Rispondono alcune femministe sarde. Esigenza di verificare la «specificità» della condizione di donna. Perché il maschio è restio ad appoggiare la lotta femminista.
Femminismo. Se ne parla ormai dappertutto. Dapprima era considerata una stravaganza, una moda. Oggi è diventato un interrogativo inquietante, che scava una sua strada fatta di dubbi e riconsiderazioni dentro chiunque sia passato dall’attenzione distratta all’esame appena un po’ approfondito del problema.
Femminismo è fondamentalmente liberazione della donna, dicono le esponenti del loro movimento. Liberazione dallo sfruttamento economico, psicologico, sessuale. Femminismo è l’analisi del ruolo avuto dalla donna nella storia. Femminismo è la richiesta di socializzazione dei servizi che oggi gravano prevalentemente sulla donna sotto forma del cosiddetto “lavoro domestico”, femminismo è la rivendicazione di asili nido e scuole materne finanziate dallo Stato. Femminismo è anche contestazione di quelle norme del nostro ordinamento giuridico che sanciscono la discriminazione dei sessi. Femminismo è il diritto delle donne di disporre del proprio corpo, è la richiesta di un’informazione di massa sui mezzi anticoncezionali e della liberalizzazione dell’aborto.
Femminismo e tutto ciò. Ma è anche molto altro. Oppure tutto ciò ma spiegato, analizzato, con ben altra organicità di quella consentita ad un articolo giornalistico. Sul pericolo della banalizzazione, amica della strumentalizzazione e del discredito sul movimento, hanno spesso insistito le esponenti cagliaritane del movimento da noi intervistate.
Proprio perché argomento da recuperare ad un certo uso banalizzante che ne stanno facendo i rotocalchi, proponiamo il femminismo ai nostri lettori nella forma che ci sembra più umile e onesta: cedendo la parola alle protagoniste di questa lotta, fornendo accanto una prima sommaria bibliografia, dando appuntamento per le necessarie tappe successive del discorso che cominciamo.
I collettivi femministi sono numerosi in Sardegna. Nei prossimi interventi cercheremo di fornire un censimento e di conoscerne i problemi, che senz’altro (pensiamo ai gruppi dell’Interno) presenteranno caratteristiche peculiari interessanti.
Due operano a Cagliari: “Collettivo femminista” e “Ricerca femminista”. È ad alcune militanti di questi due collettivi che abbiamo rivolto le prime domande.
1. Prima di tutto, la domanda fondamentale: che cos’è il femminismo?
R. Il femminismo è un movimento politico che partendo dalla constatazione della subordinazione e dello sfruttamento della donna all’interno della nostra società, prodottasi attraverso diverse fasi storiche, lotta contro la divisione del lavoro e la divisione dei compiti tra i sessi, che è una delle tante forme di sfruttamento: contro la divisione tra la sfera pubblica della vita — il lavoro, la produzione — e quella privata, ciò che si fa nella propria casa, la famiglia, la “produzione” dei figli.
2. Più in particolare, quali sono gli scopi del femminismo, da che cosa si vogliono liberare le donne?
R. Lo scopo del femminismo è quello di contribuire, attraverso la liberazione delle donne, al mutamento della nostra società. Infatti, noi partiamo dalla contrapposizione pubblico-privato per svilupparla attraverso una nostra presa di coscienza, e inserirci, a pieno titolo, nella lotta contro le forze che perpetuano in questa società la nostra condizione di subordinazione. Siamo consapevoli che questo momento specifico di analisi è sicuramente parziale ma sappiamo anche che è necessario per una presa di coscienza delle donne, perché in questo modo arricchiamo un più vasto movimento di lotta dentro il quale ci riconosciamo perché sappiamo che le contraddizioni tra i sessi potranno essere risolte solo con un mutamento radicale della società in cui viviamo.
3. Si parla di autonomia del movimento femminista. Che cosa significa per il movimento organizzarsi in forme autonome?
R. Esiste da parte del movimento femminista l’esigenza di chiarire il significato dell’autonomia del movimento rispetto alle organizzazioni della sinistra di cui peraltro ci sentiamo parte. Avvertiamo infatti l’esigenza di verificare, con le donne che vivono sulla loro pelle la subordinazione, la «specificità» della nostra condizione. Da ciò nasce l’esigenza fondamentale di organizzarci in movimenti autonomi, sia di analisi della nostra condizione, sia di lotta.
4. E che cosa significa autonomia nei confronti del rapporto uomo-donna?
R. La nostra lotta scaturisce dal convincimento che viviamo in una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma anche sulla subordinazione della donna all’uomo: all’interno di questa società si è consolidata l’ideologia del privilegio maschile. Pertanto la nostra lotta è antimaschile nella misura in cui il maschio è portatore di questa ideologia e accetta di essere lo strumento della nostra subordinazione e oppressione. Intendiamo portare avanti, in sostanza, una lotta contro i ruoli che nascono da un’imposizione della società, una società alla quale questa divisione fa comodo e che, attribuendo certi privilegi al maschio, fa sì che il maschio sia anche quello più restio ad appoggiare la nostra lotta.
5. Che importanza ha avuto il recente convegno svoltosi a Cagliari sui problemi della donna? R. Il convegno è stato un momento di incontro molto interessante e stimolante perché ha coinvolto, nei suoi tre gruppi di studio, molte donne che finora non avevano avuto lo spazio per discutere i loro problemi. Il compito che ci attende ora è quello di un approfondimento dei temi che sono emersi da questa discussione allargata.
Tuttoquotidiano, 22 aprile 1975