Ritorno al folclore

Per un teatro nel Meridione

Palmi, Reggio Calabria
Parmigiana di zucchine, pasta e melanzane: la cucina calabra è squisita, anche se pizzica un po’ la lingua. Scampati ai primi assaggi che non abbiamo rifiutato per una misteriosa sfida che questa terra sollecita, scampati ai peperoncini e all’aglio rosolato che s’annidano in ogni pietanza e che risparmiano solo la frutta, ci accingiamo a condensare le linee principali delle tre relazioni culturali che hanno introdotto il convegno. Compito non facile, sia per la loro ampiezza sia per la perigliosità (anche qui comunque sollecitante) degli argomenti.

Il convegno è molto vivace e prende a macinare ad un buon ritmo i propri argomenti. Sono giunti altri critici e uomini di teatro, fra cui lo scrittore calabro Seminara, Mario Giusetti, direttore del teatro stabile di Catania, Ottavio Spadaro, presidente dell’istituto del Dramma Italiano, Ruggero Jacobbi, direttore dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, il senatore comunista calabro Argiroffi Rader, il critico di Sipario Fabio Doplicher, esponenti del gruppo teatrale Oistros di Lecce e numerosi altri.

“Il mondo meridionale è estremamente ricco di suggestioni e di temi, spesso dialettali, di grande interesse per la loro originalità – ha esordito Leone De Castris, esperto in studi sull’arte nel sud — ma esso non si realizza mai con un apporto alla cultura nazionale”. Facendo un esame degli apporti culturali dal sud dall’Unità in poi, De Castris ha concluso che, se questi apporti sono stati rari, è dovuto ad una “resistenza” antiunitaria del Meridione deluso.

L’unico momento di “non rottura”, il caso di Eduardo De Filippo. Anche oggi — ha sottolineato lo studioso — il tentativo di ricreare il tessuto unitario avviene a livello politico e non di massa. De Castris ha quindi posto il problema dello spontaneismo artistico in provincia, un fenomeno che rischia sempre l’emarginazione o l’integrazione, il populismo o la falsa spiritualità, oppure la parzialità elitaria di tipo politico. “Occorre — ha concluso De Castris — evitare sia il teatro del partito sia il partito del teatro”.

“Teatro per chi, e quindi quale teatro?”, si chiede il docente di storia delle tradizioni popolari dell’Università di Messina Luigi Lombardi Satriani, 39 anni, nativo di un paesino della Calabria, che ha insegnato nei dipartimenti di sociologia di alcune università americane, e che è autore di numerose pubblicazioni, tra cui la recente “Menzogna e verità nella cultura contadina del sud” edito da Guida: “Si può credere nel folklore — dice Lombardi Satriani — e ritenere che sia sufficiente dare alle vecchie operazioni teatrali colonialistiche una verniciatura folcloristica per avere una saldatura effettiva tra due fasce culturali tra loro diversissime o ritenere che un nuovo contenuto (magari di tipo ‘sperimentale’ o ‘progressista’) possa passare indenne nelle vecchie forme folcloristiche, degradate così a contenitori o a cavalli di troia”.

“Fare teatro in meridione — prosegue lo studioso di antropologia culturale — ha un senso solo se questo teatro si inserisce su un atteggiamento di effettiva problematizzazione dello spessore culturale degli strati sociali cui intendiamo rivolgerci. Il termine cultura resta una astrazione inerte, se non viene rapportato alla stratificazione sociale che è sempre multiforme e varia. In quale collocazione vogliamo mettere l’interlocutore del nostro teatro meridionale? Rispondo: in una collocazione di classe. Teatro per il Meridione, in questa prospettiva, è teatro per le classi subalterne meridionali”.

Dopo aver osservato che conseguentemente la cultura di tali classi, la cultura folclorica diviene oggetto principale di indagine, in quanto condizione preliminare per una azione culturale che intenda svolgere realmente la sua efficacia, Lombardi Satriani si è tuffato in una lunga serie di considerazioni sulla drammatica situazione della cultura folclorica, che hanno arricchito il convegno di preziose indicazioni sulla problematizzazione dell’ambito di questa cultura, dei suoi meccanismi espliciti e latenti, delle sue funzioni. Lo studioso ha anche illustrato certi risultati parziali ai quali è pervenuta una equipe da lui diretta, che sta conducendo per conto del Centro per lo studio delle tradizioni popolari di Napoli, sotto gli auspici del Centro nazionale per le ricerche e con la collaborazione del settore programmi sperimentali della Rai.

Secondo Antonio Buttitta, 42 anni, siciliano, figlio di Ignazio, insegnante di etnologia all’università di Palermo, direttore della rivista di studi etnologici Uomo e cultura, il teatro meridionale non può che legarsi strettamente alle proprie radici culturali e rielaborarle nei modi che gli sono peculiari. Per farlo però deve guardarsi da un pericolo che si è già rivelato a proposito del fenomeno che va sotto il nome di folk music revival, quel fenomeno cioè, di per sé positivo, che cerca di sottrarre la società contemporaneamente dal destino assegnatole dal sistema capitalistico, di doversi trasformare grazie alla droga del comunismo, in una “colonia” di animali inferiori immersa nell’oblio del proprio passato, e per farlo ripresenta e attualizza i modi melodici tradizionali con tutta la carica dirompente e contestativa che avevano al loro nascere.

Il pericolo è quello — dice Buttitta — che i prodotti della cultura popolare, percepiti soltanto a livello delle loro strutture apparenti, vengano ricondotti e costretti, come sta già succedendo, in schemi di forma e sostanza borghesi; e che, trasferendo i prodotti culturali a livello sociale se ne cambi radicalmente il senso, in termini di evasione, dando luogo ad uno dei più grossi fenomeni di alterazione e mistificazione che la storia della cultura abbia registrato. La stessa cosa può avvenire per il teatro popolare.

Il convegno proseguirà domani. Ora ci attendono degli “spaghetti alla puttanesca”.

Tuttoquotidiano, 11 maggio 1975