Processo del lavoro in agonia

Quattro giudici per 3.500 cause

Mancano gli strumenti materiali e umani e ciò rende vana la volontà riformatrice del legislatore.

Due stanzoni adattati ad uffici, uno dei quali quasi inservibile perché buio, due sole macchine per scrivere e per di più poco funzionanti, mobili che sono dei residuati di altri uffici, impianti elettrici di fortuna messi in opera da personale volenteroso, che ha anche provveduto ad acquistare di tasca propria parte del materiale, una copiatrice a spirito a funzionamento manuale, assenza di telefono. Questa, a un anno e mezzo circa dall’entrata in vigore della legge sul processo del lavoro, la dotazione degli appositi uffici giudiziari di Cagliari. La dotazione umana non è molto più ricca: quattro giudici (Mura, Incano, Canepa, Maxia), due cancellieri (Nesta, Sario) sei dattilografe. A settembre dello scorso anno i giudici erano due, cancelliere uno.

Frattanto, tremila cause attendono d’essere discusse. Ciascuna attenderà un periodo di circa dieci mesi, mentre la legge stabilisce un termine di due mesi. Ecco perché si parla di fallimento della legge sui processi del lavoro, che di quel termine ravvicinato faceva il suo cavallo di battaglia.

Quando fu fatta nel ’73, suscitò molti entusiasmi. “Non solo veniva ad offrire uno strumento particolare ed agile per cause che hanno assoluta necessità di risolversi in tempi brevi — ci dice il giovane avvocato Pietro Muggiano — ma apriva la grande speranza che i suoi criteri di modernità e di agilità si propagassero a tutto il corpo procedurale civile. Oggi, si sa, le nostre cause civili durano anche decenni. La legge sul processo del lavoro, con i suoi termini brevi, si offriva come parametro da imitare, come fatto nuovo che poteva trainarsi dietro tutto un processo di rinnovamento del nostro ordinamento processuale. Il fallimento della legge sul processo di lavoro significherebbe il naufragio di tutte quelle speranze”.

La legge 11 agosto 1973 n. 533 riguarda la “disciplina delle controversie individuali di lavoro e delle controversie in materia di previdenza e di assistenza obbligatorie”.

Tra i suoi scopi, quello principale di isolare le cause di lavoro dal resto del contenzioso per risolverle celermente, dati gli interessi particolari che difendono. Il viaggio verso l’approvazione della legge è stato lento e laborioso. “Il nostro è un sistema confuso e caotico: chi cerca di chiarirlo e di sveltirlo, è male accolto da chi ha tutto l’interesse che nulla si muova”, ci dice un cancelliere incontrato al palazzo di giustizia di piazza Repubblica.

Se ne cominciò a parlare agli inizi della quarta legislatura del 1963, fu riproposta nel 1968 con un altro disegno di legge, e si è conclusa infine nel 1973. Ci sono volute tre legislature. Dopo innumerevoli rinvii e tentativi d’insabbiamento, pressioni tendenti a snaturarla e privarla del suo contenuto innovativo, si è risolto anche il problema della dotazione finanziaria: da 5 miliardi, a due, infine a uno, assolutamente insufficiente. Non si può dire che si accordino con questo risultato le dichiarazioni del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 1974: “Questa riforma costituisce un’opera di grande progresso e di alta civiltà, un segno di elevato livello civile e morale del nostro Paese”.

La legge è molto opportuna e incisiva, abbiamo detto. Risponde a esigenze autentiche e diffuse. Ogni anno, da quando è nata (prima, le relative cause erano di competenza del tribunale, e ne restano circa 10.000 ancora da trattare in quella sede), sono in 3.500 a recarsi in pretura per chiedere quella risoluzione rapida di controversie di lavoro che la legge garantisce. Nel 1974 la sezione lavoro della Pretura ha emesso 500 sentenze; nei primi mesi di quest’anno sono già 276. La sezione lavoro di Roma ha un carico di 10.000 cause annue, nel ’74 ne ha sbrigate solo 1.000, pur potendo contare su attrezzature copiosissime e moderne (due piani, 1.000 metri quadri, uffici e arredi funzionali) e su 30 magistrati, 9 cancellieri, 21 dattilografe.

Dal confronto risalta il grande impegno del personale cagliaritano che pur potendo contare su poche unità è riuscito a sbrigare metà delle cause portate a termine dalla pretura romana.

“Quattro giudici per 3.500 cause in un anno sono un’assurdità — dice l’avvocato Muggiano. — Bisogna dar loro atto di un grande spirito di sacrificio. Ma da soli non possono supplire alle carenze organizzative e materiali. Occorre una grande opera di sensibilizzazione da parte delle forze sociali e politiche perché si salvi la legge. Il governo deve ampliare gli organici dei magistrati e fare nuovi concorsi”.

Dello stesso parere è uno dei quattro giudici, il dottor Mauro Mura. “Il problema non è solo di locali o di personale ausiliare — dice — ma fondamentalmente di magistrati, il cui numero è enormemente inferiore al necessario. Quando lo stesso lavoro veniva sbrigato dal tribunale c’erano sette magistrati a tempo pieno e sette magistrati a tempo determinato”.

Quali le prospettive immediate per ovviare a queste lacune? “Praticamente zero. Solo la possibilità di un altro magistrato tra quattro-cinque mesi. Tra un anno o due forse gli altri due previsti dal Consiglio Superiore della Magistratura”.

Il cancelliere della sezione del lavoro Nesta, che è anche segretario regionale della UI-DAG, sindacato di categoria che riunisce tutti i dipendenti dell’amministrazione della giustizia, fa il punto sulle necessità attuali della Pretura di Cagliari in ordine al più spedito funzionamento dei processi di lavoro. “Bisogna che il personale assegnato a questa sezione — egli dice — sia in numero sufficiente e fisso. Ad esempio, la situazione di instabilità contrattuale delle dattilografe assunte a tempo indeterminato, e minacciate di licenziamento quando verranno assunte quelle di ruolo, deve essere risolta. Occorre convincersi — conclude il cancelliere Nesta — che l’apparato giudiziario italiano è ancora oggi un complesso sclerotico e fatiscente e che bisogna creare condizioni di efficienza affrontando delle ristrutturazioni dell’organizzazione giudiziaria e attribuendo qualifiche funzionali e garanzie economiche precise al personale della giustizia”.

Tuttoquotidiano, 18 marzo 1975