Un teatro che manca

Concluso il convegno di Palmi.

Acceso dibattito su strutture teatrali necessarie allo sviluppo e riscoperta delle tradizioni popolari come fonte d’ispirazione.

Palmi, (Reggio C.)

Un ampio e vivace dibattito si è sviluppato dopo le tre relazioni introduttive del convegno. Purtroppo, però, la produttività immediata è stata inficiata da alcune contraddizioni insiste nell’organizzazione del convegno stesso, tra cui principalmente l’aver voluto unire il problema delle strutture teatrali da creare nel Meridione a quello di uno dei tanti presupposti culturali su cui tale teatro dovrebbe poggiare, cioè la riscoperta delle tradizioni teatrali popolari da usare per un teatro “diverso”, “altro” rispetto al teatro tradizionale. L’ansia di purezza, di ritorno ad un prodotto genuino perché profondamente radicato nel tessuto sociale locale, ha finito così per appannare l’analisi dei possibili strumenti operativi con cui fare emergere tale nuovo teatro.

È stata questa una contraddizione dalla quale il convegno non è potuto uscire, nonostante più d’uno degli intervenuti l’abbia fatto notare.

Un’altra contraddizione è stata quella di aver voluto affrontare il discorso sulle strutture senza avere ben chiaro prima il quadro delle forze teatrali operative esistenti nel Meridione. A questo riguardo, la “mappa” offerta ai convegnisti è stata davvero insufficiente. Tutto ciò ha fatto stagnare per un po’ di tempo il dibattito attorno ai due poli rappresentati dagli interventi di Giorgio Guazzotti, promotore-organizzatore del Teatro insieme, che opera nel circuito dell’Ater, e di Mario Raimondo, critico teatrale e responsabile dei programmi sperimentali Rai-Tv.

Nel suo intervento, Guazzotti aveva tracciato le linee di uno sviluppo del teatro nel Mezzogiorno che tenesse conto dei risultati raggiunti dal migliore teatro italiano d’oggi, quello del teatro regionale toscano, emiliano e lombardo: strutture quali i circuiti, l’impostazione professionistica, gli aiuti ministeriali, i rapporti con gli Stabili, il reperimento di sale, potevano essere filtrate dalle esigenze locali e messe al servizio di un teatro meridionale.

Raimondo aveva posto l’accento invece, mediando le istanze culturali poste ieri da De Castris, Lombardi-Satriani e Buttitta, sulle condizioni socioculturali nel cui quadro può muoversi una nuova attenzione al fenomeno teatrale delle regioni meridionali. «Il processo di sviluppo delle strutture teatrali nel nostro paese – ha detto Raimondo – deve avvenire non su modelli prefigurati o precostituiti, ma attraverso la libera scelta e l’autonoma presa di coscienza delle comunità interessate».

Molto interessante, dopo la testimonianza di ieri sul teatro di Montichiello, quella resa oggi dai rappresentanti del gruppo leccese Oistros, che hanno raccontato il modo davvero originale e corretto in cui il loro teatro si innesta nella comunità emarginata di Lecce e della sua provincia.

Scalercio, rappresentante del consorzio teatrale calabro e dell’ARCI regionale, ha quindi affermato che gli operatori culturali devono farsi mediatori della necessità di un teatro che sia strumento di emancipazione per il popolo, strumento che il popolo non si può dare da solo.

Per quanto riguarda la minaccia di “invasione” nel sud da parte di organismi di circuito molto forti, quali l’ETI (Ente teatrale italiano), minaccia serpeggiata al convegno come un fantasma incombente, Scalercio ha detto: «Collaboreremo senza nessun problema con l’ETI e con l’AGIS purché questi organismi si “facciano usare” in modo democratico».

Hanno preso la parola nel dibattito anche il sen. Arginoffi Raber, che ha lamentato l’assenza dal convegno, così come era stato fatto da altri interventi, di rappresentanti della Regione e della Provincia e di altri esponenti politici locali. Quindi hanno preso la parola il critico teatrale Ghigo De Chiara dell’Avanti, che ha auspicato una circolazione anche nel sud del “grande teatro” fatto dai migliori registi italiani, Ruggero Jacobbi direttore dell’Accademia d’arte drammatica che ha posto l’accento sul problema della formazione dell’attore nel sud, lo scrittore Fortunato Seminava che ha lamentato la scarsa attenzione degli operatori teatrali soprattutto giovanili per le espressioni letterarie del sud e degli scrittori viventi, il procuratore della repubblica di Messina Di Giacomo, vari critici, fra cui Doplicher, di Sipario, Libertini dell’Osservatore Romano, Callari e Pani di giornali siciliani e calabresi, Bertani dell’Avvenire di Milano, Boggio dell’Avanti, rappresentanti dell’ETI e dell’AGIS e vari rappresentanti di gruppi e operatori teatrali, fra cui Anna Maria Cascetta, Rina Durante, Rosanna Gasparro, Vito Teti, il sottoscritto nella sua qualità di presidente della Cooperativa Teatro di Sardegna e numerosi altri.

Il convegno si è quindi concluso nella tarda mattinata con la presentazione e l’approvazione di due mozioni. La prima firmata da Mario Raimondo tenta di conciliare le diverse tendenze affiorate nel corso del convegno fra gli stessi membri all’organizzazione dei critici, l’altra, firmata dall’intellettuale Leone De Castris e da Egidio Pani, ha posto il problema dell’impulso da dare alle strutture teatrali nel Meridione. Queste due mozioni sono rimaste separate, ed è questo un punto di particolare rilievo da sottolineare, significa l’estrema apertura che il convegno ha voluto mantenere anche avviandosi alla chiusura, nel presupposto che i temi affiorati al convegno verranno ripresi nei prossimi mesi. A riguardo è stato annunciato che i problemi dibattuti a Palmi saranno oggetto dell’imminente convegno a Chianciano dell’associazione dei critici.

Tuttoquotidiano, 12 maggio 1975

Restiamo nel teatro nazionale. Il reporter questa volta è inviato alla sezione Teatro della Biennale di Venezia per un consuntivo delle esperienze d’avanguardia e a Prato per la presentazione di una legge sul teatro da parte del Pci.