Un problema sociale di enorme gravità
Per lo più sono famiglie numerose che vivono ammucchiate in scantinati, grotte, ripostigli, locali umidi e pieni di animali. L’Istituto case popolari può offrire solo 450 case. Ma nemmeno queste famiglie privilegiate saranno soddisfatte: il Comune non ha ancora portato nei nuovi rioni popolari luce e fognature.
Le famiglie cagliaritane che vivono in condizioni drammatiche, che vivono, cioè, in grotte, scantinati, ripostigli, locali umidi, antiigienici, sovraffollati sono circa 4.200. Anche se la consistenza numerica contrasta in un primo momento con la nozione riduttiva che il cittadino ha di questo grave problema sociale (sembra un caso isolato quello del tale che protesta perché sfrattato o perché costretto in condizioni inumane), le cose stanno proprio così: sono dalle venti alle venticinque mila le persone che vivono in quelle condizioni, che sono, a dir poco, drammatiche.
A fornirci questi dati è il consigliere nazionale del Sunia-Sindacato unitario nazionale inquilini e assegnatari, Teo Casanova. Il Sunia non è un sindacato vero e proprio; sorto sotto la spinta della Cgil e dei partiti di sinistra (attualmente chiede la collaborazione di un più ampio arco di forze sindacali e politiche) garantisce però ugualmente una difesa dell’inquilinato, essendo riconosciuto per questa funzione dalla legge.
Quattromiladuecento sono le domande avanzate da altrettante famiglie cagliaritane all’Iacp, Istituto autonomo per le case popolari. A tale istituto fanno domanda le famiglie che vivono in locali inadatti o per scarso reddito o per antiigienicità degli ambienti o per sovraffollamento o per condizione sociale particolare (emigrati, disoccupati, pensionati, profughi, etc..).
Il dramma di queste famiglie è l’impossibilità da parte dell’Istituto di soddisfare tutte le richieste. L’offerta, infatti, è di appena 450 case, il numero di alloggi popolari, cioè, che l’Iacp sta costruendo (al primo bando di 228 si è aggiunto il secondo di 162 del 6 giugno scorso).
Per precisare meglio la collocazione sociale, veramente la più umile, delle famiglie che dividono l’esistenza tra la sofferta ed esasperante attesa di una casa decente e i gravi disagi degli insalubri locali in cui vivono, aggiungeremo che non stiamo parlando, qui, di tutte quelle famiglie che hanno ugualmente bisogno di una casa per i più vari motivi, non ultimo quello di sfuggire ad affitti proibitivi, e che cercano di procurarsela costituendo cooperative (12.000 domande nella sola Cagliari) o aggrappandosi ad altre possibilità. Stiamo parlando di gente disperata, emarginata dal consesso civile, in condizioni di miseria o semi miseria con una montagna di figli addosso, come tutti i poveri. Gente che dorme in tre o in quattro in un buco di due metri per due metri, in assoluta promiscuità, con la paura che i figli siano punti, o morsi di notte dagli animali più vari. È gente cui lo stesso Comune, tramite il certificato dell’ufficiale sanitario, riconosce le disagiate condizioni in cui vive (certificato che gli interessati esibiscono all’Iacp per avere la casa).
Chiediamo al consigliere nazionale del Sunia che possibilità abbiano queste 4.200 famiglie di avere la casa.
«Molto poche — risponde — Le case nuove disponibili per loro sono scarse, le leggi sono insufficienti, e quando ci sono poco e male attuate. Vanno avanti solo i casi più disperati, quelli che riescono a raggiungere un punteggio di 15 – 20 punti. Gli altri, anche se la loro condizione è ugualmente drammatica, devono aspettare. Quanto? Non si può sapere di preciso. Certamente molto, perché anche in questi casi la burocrazia è lentissima. Oggi, anche se l’Istituto, ad esempio, volesse consegnare delle case, subentrerebbe ad allungare i tempi la disorganizzazione comunale, che non ha provveduto a portare nelle zone interessate, a Mulinu Becciu, le opere di primaria urbanizzazione: luce, fognature, etc..».
Chiediamo quale sollievo abbia portato a questo problema la notizia dei 36 miliardi concessi alla Regione sarda per l’edilizia residenziale: «Questi 36 miliardi sono un punto interrogativo — risponde il signor Casanova — solo una parte comunque andrà all’Iacp: il resto andrà ai centri storici, alle cooperative, alle imprese private. La presenza di queste ultime e dei privati crea gravissime perplessità: possono mettere anche in questa faccenda la loro tradizionale forza d’urto».
Per documentare meglio il discorso che abbiamo cominciato sul problema delle case popolari da dare ai cagliaritani che vivono in condizioni inumane, siamo andate a trovare una delle 4.200 famiglie interessate: la famiglia Erriu di Monserrato, che abita al numero 14 del vico terzo Giulio Cesare.
Il capofamiglia Angelo lavora alle Saline ma quello che guadagna basta a malapena a far mangiare e vestire moglie e dieci figli, il primo dei quali ha tredici anni e l’ultimo sette mesi. Non può assolutamente permettersi di pagare l’affitto di una casa “normale”, decorosa, nemmeno di una sola stanza e servizi.
In tali dimensioni la sua famiglia può vivere solo dove abita attualmente: in una catapecchia, in quella che lo stesso certificato dell’ufficiale sanitario, come dice il signor Erriu, definisce una “baracca”, e dove comunque pagava (ora non può pagare più nemmeno quelle) 18.000 lire mensili.
La “casa” della famiglia consiste infatti in una stanza: una stanza che ha una finestra e due porte, una d’entrata e una che la divide da un’altra senza finestre e che quindi non può ritenersi assolutamente un vano abitabile. La cucina e il servizio sono da un’altra parte, ad alcuni metri, nel cortile.
Nello stesso cortile, c’è la vasca dove si lavano, nel cortile devono passare per andare nel gabinetto. Questo non ha porta, il tetto e un muro sono cadenti; è quindi impraticabile, serve soltanto come deposito rifiuti, con l’aggravante che lo scarico è otturato. Oltre alla mancanza d’igiene, c’è il fattore sicurezza che preoccupa non poco. Il muro cadente è tenuto su solo da una fune applicata dal padrone di casa.
La cucina come dicevamo è disposta anch’essa nel cortile: un vano piccolissimo addossato al gabinetto dove mangiano a turno perché non ci stanno e perché non hanno sedie sufficienti.
Dentro la stanza le condizioni sono ancora peggiori. La promiscuità raggiunge livelli bestiali (dodici persone in pochi metri quadri), una grande umidità impregna tutto e imbratta i muri di un nero sconfortante, d’inverno il freddo tocca punte insopportabili.
E in questa casa malsana, in cui piove, che ha una sola finestra, dove i bambini del signor Erriu sono malvisti dai vicini che cercano di non farli giocare nel vicolo perché disturbano troppo, la famiglia vive da cinque anni.
Tuttoquotidiano, 15 giugno 1975