignazio Delogu, Carlo Rossetti. Ha chiuso ufficialmente i lavori Raffaello Marchi. “Mancano i politici — ha detto — ma noi speriamo nei tempi nuovi”.

Tuttoquotidiano, 27 luglio 1975